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Hilary Belle Walker ©biviomilano
Donne sull’orlo di una crisi di Covid

Hilary Belle Walker, la passione per il vintage

Tempo di lettura: 6 minuti

Potremmo chiamarle Donne sull’orlo di una crisi di Covid: sono imprenditrici e professioniste che si sono reinventate nel corso o a causa della Pandemia ovvero quando la crisi è la chance per cambiare. Tutto.

Da San Francisco a Milano, dapprima libraia in Corso Magenta e freelance suo malgrado – nel tentativo di far quadrare i conti tra traduzioni e altre amenità letterarie – Hilary Belle Walker diventa protagonista di una serie d’avventure tragicomiche, basate su fatti realmente accaduti a Le Invasioni Barbariche di Daria Bignardi. Poi Hilary, che sui suoi continui traslochi ha scritto un libro – Case altrui, Ed. Cairo– crea quel che a Milano manca(va): un negozio di seconda mano così come ce ne sono negli US e come non ce n’erano qua: BIVIO. Infine, il Covid.

Come hai fondato Bivio, la start-up di abiti vintage?

Per renderci unici ho usato la formula di fashion re-sale in cui paghiamo subito all’acquisto e offriamo una percentuale più alta se il fornitore sceglie di essere pagato con un buono acquisto, ossia un esempio di economia circolare. Per le borse di super-lusso – forse 5 % delle nostre vendite – possiamo utilizzare la formula del conto deposito.

  • Hilary Belle Walker ©biviomilano
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Cos’è successo a Bivio e a Milano lo scorso anno?

A BIVIO è successo quello che è successo a quasi tutti a Milano: chiusi durante i mesi strategici per le vendite fino a che non abbiamo potuto riaprire ma oramai in città non c’era più nessuno: i milanesi fuggiti via; i turisti e gli studenti ancora non pervenuti. E poi, una grande incertezza economica, tanta paura e reticenza nell’uscire anche per fare un giretto, molta diffidenza sulla sicurezza e, non potendo fare pressoché nulla, l’oggettiva assenza di occasioni mondane non ha aiutato.

BIVIO è un’azienda molto milanese perché acquistiamo dai milanesi e i milanesi sono la maggior parte dalla nostra clientela. Eravamo un’azienda piccola che stava andando stra-bene, dal 2013 al 2019 abbiamo aperto tre negozi e a marzo 2020 si stava negoziando per una quarta apertura, in pieno centro. Quest’ultimo progetto giace ora nel cassetto degli in sospeso a tempo indeterminato.

La mia priorità è stata (ed è) preservare ciò che abbiamo: tre negozi e dodici fantastici dipendenti e una clientela che è rimasta fedele alla nostra missione: liberarsi di ciò che non serve più ma ha ancora qualcosa da dire, senza produrre altre cose.

Milano è una città difficile senza una rete parentale: come te la sei cavata a livello personale nella primavera 2020?

Non ho scelto Milano per aprire BIVIO: ho ideato BIVIO perché mi trovavo a Milano per motivi, diciamo, personali. E quando BIVIO aveva già qualche anno, a quei motivi personali si è aggiunta mia figlia che doveva poter vedere suo padre. La città non rispecchia cose per me importanti ma credo sia la città perfetta per un business come BIVIO. Questo mi ha dato la carica giusta per affrontare tutto quello che è accaduto, come il lockdown in un appartamento da sola con una bambina di 5 anni. Ho vissuto momenti allucinanti; a volte uscivo sul pianerottolo a piangere di rabbia per non farmi vedere.

Ho anche una casa sul Lago Maggiore ma ho scelto di restare in città sia per mia figlia sia per l’azienda (e una connessione internet stabile); non ho mai stampato e scannerizzato così tanti documenti come tra aprile e maggio 2020, per questioni di prestiti, cassa integrazione e varie amenità burocratiche

Momenti di sconforto a parte, la clausura ha aiutato il rapporto con tua figlia?

Quando sentivo i genitori dire: «Ah, ma che bello, finalmente posso passare del tempo con miei figli» volevo strapparmi i capelli perché se c’è una cosa che ho sempre fatto negli ultimi cinque anni è stata – appunto – trascorrere del tempo con mia figlia. Fin dalla sua nascita abbiamo vissuto in una specie di simbiosi. Ho divorziato quando lei aveva solo sei mesi e quindi questa sorta di lockdown entre deux dura da un po’. Grazie al cielo, mia figlia è una compagna quasi sempre meravigliosa e andiamo super d’accordo e c’è una incredibile sintonia fra noi due.

