Un incontro potente tra visione artistica e sapere artigianale prende forma nella Gallery De Castelli a Milano, dove Antonio Marras trasforma il metallo in materia tattile. Tra evocazione di un mito, memorie personali e tecniche di sperimentazione, Marras svela il suo immaginario in una lunga intervista.
Varchi la soglia e hai subito la sensazione di essere entrato dentro qualcosa che esisteva già dentro di te e che riconosci. Non è solo uno spazio espositivo quello della Gallery De Castelli, ma una narrazione sospesa che aspetta di essere riattivata. Quando Antonio Marras mette piede per la prima volta in questo luogo milanese, vede immediatamente una traccia, una memoria che chiede di essere ascoltata e trasformata. Non si limita a osservare, ma immagina. Le stanze diventano capitoli, le nicchie pause di respiro, il portone su via Visconti di Modrone una promessa. Da qui nasce un progetto che è insieme installazione e racconto, dove il metallo si piega a una visione e lo spettatore è chiamato a muoversi tra figure e oggetti che sfuggono alla semplice funzione. È un invito a entrare nel caos e a riconoscerne la geometria nascosta.
“C’è un grande portale che segna l’ingresso alla Galleria De Castelli, visibile anche passando in macchina. Lì si trovano due grandi figure, quasi dei guardiani, che accolgono e invitano a varcare la soglia. Una volta entrati, si incontrano altri personaggi: pareti di metallo, totem, arredi, specchi, lampade. Un insieme di elementi che costruiscono un ambiente sospeso, quasi narrativo”. A.M.

L’alchimista del metallo
Albino Celato immagina la gallery come uno spazio dove l’artista possa usare il sapere artigianale come una lingua nuova. Per lui, imprenditore sperimentatore del design italiano, in esposizione non ci sono più oggetti pensati per il consumo rapido degli eventi ma opere che abitano il tempo lento delle mostre. Questa scelta segna una direzione precisa. Il design smette di essere solo funzione e si apre a una dimensione narrativa, una trasformazione sottile ma radicale che ridefinisce il confine tra arte e progetto.
L’esposizione ti chiede di avvicinarti alla materia. Il metallo, nelle parole di Albino Celato, non è mai statico. È energia compressa, pronta a reagire. Quando viene inciso, scaldato, ossidato, libera qualcosa che era nascosto. Questo processo diventa un dialogo serrato tra controllo e abbandono, tra tecnica e intuizione.
L’incontro con Marras amplifica questa dinamica. La sua visione magnetica entra in collisione con la materia e produce una reazione imprevedibile. È qui che avviene l’alchimia. Tu puoi quasi percepire il momento in cui la lastra smette di essere superficie e diventa racconto, non più complemento d’arredo ma esperienza.

Il mito che plasma la materia
Marras si lascia guidare da Efesto, il dio fabbro capace di trasformare il disordine in forma. Questa tensione antica, mitologica, non è solo una citazione decorativa ma un vero motore creativo. Il metallo diventa materia viva, attraversata da energia e memoria, lavorata fino a rivelare una dimensione altra.
“Tutto quello che è ignoto, che non conosci, che ti fa paura, è molto eccitante”. A.M.
Totem che sembrano sfidare la gravità, paraventi che ricordano alfabeti dimenticati – portali su un’epoca scomparsa o su un’altra dimensione, chissà – lampade e specchi che reagiscono alla luce come organismi sensibili. Ogni elemento è unico, nato nelle officine di De Castelli, e porta con sé il segno di un processo che non cerca la perfezione ma l’intensità.

