Un antico confessionale diventa un altare per una nuova intimità tra umano e Intelligenza Artificiale. Un’opera dell’artista Matteo Mandelli appartenente alla serie The Algorithm Creed, ciclo di installazioni che esplora i nuovi atti di fede del nostro tempo.
Tra fede e algoritmo
A chi confidiamo oggi le nostre paure, i nostri pensieri, le nostre confessioni digitali?
In un momento storico confuso in cui il tuo amico più intimo è l’AI che ti ascolta, consola e consiglia – senza mai contraddirti – il confine tra tecnologia e spiritualità si fa sempre più sottile.
“The Algorithm Creed” nasce proprio da questa domanda: può una macchina diventare oggetto di devozione? Può sostituire il tuo lato spirituale? I nuovi atti di fede non sono più rivolti al cielo ma al cloud. Si sono spostati dall’altare al server, dal divino all’Intelligenza Artificiale.
Sappiamo a chi stiamo affidando i nostri segreti? E quali saranno le conseguenze? L’artista ci pone queste domande senza dare una connotazione positiva o negativa all’IA, attraverso un progetto provocatorio e poetico.

Il Confessionale digitale
Cuore del progetto è un confessionale originale del XIX secolo, restaurato e trasformato in un punto di contatto tra umanə e algoritmo.
Arrivi e ti inginocchi davanti alla luce fredda di uno schermo retroilluminato che incontra il calore del legno e del velluto rosso, dove la sacralità storica incontra quella tecnologica.
Qui non c’è un sacerdote, ma un’interfaccia. Puoi confessare segreti intimi, fare domande scomode, toglierti delle curiosità. Non c’è giudizio, ma conversazione. Il peccato diventa informazione, il perdono un output generato dal linguaggio naturale.
È un rito laico e intimo insieme. Rivela il bisogno di questa generazione che i pensieri più profondi trovino ascolto in qualcosa che non ha anima né volto per ricevere un gesto di assoluzione tutto digitale.

Le edicole votive
Parte del progetto The Algorithm Creed, sono anche cinque piccoli altari urbani, simbli di una nuova devozione condivisa.
Non ci sono schermi né luci led, solo presenza e silenzio. Luoghi dove lasciare un pensiero, un fiore, un segno di passaggio. Un modo per restituire alla città un frammento di spiritualità pubblica, in un tempo in cui tutto — anche la fede — si misura in bit.
“The Algorithm Creed” non è un progetto religioso, ma un esperimento sull’identità, la solitudine e il desiderio di connessione.
La provocazione non è contro, ma dentro. Un invito a riconoscere quanto già oggi deleghiamo all’AI il ruolo di guida, terapeuta, confessore.
Forse non vogliamo un dio nuovo, ma solo qualcuno — o qualcosa — che ci ascolti senza interromperci, senza contraddittorio. Ci farà davvero crescere spiritualmente?

