Oroargento

Arte e femminismo di Carla Accardi in mostra a Verona

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A Verona va in scena una mostra che racconta uno dei momenti più luminosi e radicali della carriera di Carla Accardi. Tra oro, argento e segni pulsanti, i dipinti del 1964-1965 diventano una chiave per leggere non solo una svolta pittorica decisiva, ma anche il rapporto profondo tra arte, femminismo e autoaffermazione femminile.

Fino al 28 marzo 2026, alla Galleria dello Scudo, è esposta una selezione di opere realizzate tra il 1964 e il 1965, un nucleo compatto e potentissimo della produzione accardiana composto da grandi tele in cui oro e argento diventano strumenti concettuali prima ancora che cromatici.

Non è solo una mostra “bella” — lo è, eccome — ma una mostra che parla di luce, di spazio, di linguaggio e soprattutto di differenza. Di come una donna artista abbia saputo inventarsi un alfabeto personale in un sistema culturale pensato, scritto e narrato quasi esclusivamente dagli uomini.

Carla Accardi, oltre l’informale

Negli anni Sessanta Carla Accardi è già una figura centrale dell’arte italiana. È stata tra i protagonisti del gruppo Forma 1, ha attraversato l’informale “senza possibilità di identificarvisi”, come scrive Carla Lonzi, e nel 1964 viene invitata con una sala personale alla XXXII Biennale di Venezia. Ma è proprio in questo momento di riconoscimento istituzionale che Accardi decide di spingersi altrove.

Come sottolinea Lonzi nel catalogo veneziano, l’artista sente l’informale come “dato ovvio e preesistente”, non come una casa in cui abitare. E allora sceglie un’altra strada: radicalizzare la pittura, spingerla verso una nuova densità luminosa, aprirla allo spazio e allo sguardo dello spettatore.

Dal catalogo della personale alla Galleria Notizie, Torino, ottobre-novembre 1964: Carla Accardi nella casa-studio in via del Babuino, Roma
(courtesy Archivio Accardi Sanfilippo)

L’oro non è decorazione

Le opere del 1964-1965 esposte a Verona sono tutto fuorché decorative. L’oro e l’argento, qui, non rimandano a un’idea di lusso tradizionale, ma diventano materiali attivi, capaci di catturare e riflettere la luce ambientale. La superficie del quadro non è più un piano chiuso: vibra, muta, reagisce alla tua posizione nello spazio.

In lavori come Grigio scuro oro, Argento oro 1 e Argento oro 2, il segno si organizza in fasce diagonali, strisce orizzontali, losanghe e parallelepipedi. È un alfabeto visivo che si ripete senza mai essere identico a se stesso, richiamando capolavori coevi come Omaggio al Presidente Kennedy o Oriente, presentati alla Biennale.

Carla Accardi / Argento oro 1, 1964 / tempera alla caseina su tela
190 x 150 cm / Roma, collezione dell’artista / archivio n. 404
Celant 1999, p. 293, n. 1964 24, ripr.
Carla Accardi / Oroblu (Oriente n. 2), 1965 / tempera alla caseina su tela 190 x 220 cm
Roma, collezione dell’artista  / archivio n. 419
Celant 1999, p. 297, n. 1965 5, ripr.

Nel 1965, con opere come Ororosso (Oriente n.1), Oroblu (Oriente n.2) e Scacchiera oroverde, il ritmo cambia. I segni si ingrandiscono, si fanno più regolari, pittura e fondo si equivalgono. Come scrive Umbro Apollonio, “l’incontro con l’altro colore provoca un vitalismo pulsante che si propaga per tutta l’estensione della superficie”.

Luce, tecnologia e città contemporanea

Accardi non dipinge mai fuori dal suo tempo. Anzi, lo guarda in faccia. In un’intervista del 1989 racconta:

“Il colore fluorescente esprimeva la mia ricerca di una luce sempre maggiore… oggi non ci può essere paesaggio senza neon e luci fosforescenti”.

