Fino al 6 gennaio 2026, le Stanze della Fotografia di Venezia offrono una retrospettiva che restituisce al grande fotografo americano il suo posto tra gli dei dell’arte. Tra statue antiche, fiori carnali, corpi perfetti e un desiderio senza confini, la mostra racconta un Mapplethorpe libero da cliché, capace di fondere l’erotismo con la grazia del marmo.
A trent’anni dalla sua ultima apparizione lagunare, Robert Mapplethorpe conquista Venezia con Le forme del classico, una retrospettiva monumentale che racconta la purezza e la tensione sensuale del suo sguardo.
Curata da Denis Curti, la mostra alle Stanze della Fotografia — organizzata da Marsilio Arte e Fondazione Giorgio Cini in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York — è il primo capitolo di una trilogia dedicata al fotografo newyorkese. Dopo Venezia arriveranno Milano (Le forme del desiderio) e Roma (Le forme della bellezza), a comporre una sorta di “Divina Commedia” dell’immagine, dove i corpi ascendono da eros a icona.
L’abbiamo vista per raccontarvela.

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Con oltre 200 opere, molte delle quali inedite per l’Italia, l’esposizione reinserisce Mapplethorpe nel canone dell’arte classica, non come provocatore, ma come erede moderno di Michelangelo, Bernini e Canova.
«Mapplethorpe usa la fotografia per reinterpretare e rinnovare l’estetica classica, accentuando il dialogo tra il corpo vivo e la scultura ideale. Il confronto evidenzia la sua abilità nel trasporre la perfezione e la grazia della scultura classica nella fotografia contemporanea, attraverso l’attenzione al dettaglio e alla luce, creando un ponte tra passato e presente. Le statue, dominate da una sessualità incompiuta, ci mettono davanti all’importanza della carne nel linguaggio seduttivo. Mapplethorpe ne scioglie le membra marmoree per far emergere una bellezza sensuale che pulsa sotto tonnellate di rigidità, dando loro una nuova vita». Denis Curti
Dal marmo alla carne
I nudi maschili — lucidi, perfetti, armoniosi — non sono mai solo erotici: sono statue viventi, Adoni contemporanei che respirano. Allo stesso modo, i nudi femminili rivelano una potenza regale, come ha scritto Arthur C. Danto: “donne consapevoli, dalla potenza quasi regale”.
E poi ci sono i fiori: calle, orchidee, tulipani. Apparentemente innocenti, in realtà erotici come muscoli tesi.
È qui che l’artista raggiunge l’equilibrio perfetto tra sacro e profano, tra l’estetica e il piacere.

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Patti Smith, la poesia del desiderio
Ogni mostra su Mapplethorpe è anche, inevitabilmente, una storia d’amore con Patti Smith.
Lei, la musa e compagna, la voce e la memoria, è presente in ogni scatto, in ogni ombra. Le fotografie che la ritraggono — androgine, dolci e ribelli — raccontano l’origine di tutto: due ragazzi newyorkesi che si nutrivano di arte, cioccolata calda e scrambled eggs in un loft che distillava la rivoluzione di quegli anni.
“Just Kids”, scriverà anni dopo Patti, è la chiave per comprendere la loro storia: un romanzo di formazione, un testamento di libertà.
Guardando i loro ritratti esposti a Venezia, non puoi non sentire quella tenerezza fragile e potentissima che lega l’amore al bisogno di esistere attraverso l’arte. In mostra, anche il cortometraggio diretto da Robert Mapplethorpe “Still Moving: Patti Smith” del 1978
Il corpo come linguaggio politico
Mapplethorpe ha vissuto in una New York che oscillava tra libertà e censura.
Mentre al di fuori si combattevano i moti di Stonewall, dentro i suoi collage e le sue Polaroid prendeva forma una nuova grammatica del desiderio.
I suoi lavori omoerotici, spesso censurati o sequestrati, hanno spinto la fotografia oltre i confini della morale, trasformando il corpo in linguaggio politico. Nel suo obiettivo, il sesso non è mai provocazione gratuita, ma affermazione identitaria.
Ogni immagine è una dichiarazione d’amore alla libertà — quella di essere, di desiderare, di mostrarsi. E se ancora oggi le sue fotografie fanno discutere, è perché toccano quel punto in cui l’erotismo smette di essere peccato e diventa arte.

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Dalla censura la mito
La mostra The Perfect Moment, organizzata dopo la sua morte nel 1989, venne chiusa dalla polizia a Cincinnati. Il direttore del museo fu incriminato per “atti osceni”.
Oggi sembra assurdo, ma allora la fotografia di Mapplethorpe era percepita come una minaccia all’ordine morale e, proprio da lì, nacque la leggenda. Il processo, la censura, la ribellione dell’arte: tutto ha contribuito a fare di lui un simbolo di resistenza estetica.
L’arte trionfò sull’oscurantismo, e Mapplethorpe divenne il Michelangelo queer di un nuovo Rinascimento visivo.
C’è un malinteso che la mostra veneziana si impegna a smontare, ovvero l’idea di Mapplethorpe sia stato un semplice provocatore. In realtà, come scriveva Germano Celant, la sua è una “razionalità costruttiva antica”. Dietro l’erotismo, dietro la pelle e il cuoio, c’è un pensiero matematico: proporzioni, simmetrie, chiaroscuri.
Il desiderio diventa teorema.
Info Utili
Robert Mapplethorpe. Le forme del classico
Fino al 6 gennaio 2026
Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore, Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia
Come arrivarci: a Venezia non c’è nulla di immediato, tanto più che l’isola di San Giorgio Maggiore si trova di fronte a Piazza San Marco, ben visibile ma separata dal Bacino di San Marco. Per raggiungerla, prendi il vaporetto linea 2 ACTV al pontile San Zaccaria, di fronte all’hotel Danieli. Il tragitto dura pochi minuti. Puoi prendere la stessa linea da Piazzale Roma o dalla stazione Santa Lucia in direzione Giudecca/San Marco ma il tragitto è decisamente lungo, circa 40 minuti.
Il catalogo: in occasione della trilogia di mostre (Venezia, Milano e Roma) Marsilio Arte pubblica un importante catalogo che indaga l’intera produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.
Foto cover: Matteo de Fina / Allestimento mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del classic / Le stanze della Fotografia / Venezia