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Aldo Lado in una Milano in giallo

Rider, adrenalina e buoni sentimenti

Tempo di lettura: 2 minuti

Aldo Lado pubblica Rider: un romanzo giallo ambientato in una Milano contemporanea affollata da centinaia di “fattorini” che ogni giorno consegnano i pasti, col loro blocco giallo in spalla, sfrecciando con le loro biciclette, mettendo in luce anche l’aspetto sociale di questa professione, svolta spesso da immigrati irregolari. Ragazzi intelligenti e dalle grandi aspirazioni, costretti a lasciare il proprio paese in guerra, attraverso veri e propri viaggi della speranza, per trovare riparo in Europa, al prezzo di pochi euro per una vita di sacrifici.

La stessa sorte tocca ad André, un ragazzo della Repubblica Centrafricana, scappato da una dittatura militare e costretto un anno in un campo di accoglienza in Libia – a dire il vero, più simile a un centro di detenzione – sino alla sua fuga verso Milano, dove ha acquistato da un suo connazionale, il telefono e il giubbino da rider, lavorando per conto di un tale Giulio Bianchi, l’italiano detentore del contratto lavorativo e che sfrutta a suo piacimento la manodopera irregolare.

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Una situazione di vita molto gravosa, che spinge il giovane a vivere in una baraccopoli ai confini della città, a mangiare presso la Caritas e risparmiare qualsiasi euro, per scappare alla volta della Francia, dove tentare di chiedere il permesso di soggiorno e iscriversi all’Università per diventare medico.

I sogni di Andrè, già complicati da realizzarsi, potrebbero infrangersi definitivamente per un’accusa d’omicidio, dal momento che il protagonista viene coinvolto involontariamente nell’intricata vicenda della morte di Gomarini, noto collezionista d’arte, ucciso da qualcuno con l’aspetto di un rider.

Tutti i sospetti vertono ovviamente sui ragazzi di colore, non propriamente integrati nel tessuto sociale milanese, più garantista nei confronti dei “wasp” con ingenti capitali, seppur di origine illecita.

«Non era riuscito a chiudere occhio perché lo aveva tormentato il pensiero delle indagini sulla morte di quel Gomarini. Se la polizia pensava che si trattasse di omicidio avrebbero cercato dei testimoni, e lui proprio all’ora della sua morte era in quella casa! Qualcuno poteva averlo visto, e se lo avessero individuato, come minimo sarebbe stato schedato e chiuso in un centro di accoglienza in attesa di avere informazioni da Bangui. E non sarebbero state positive. Fattosi il segno della croce, recita una preghiera chiedendo aiuto al Signore perché lo protegga, e gli eviti di restare immischiato in quella storia di cui parlava il giornale. Deve stare alla larga dagli uomini in divisa! D’altro canto, non ha niente da raccontare alla polizia, perché quella sera si era limitato a fare la consegna e non aveva visto nessuno. A parte l’uomo che era morto».

Un romanzo dal finale inatteso, pieno di suspense e di umanità, che allieta rincuorando allo stesso tempo.

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