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Intervista a Patrizio M. Martinelli

Città in quarantena: design alternativi per un microcosmo personale

Tempo di lettura: 6 minuti

I lockdown e la quarantena ci hanno costretti a vivere nelle nostre case, separati dal contesto cittadino e dalla collettività.

Nell’estate 2020 – nell’ambito di un concorso intitolato Healing: Alternative Design for Quarantine Cities, ideato dall’organizzazione no profit Non Architecture, che mirava a trovare risposte architettoniche alla situazione che stiamo vivendo – Patrizio Martinelli, assistant professor di progettazione architettonica e interni alla Miami University, ha presentato il progetto House City Theater (Casa Città Teatro) che ha ricevuto il Community Award.

Come nasce l’idea di microcosmo casalingo?

Io stesso sono stato in lockdown, negli Stati Uniti dove vivo e lavoro dal 2017: in quei mesi di ritiro forzato, durante il semestre sabbatico concessomi dalla mia Università, ho capito che dedicarmi al disegno e al progetto era un’attività che, oltre che rientrare nelle mie ricerche, mi aiutava a fare i conti con la situazione drammatica dovuta al Covid-19. Per cui ho deciso di partecipare a questo concorso, il cui bando era molto aperto, incentrato non solo su temi urbani ma che dava la possibilità di presentare altri aspetti dell’architettura, dal piano per una città, a un progetto di interior design, a un padiglione, a un pezzo d’arredo. La mia scelta è stata di concentrarmi sulla casa, interpretata come microcosmo e luogo della rappresentazione del sé, da cui il titolo House City Theater. Mi interessava sottolineare come, a causa del Covid, la vita ha praticamente abbandonato la città, luogo collettivo per eccellenza, riversandosi completamente nell’interno domestico.

Cosa significa pensare alla casa come a una piccola città?

Memore della lezione dell’architetto e teorico rinascimentale Leon Battista Alberti, e di molti altri studiosi che a lui si sono ispirati, vedo la casa come una piccola città, e la città come una grande casa.

Il mio progetto vuole enfatizzare come la casa può ricreare le complessità e la teatralità della città, e ciò che abbiamo perso a causa della pandemia: la città come luogo collettivo. Ecco che il progetto casa si organizza come una piccola città o villaggio. Le stanze – cucina, camere da letto, bagno – si affacciano tutte su uno spazio comune collettivo, un ampio soggiorno centrale: le stanze sono come piccole case private, il soggiorno la piazza. Per questo, per uno degli elaborati di progetto, ho realizzato un collage in cui ho recuperato la capanna primitiva, che rappresenta l’origine dell’architettura, così come l’ha reinterpretata Cesare Cesariano nel Rinascimento: nella sua versione del trattato di Vitruvio, non viene rappresentata una sola capanna ma tre, inserite nella natura e affacciate su uno spazio comune, con una chiara enfasi sull’aspetto comunitario della nascita dell’architettura e quindi della città. Ogni stanza presenta una parete attrezzata (dove non manca un lavabo per lavarsi le mani, uno dei diktat attuali) affacciata sul soggiorno/piazza, che si può muovere, consentendo la totale apertura dello spazio privato sullo spazio pubblico, che dunque si amplifica, si amplia, si apre verso l’esterno. Con queste parete mobili lo spazio si trasforma, consentendo altri usi, sia pubblici sia privati. Inoltre, pensavo a queste pareti mobili come le scene teatrali, che si muovono e cambiano, consentendo nuovi usi, anche inaspettati, della messa in scena della vita nella casa.

L’architettura urbana modifica il suo rapporto con la natura?

Il progetto è idealmente collocato nel verde, come le ville palladiane dove i nobili veneziani si rifugiavano, nella campagna e lontani dalla città: abbiamo infatti imparato come il rapporto con la natura sia un aspetto centrale nelle risposte al Covid. Ecco, dunque, che la natura partecipa alla costruzione dell’esperienza della casa, attraverso grandi aperture e accessi, sia visivamente che funzionalmente: la cucina per esempio si affaccia su un piccolo orto dove coltivare verdura e frutta (in piccolo un’altra reminiscenza dell’opera Palladio, visto che le sue ville erano anche fattorie nella campagna veneta) ed ogni stanza (anche il bagno, con una doccia esterna) presenta una stanza a cielo aperto dove vivere tra interno ed esterno l’esperienza domestica.

Quali necessità stanno diventando più evidenti?

