E se l’odore di un museo potesse essere progettato come le sue pareti? Il design olfattivo trasforma i sensi in strumenti architettonici. POLI.design forma i professionisti che imparano a progettare ciò che non si vede ma si sente.
Cosa succede quando chiudi gli occhi in uno spazio? Quando entri in una biblioteca antica, in una spa, in un negozio di lusso o in un ospedale — prima ancora di vedere qualcosa, il tuo cervello ha già ricevuto centinaia di informazioni. L’aria ha un odore. L’umidità si percepisce sulla pelle. C’è un suono di fondo, o un silenzio particolare. E il corpo, in pochi istanti, ha già deciso come si sente.
Eppure — da sempre, in pratica — la progettazione degli spazi si è occupata quasi esclusivamente di ciò che si vede: forme, proporzioni, superfici, colori, materiali. Il resto è stato lasciato al caso o all’intraprendenza dell’impiantista di turno.
Oggi qualcosa sta cambiando e all’avanguardia di questa trasformazione c’è un campo di studio emergente che si chiama olfactive design: la progettazione della dimensione olfattiva degli spazi. Non semplicemente profumare gli ambienti ma progettarli, con la stessa rigore con cui si sceglie una pavimentazione o si calcola l’acustica di una sala.
L’olfatto come strumento di progetto
L’idea che il profumo possa essere uno strumento architettonico sembra, di primo acchito, paradossale. Eppure la connessione tra odori e memoria è tra le più studiate in neuroscienze: il bulbo olfattivo è direttamente collegato all’amigdala e all’ippocampo, le strutture cerebrali che gestiscono emozioni e memoria episodica. Un odore può riportarti a un pomeriggio d’infanzia con una precisione che nessuna fotografia potrebbe eguagliare.
Questo significa che ogni spazio, consapevolmente o no, stia già comunicando attraverso l’olfatto. La domanda non è se gli odori influenzano l’esperienza di un ambiente — lo fanno sempre — ma se vogliamo che lo facciano in modo casuale o intenzionale.
È su questa distinzione che si fonda il lavoro di Anna Barbara, architetta e tra le prime studiose al mondo ad aver affrontato l’olfatto come materia progettuale. Barbara è anche Presidente di POLI.design, il centro per la formazione post-laurea del Politecnico di Milano — prima università italiana nel ranking QS 2025 per Art & Design, terza in Europa, settima nel mondo — e ha costruito attorno a questa visione due percorsi formativi che rappresentano una piccola rivoluzione nel panorama del design europeo.

POLI.design e il progetto dell’invisibile
Fondato nel 1999, POLI.design è il braccio formativo del Sistema Design del Politecnico di Milano. Offre master, corsi executive e programmi su misura per professionisti e organizzazioni, con un approccio fondato sul project-based learning: si impara progettando, non soltanto studiando. Nel corso degli anni ha costruito un network internazionale che mette in dialogo accademia, istituzioni e industria.
Oggi, POLI.design ha deciso di scommettere su un territorio inedito: quello che al suo interno viene chiamato immaterial design, un campo interdisciplinare che integra sensory design, environmental design, neuroscienze e psicologia ambientale per ripensare l’esperienza degli spazi contemporanei. Non più solo ciò che si vede e si tocca, ma ciò che si annusa, si ascolta, si percepisce con il corpo intero.
«Per secoli il progetto si è concentrato quasi esclusivamente sulla vista», spiega Anna Barbara. «Oggi dobbiamo imparare a considerare lo spazio come un’esperienza complessa, che coinvolge il corpo, la memoria, le emozioni e il comportamento. I sensi sono uno strumento progettuale fondamentale per costruire benessere, identità e qualità dell’abitare».
Il corso in Olfactive Design, 80 ore per imparare a progettare l’aria
Il primo dei due percorsi è il corso executive in Olfactive Design, ideato e coordinato da Anna Barbara stessa. È un programma intensivo di 80 ore, articolato tra lezioni online e sessioni in presenza, pensato per chi vuole acquisire competenze concrete in un settore che non esisteva — almeno non in questa forma — fino a pochi anni fa.
