Mirabilia / Podcast #9

La diga di Ortiglieto

Tempo di lettura: 2 minuti

Questa è la storia di uno dei più grandi disastri della Liguria, avvenuto il 13 agosto 1935, quando il lago artificiale di Ortiglieto, sulle alture di Molare, tracimò a seguito di piogge torrenziali di incredibile portata, sfondando un muraglione di appoggio e disintegrando una montagna, per poi abbattersi a valle con una violenza inaudita. È una storia speciale che i nonni raccontano ancora ai nipoti, sulle montagne dell’Appennino, e che ha lasciato una ferita mai rimarginata nella valle del fiume Orba.

La montagna d’acqua scura

C’è qualcuno che corre su per una collina. Il suo nome è Poldo, ed è solo un ragazzo. Corre dietro a sua madre. Vede i suoi talloni, negli zoccoli che affondano nel fango, davanti a lui. Piove come non s’è mai visto. Corre con la forza della disperazione, come tutti gli altri. Hanno lo sguardo degli animali di fronte ad una catastrofe molto più grande della loro capacità di comprensione. Non sanno cosa sta succedendo, ma corrono. Per istinto, per sopravvivere.

La loro casa è più in basso, si chiama Castelloncello, Castellunzè in dialetto, con la vigna, i campi, il pollaio, le cose. Poldo non sente la pioggia gelida sulla schiena, non sente la fatica, non sente più niente. Solo il rumore assordante della cascata che salta la diga dello Zerbino, proprio di fronte a loro, superandola di tre metri e abbattendosi con una violenza che non sembra di questo mondo su tutto quello che c’è sotto.

Quella diga che fino a ieri sembrava l’opera indistruttibile del progresso, degli ingegneri, di gente che piega la natura a suo piacimento, non come noi contadini, che siamo sempre stati qui, a sperare, a lottare, a fare i conti con il vento, la pioggia, il sole, con quello che c’è. Loro no, sono arrivati, e dove c’era una valle hanno fatto un lago. Dove c’era una sella tra i monti hanno fatto un muro, dove c’era un fiume hanno fatto una diga. Opere enormi, gigantesche, terrificanti, per noi che a malapena sapevamo strappare un po’ d’acqua al fiume con un canale, a fare quattro muri ed un tetto da metterci sopra la testa.

Eppure, tutto quel sapere di ingegneri, professori, gente che viene da lontano, con i bei vestiti, e la catena d’oro dell’orologio che gli spunta dal panciotto, gente che sa, gente che ci ha detto sorridendo: state tranquilli, questo è il progresso, questo è il futuro, ecco, tutta quella sicurezza oggi non c’è più, e quell’immenso muro sembra diventato piccolissimo, fragile, una foglia che trema sotto la tempesta, con immensità nere e profonde che spingono infuriate alle sue spalle.

Ascolta tutta la storia nel podcast

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