L’intervista a un artista totale
Parlare con Marras significa confrontarsi con una figura che sfugge alle definizioni semplici. Nato ad Alghero nel 1961, porta con sé un immaginario stratificato che attraversa moda, arte, teatro. La sua traiettoria include esperienze tali che ridurlo a “stilista” sarebbe limitante.
Disegna, dipinge, costruisce, immagina. La sua pratica è rinascimentale nel senso più autentico. In questo progetto con De Castelli ritrovi tutte queste dimensioni fuse insieme. Riconosci immediatamente la mano dell’artista ma anche la sua capacità di ascoltare il luogo, la materia e le persone coinvolte.
Non ami definire l’ispirazione. Da dove nasce allora questo progetto?
A.M.: Io non lo so cosa sia davvero l’ispirazione. Il mio modo di lavorare nasce dal vedere, dal toccare, dall’affrontare le cose senza un disegno prestabilito. Qui avevo la possibilità di entrare in relazione con materiali che non conoscevo, di scontrarmi con loro, di abbracciarli, di sfiorarli. Il ferro e il metallo, che concettualmente sono rigidi, li ho trattati come se fossero tessuto. Il tessuto si piega, si stropiccia, si trasforma. In fondo è esattamente quello che ho fatto con il metallo.
Quando sono arrivato nelle officine di De Castelli ho incontrato un mondo che sembra freddo e distante. Il metallo nell’immaginario crea una barriera. In realtà il mio approccio, che è quello di chi non conosce la materia, mi ha dato una libertà enorme. Ho potuto chiedere cose che chi lavora il metallo da sempre non penserebbe nemmeno di tentare.
Com’è nata la voglia di sperimentare con un materiale così lontano dal tuo linguaggio?
A.M.: La voglia nasce sempre da ciò che non conosco. L’ignoto mi spaventa ma allo stesso tempo mi attrae. Quando sono arrivato lì ho visto una quantità incredibile di possibilità, una varietà di superfici, di colori, di sfumature. Ho iniziato a combinare materiali diversi, a lavorare anche con gli scarti.
Avevo in mente dei totem ma senza una forma precisa. Alcuni elementi sono stati realizzati apposta, altri invece erano pezzi abbandonati, residui di lavorazioni. Li ho raccolti e ho cominciato ad assemblarli, a innestarli tra loro. Occhi, bocche, mani erano lì per terra e sono diventati parte di queste figure.
Mi interessava che fossero oggetti vivi, che si potessero toccare. Il metallo di solito respinge, è freddo. Qui invece puoi interagire, puoi muovere le braccia, fare rumore. Anche superfici piatte sono state trasformate, gonfiate, portate in una dimensione tridimensionale.
Il tema dell’interazione sembra centrale in tutta la mostra
A.M.: Sì, era fondamentale. Volevo che ci fosse un rapporto diretto tra te e gli oggetti. Anche nella scelta dei materiali per pareti e separé ho cercato un ritmo. Non volevo superfici lisce, ma texture che si sentono al tatto.
Le lamiere sono state assemblate pensando alle sfumature, alle gradazioni che potessero dialogare tra loro. Ci sono elementi specchianti che introducono un altro livello di relazione. Ti abbassi e ti vedi riflesso, entri nell’opera.
I vasi, per esempio, nascono da scarti di lavorazione. Sono composti da frammenti diversi, con tonalità che vanno dal grigio al dorato. Questo linguaggio ritorna in tutto il progetto, creando una continuità visiva.
La componente personale, quasi autobiografica è molto evidente
A.M.: Assolutamente. Gli interni dei mobili sono bordeaux, come il nastro che porto sempre al polso. È un legame con Alghero, con il luogo in cui sono nato. È una sorta di filo di sangue che attraversa tutto il lavoro.
Alghero è un confine. A Capo Caccia c’è l’ultimo tramonto d’Italia. Tra spiagge che si chiamano Lazzaretto e Speranza. Tutto questo entra nel progetto come memoria, come proiezione. Anche gli oggetti riflettono questa idea di attraversamento, di passaggio tra mondi.
Gli specchi, per esempio, non sono mai solo specchi. Dietro si apre sempre un’altra possibilità. Possono muoversi, cambiare, essere trasformati aggiungendo elementi in metallo che riprendono colori e forme presenti altrove.
Quanto è stato importante il dialogo con Albino Celato e De Castelli?
A.M.: Fondamentale. Albino Celato non ha mai messo limiti. Non è mai intervenuto per frenare, anzi. È stato lui a spingere, a dire facciamone ancora, andiamo oltre.
Io non parto mai da un progetto definito. Faccio uno schizzo, poi è il luogo e la materia che guidano il processo. Qui abbiamo combinato elementi che sembravano lontani e invece hanno trovato una loro armonia. Questo è stato possibile grazie alla libertà che mi è stata data e alla competenza delle maestranze.
Le opere sembrano quasi animate, come se avessero una vita propria
A.M.: È esattamente quello che volevo. Un oggetto di solito è muto, non ha voce. Qui invece volevo che fosse vivo. Per questo ho introdotto anche dei performer che interagiscono con le opere. Le toccano, si riflettono, le attraversano.
Le forme che portano richiamano elementi della tradizione sarda, come il coltello pattadese, ma diventano segni mobili, superfici che dialogano con gli altri oggetti. Tutto può essere scomposto e ricomposto.
Ho scoperto anche lo smalto sul metallo, che ha una qualità sorprendente. Si lavora quasi come se fosse pittura. Questo mi ha permesso di trattare le superfici come fossero carta, aggiungendo un ulteriore livello espressivo.
Cosa si prova a lavorare con un materiale completamente nuovo?
A.M.: È un entusiasmo puro, simile a quello di un bambino davanti a un giocattolo desiderato ma mai toccato. C’è curiosità, c’è incoscienza. E devo dire che questa incoscienza è stata condivisa anche da Albino e da tutto il team, che mi ha permesso di realizzare cose che forse non erano nemmeno previste.
Queste opere sono pensate come pezzi unici o replicabili?
A.M.: I totem sicuramente sono pezzi unici. Per gli altri oggetti possiamo parlare di un formato che può essere sviluppato su richiesta. Mi interessava però che mantenessero sempre una componente artigianale, una relazione diretta con chi li realizza e con chi li vive.

Info utili
LA GEOMETRIA DEL CAOS. Antonio Marras e De Castelli
Gallery De Castelli Milano (Via Visconti di Modrone 20)
16 aprile-31 maggio 2026
Cover foto: De Castelli – Marras/ MakingOf / ph: Daniele Notaro