Il programma è volutamente ampio nella sua prospettiva. Si parte dalla storia e dall’antropologia dell’olfatto: perché gli esseri umani hanno sviluppato certe preferenze olfattive? Come sono cambiati nel tempo i codici degli odori nei luoghi pubblici e privati? Si passa poi alla chimica olfattiva e alle neuroscienze, per capire come le molecole odorose interagiscono con il sistema nervoso. E si arriva alla parte più operativa: la qualità dell’aria, la ventilazione, il rapporto tra odori e materiali, l’identità olfattiva dei luoghi.
«L’olfactive design non riguarda semplicemente la scelta di una fragranza», precisa Barbara. «Ma il modo in cui l’aria si muove, come si distribuiscono le molecole, quanto durano le note olfattive, come interagiscono con materiali, umidità, ventilazione e comportamenti umani».
Le applicazioni sono sorprendentemente variegate. Gli odori trovano impiego nel retail e nell’hospitality — e qui i più attenti avranno già notato che certi hotel di lusso profumano in modo inconfondibile — ma anche nei musei, negli ospedali, negli spazi educativi, negli uffici e nelle installazioni artistiche. Ogni contesto ha le sue logiche, le sue esigenze, i suoi obiettivi.
Il corso è rivolto a designer, architetti, brand strategist, curatori, museografi ed esperti di comunicazione. Ma apre anche una porta interessante per un’altra categoria professionale: i creatori di profumi. I nasi — come vengono chiamati nel gergo della profumeria — hanno competenze tecniche straordinarie sulle molecole e sulle fragranze, ma raramente le hanno applicate in modo sistematico alla progettazione degli spazi. L’olfactive design rappresenta per loro un territorio nuovo e potenzialmente ricchissimo: un’estensione del loro mestiere verso l’architettura, il retail, il mondo dell’arte e della cultura. Un profumiere che sappia anche ragionare in termini spaziali — come si distribuisce una nota, come dura nel tempo, come interagisce con un determinato rivestimento — diventa una figura rara e molto richiesta.

Designing Atmospheres: il master annuale
Il secondo percorso è più strutturato e ambizioso: il Master in Designing Atmospheres — Next Skills and Qualities for Spaces and Interiors, della durata di dodici mesi. Diretto da Anna Barbara con Maria Porro come co-direttrice e Barbara Camocini come coordinatrice scientifica, il master parte da una premessa: la rivoluzione digitale ha cambiato non soltanto gli strumenti della progettazione, ma il modo stesso in cui abitiamo e percepiamo gli spazi.
Oggi un ambiente deve saper gestire la compresenza tra fisico e digitale, tra permanente e temporaneo, tra individuale e collettivo. L’atmosfera — termine che in architettura ha sempre avuto una connotazione un po’ vaga, quasi poetica — diventa qui una vera materia di progetto, con i suoi strumenti, i suoi parametri, le sue tecniche.
Il percorso affronta temi come il Sense_Based Design (la costruzione dell’esperienza sensoriale negli ambienti) e lo Space/Time_Based Design (il progetto come sistema dinamico, influenzato da flussi, temporalità e comportamenti). Si alternano lezioni teoriche online, workshop, esercitazioni outdoor, study tour, esperienze durante la Milano Design Week e tirocini presso studi professionali e aziende internazionali.
Il corpo docente è di quelli che fanno spalancare gli occhi e orecchie: Philippe Rahm, teamLab Architects, Studio Drift, Giuliana Bruno, Davide Ruzzon e Marco Balich, tra gli altri. Figure provenienti da architettura, neuroscienze, arte, performance e ricerca ambientale — una composizione che dice molto sulla natura interdisciplinare del campo.
Un nuovo capitolo per il design
C’è qualcosa di genuinamente entusiasmante nel veder nascere un nuovo campo di studi. L’olfactive design e il design delle atmosfere non sono mode passeggere, rispondono a un’esigenza reale, che la pandemia ha reso ancora più evidente. Abbiamo riscoperto quanto gli spazi fisici influenzino il nostro stato mentale, la nostra produttività, il nostro benessere e abbiamo capito che la qualità di uno spazio non si misura solo in metri quadri e lux di illuminazione.
Chi entra in questo campo oggi — sia come designer, sia come profumiere, sia come qualsiasi altra figura creativa — ha davanti a sé un territorio quasi vergine. Le competenze sono rare, la domanda cresce, e le possibilità di applicazione spaziano dall’architettura al marketing sensoriale, dall’arte alla cura delle persone.
Progettare l’aria. Costruire le atmosfere. Suonano che ossimori e, invece, possono essere un mestiere.