La sua pittura dialoga con la città, con la fotografia, con il cinema, con la pubblicità. Il bianco e nero nasce anche dall’immaginario fotografico; i colori abbaglianti rispondono a “una legge addirittura della luce”. Nulla è casuale, tutto è calibrato per attivare la percezione.

Gillo Dorfles parlava di “mirabili accensioni cromatiche”, mentre Anne Marie Sauzeau Boetti leggeva in questi bicolori “pulsionali, anti-natura” un’esplosione che metteva in crisi la tradizione visiva occidentale.

Carla Accardi / Verdeargento, 1965 / tempera su carta intelata 56,6 x 56,6 cm
Roma, collezione dell’artista  / archivio n. 176 bis

Il segno come atto politico

Dietro quei segni astratti, così eleganti e seducenti, c’è una questione profondamente politica. Carla Accardi non è solo un’artista donna: è una donna che riflette consapevolmente sulla propria posizione in una cultura patriarcale.

Negli anni Settanta sarà tra le fondatrici di Rivolta Femminile insieme a Carla Lonzi. Ma già molto prima, nella sua pittura, si avverte una tensione verso l’alterità. Come osserva Germano Celant, nella separazione del segno dal fondo si può leggere “una presenza che tende a staccarsi e dichiarare la sua individualità”. Identità e differenza: parole chiave del pensiero femminista, riconosciute però solo a posteriori dalla critica.

Anne Marie Sauzeau è una delle poche a cogliere subito il punto: l’“art autre” di Accardi è anche un’arte altra in senso di genere. Il segno inventato, indecifrabile, è una scrittura nuova, che compie una vera e propria tabula rasa dei significanti maschili.

Carla Accardi / Oroargento, 1964 / tempera su carta intelata 66,7 x 96,9 cm
Roma, collezione dell’artista  / archivio n. 152

Arte, autocoscienza e differenza

Per Accardi, creare significa partire da sé. Un principio che risuona fortissimo con la pratica dell’autocoscienza femminista: elaborare il proprio vissuto, riconoscere le dinamiche patriarcali interiorizzate, trasformarle in linguaggio.

Il suo segno è un “rumore colorato ma sordo”, qualcosa che risale da una tradizione femminile soffocata. Non rappresenta il reale: lo scardina. Non racconta storie lineari: costruisce spazi di esperienza.

Il rapporto con Carla Lonzi, intenso e poi dolorosamente interrotto, racconta bene la complessità di questa posizione. Lonzi rifiuta radicalmente il sistema dell’arte; Accardi no. Non rinuncia alla pittura, né alla sua velocità creativa.

“Il lavoro creativo è fatto di velocità”, dirà anni dopo, prendendo le distanze da una visione femminista che confinava le donne nell’artigianato e nella lentezza.

Carla Accardi / Argentorosa, 1965 / tempera su carta  50 x 69,7 cm
Roma, collezione dell’artista  / archivio n. 176

La danza dei riflessi

La mostra include anche un prezioso nucleo di opere su carta, realizzate con pigmenti oro e argento su fondi colorati. Qui il segno si fa libero, avvolgente, circolare. Accardi le chiama “matasse”: intrecci che si muovono verso il centro o esplodono ai margini del foglio.

Germano Celant parla di “danza dei riflessi”, di superfici che fluttuano in un continuo scambio tra arte e ambiente. È una chiusura poetica e potentissima del percorso espositivo.

Info utili

Visitare questa mostra significa fare esperienza di un’arte che non si lascia addomesticare, elegante, scomoda, politica, radicale. È un invito a guardare, ma anche a ripensare il rapporto tra creatività, genere e potere.

Mostra: carlaaccardi oroargento
Dove: Galleria dello Scudo, Vicolo Scudo di Francia 2, Verona
Quando: fino al 28 marzo 2026
Opere: dipinti 1964-1965
Collaborazione: Archivio Accardi Sanfilippo

Cover foto: Carla Accardi / Grigio scuro oro, 1964 / tempera alla caseina su tela 190 x 300 cm
Roma, collezione dell’artista / archivio n. 403 / Celant 1999, p. 292, n. 1964 23, ripr. e p. 293, n. 1964 23

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