Mirabilia / Podcast #11

Il Taiadèla

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Una lunga striscia d’acqua, di paesi, di gente. Il Po. Una striscia che unisce e divide la “Bassa”, la parte più profonda di una valle che abbraccia tutta Italia e che qui raccoglie tutte le sue acque. Da qui si è visto passare di tutto, dagli elefanti di Annibale ai soldati tedeschi che galleggiavano sulle acque, annegati nel tentativo di attraversare il grande fiume durante la ritirata. Tante cose si sono viste passare, eppure non è mai cambiato niente. L’acqua scorre sempre uguale, la gente fa la stessa vita, il caldo d’estate, la nebbia d’inverno, le case basse, gli argini, i pioppi.

In questi paesi, durante gli spettacoli in piazza, si raduna un pubblico che ti guarda in faccia, negli occhi, da un metro o due, e quella capacità di ipnotizzarli, di farli brillare quegli occhi, di fargli dimenticare il mal di schiena, le mani pesanti, la fatica, la miseria, le zanzare, quella capacità lì o ce l’hai o non ce l’hai.

E ce l’aveva, eccome, quella roba lì Dario Mantovani, detto “Taiadèla”, figlio di un arrotino, nato a Calto, sulla sponda sinistra del Po, quella veneta, che si affaccia su Felonica, dall’altra parte, su quella lunga propaggine che la Lombardia allunga, come a voler mettere un piede in mezzo tra il Veneto e l’Emilia.

Lui in quel grande fiume c’era quasi morto, da ragazzo, quando per una bravata aveva provato ad attraversarlo, avanti e indietro. Una cosa che sembra facile, ma in mezzo il Po è un magma di correnti, di acqua scura, densa, fredda, che si aggroviglia come un serpente, e ti toglie il fiato, ti spezza le gambe. A ripescarlo, quel 14 Agosto del 1920, era stato Uripide, il barcaiolo. L’aveva preso peri capelli e buttato in barca come un pesce stordito. E così, Taiadèla l’aveva scampata.

Ed era cresciuto, tanto, come suo padre e suo nonno, era diventato alto, e magro, come una tagliatella, e con una faccia che sembrava un po’ quella di Gene Kelly. Una faccia che sapeva distorcere in mille espressioni diverse, cambiando quasi aspetto, come fosse una maschera, diventando ora un personaggio, ora un altro, e seguendo sempre con i suoi occhi che brillavano quelli della gente intorno a lui, senza mollarli mai. Per non perdersi nessuno, per incantarli tutti, per ancorarli ai suoi, tutti quegli occhi, come quando si lega una barca ad un albero e la corrente anche se è forte non riesce più a portarla via.

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