Come hai affrontato l’equilibrismo folle delle donne del duemila, tra vita privata e professionale?

Se sei un’imprenditrice e apri un negozio nuovo ogni due anni, ti assicuro che la vita sociale e personale sono già state messe da parte. Non avevo bisogno di trovarmi costretta a stare sul divano da sola tutte le notti mentre mia figlia dormiva: avevo già passato migliaia di notti così. Per me il lavoro era anche una forma di vita sociale: sembra patetico magari, ma stare da BIVIO e vedere centinaia di persone ogni giorno per me era la salvezza. Essere privata di quella boccata d’aria e essere di colpo incerta su come avrei potuto guadagnarmi da vivere – per non parlare di pagare gli stipendi dei collaboratori– è stato uno stress incredibile.

e quindi…

…lo scorso aprile ho adottato un cane, per introdurre un po’ di nuova energia in casa e per distoglierci da noi stesse, iniziando ad occuparci anche di un’altra creatura.

Questa si è rivelata una delle mosse più riuscite degli ultimi anni. Tutt’ora, dopo quasi un anno da quando Maria vive con noi, mia figlia guarda il cane mentre è impegnato a fare cose da cani (tipo stare sdraiata sul divano, mentre si gode le coccole) e dice, a voce alta, «Oh, finalmente un po’ di compagnia!». Ecco, adottare Maria durante il lockdown è stata un po’ la nostra salvezza.

A quali progetti stai lavorando in seguito allo scombussolamento causato dalla pandemia?

Non ho imparato un’altra lingua o iniziato a sfornare torte né pratico sei ore di ginnastica al giorno. Però ho iniziato a meditare, in modo abbastanza costante: è un’abitudine che ti cambia un po’ il modo di fare e pensare, lo amplia, lo rende profondo seppur leggero.

Progetti “grandi” in questo momento, non li faccio: come si fa a programmare quando non sai a quali condizioni stai giocando?

Sto cercando solo di capire come BIVIO possa sopravvivere, migliorare, e poi, sì, credo che ci vorrebbe un altro punto vendita prima possibile. Certo, è rischioso ma credo fortemente nell’aver scelto un business che ha un senso reale di esistere nel mondo di oggi e di domani.

Sembra che il sistema moda fatichi a capire che non c’è veramente bisogno di cose nuove, a tutti i costi e costi quel che costi.  Cosa prevedi per il futuro?

Ti dico solo che vedo che il mondo sta andando nella direzione sbagliata e pare che questa pandemia non abbia fatto molto per spronare il mondo ad essere più consapevole. Comprare sul Amazon non è una soluzione sostenibile e trovarci a vivere in luoghi in cui fai fatica a trovare un cavatappi o un libro o un vestito nuovo ci renderà infelici e isolati. Credo che fare tutto da remoto – shopping, ginnastica, scuola, lavoro – ci renderà confusi e depressi e incapaci di frapporre il giusto stacco tra la vita professionale/privata e quella ludica/lavorativa.

Fare “sfilate” digitali in cui proponi collezioni che sono completamente sconnesse dalla realtà in cui 99% del mondo vive non è motivante né ispirante. Vivere attraverso i like e i follower crea solo un senso di vuoto collettivo.

Quando ho scelto di aprire un negozio fisico nel 2013 era proprio perché volevo ritrovare – e dare – un senso di appartenenza a Milano. Volevo creare un luogo in cui le persone potessero venire – con fidanzati, figli, amici – e sbirciare per un’oretta, ascoltando musica e scambiando quattro chiacchiere con chi sta dietro il bancone.

Non invidio chi lavora nelle maison in questo momento, perché se sei un creativo vero, disegnare felpe che costano 650 euro deve essere una noia mortale. Il sistema della moda – come tanti altri – era in forte crisi già prima della pandemia e non hanno capito che il mercato era saturo e che il ritmo era insostenibile.

Com’è possibile che tutti vogliano lavorare nella moda se 9 ragazzi su 10 non sanno nemmeno attaccare un bottone o rammendare una maglia? Mica sto dicendo che non credo nel capitalismo, sono americana e faccio pure la bottegaia, però il sistema è andato fuori dai binari.

Credo che scegliere fra ciò che esiste già – vestiti, mobili, case – perfino gli animali domestici – sia l’unico modo sensato per ora. C’è troppa roba. Bisogna fare un passo indietro.

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