Questa drammatica pandemia ha chiaramente messo in luce molti aspetti della nostra vita che non funzionavano: lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo tuttora, nell’ambito politico, sociale, economico. Sta succedendo anche nel mondo dell’architettura e della città, senza dubbio, a partire dalla dimensione degli spazi in cui viviamo, sia stabilmente (le nostre case e appartamenti) sia temporaneamente (negozi. musei, cinema ecc.…): spazi spesso troppo angusti, in cui la circolazione non è ben progettata, spesso non adattabile a nuove funzioni o situazioni.

Quali sono le risposte che può fornire l’architettura?

La flessibilità è diventata una delle parole chiave: la casa che diventa luogo del lavoro ne è l’esempio più chiaro. Ecco perché nel mio progetto ho introdotto l’idea della parete mobile che trasforma lo spazio: la stanza privata, utilizzabile non solo per dormire ma anche per lavorare si apre e diventa parte di ambiti più ampi, e le pareti diventano fondali per nuove attività (il gioco dei bimbi, le attività collettive della famiglia, ma anche il fondale per le chiamate via Zoom!).

Un altro aspetto centrale per il futuro è la relazione con l’esterno, che in molti casi, nella città e nell’architettura contemporanea, abbiamo negato.

La necessità della ventilazione naturale, per evitare che il virus permanga nell’aria a lungo, ha messo in crisi molti spazi, a partire dalle aule di scuole e università (che conosco bene) fino agli uffici, completamente sigillati perché aria condizionata e riscaldamento non necessitano di alcuna apertura.

Gran parte dell’architettura contemporanea, definita da facciate completamente in vetro progettate per performances tecnologiche di altissimo livello e fortemente “fotogeniche”, in cui c’è sì la trasparenza che consente la visione dell’esterno, ma l’impossibilità di accedere all’aria aperta, si rivela un grande problema in un contesto come quello in cui siamo. Per questo, come sto riflettendo nell’ambito dei miei studi, penso che dobbiamo guardare ad una architettura le cui facciate si aprono realmente e non solo visivamente sugli spazi esterni, tornando agli antichi e alla città tradizionale fatta di logge, portici, facciate abitate in cui stare, affacciarsi, vivere. Effettive estensioni dell’interno verso l’esterno, che definiscono in maniera funzionale e poetica la relazione fra edificio, strada e città, e in cui, alla fine dei conti, è la dimensione e la scala umana che definisce l’esperienza fra interno ed esterno, essenziale soprattutto ora, nell’Era Covid.

Quali sono le indicazioni per le città future?

In questo momento sto continuando le mie ricerche sulla relazione fra interno architettonico e città, usando il tema della teatralità: il progetto presentato al concorso è un frammento di questi studi.

La casa come luogo della rappresentazione del sé, la facciata interna degli spazi in cui abitiamo che diventa scena fissa del nostro vivere quotidiano e quella esterna che ritrova il rapporto fra “dentro” e “fuori”, l’interno domestico come microcosmo sia privato che collettivo, sono temi a me da sempre cari il cui fondamento teorico è costituito dalla città tradizionale – quella italiana o europea, per intenderci – costruita considerando la scala dell’esperienza dell’uomo.

È una città che per frammenti ritrovo, o voglio ritrovare, anche qui negli USA, contrapposta alle downtowns fatte di grattacieli e edifici che hanno perso la corretta dimensione e scala umana. È questa città antica, in fondo, la mia prima fonte di ispirazione: e la pandemia ha dimostrato come recuperare quella lezione può darci indicazioni per come costruire le nostre case e le nostre città nel futuro.

Patrizio M. Martinelli ha studiato all’Università IUAV di Venezia dove ha conseguito un Master in Architettura e un Dottorato in Composizione Architettonica, dove si è occupato di ricerca e insegnamento. Da agosto 2017 è Assistant Professor presso la Miami University di Oxford, Ohio. Dal 2006 è docente ospite presso la Münster School of Architecture (Germania). Ha insegnato anche alla BTU Cottbus (Germania) e alla Escuela de Arquitectura deToledo (Spagna). Il suo insegnamento e la sua ricerca si concentrano su modernismo, interni domestici e urbani, riuso adattivo e concetto di teatralità degli interni architettonici. Il suo lavoro è stato pubblicato in monografie e riviste, presentato in numerose conferenze internazionali in Italia, Germania, Polonia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Nel marzo 2020 gli è stato conferito il premio per la migliore presentazione di borsa di studio creativa dall’Interior Design Educators Council.

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