Lusso olfattivo

Quando le grandi maison europee si sono innamorate perdutamente del profumo arabo

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Dal legno di agar all’intelligenza artificiale, la profumeria araba conquista l’Occidente con una storia millenaria, fiumi di Oud, ingredienti rari e un’intensità che i profumi occidentali si sognano.

La profumeria araba non nasce ieri, né l’altro ieri. Affonda le radici in tradizioni millenarie che hanno attraversato la Via della Seta portando con sé non solo merci, ma saperi, tecniche, culture odorose. Gli Arabi perfezionarono l’arte dell’estrazione degli oli essenziali da fiori, piante e legni, e svilupparono metodi di distillazione e macerazione che ancora oggi influenzano la produzione moderna. La distillazione utilizza vapore o acqua per estrarre oli purissimi; la macerazione, invece, lascia che gli ingredienti solidi cedano lentamente il proprio aroma ai liquidi, catturando l’essenza di materie prime altrimenti inafferrabili.

L’oro liquido alla base della profumeria araba

L’Oud, noto anche come legno di Agar (Agarwood), si forma quando gli alberi del genere Aquilaria vengono infettati da specifici funghi, che inducono la pianta a produrre una resina densa, scura e straordinariamente complessa. Il risultato è un profumo terroso, animale, balsamico, dolce, fumoso e cuoiato, tutto insieme. Se tu lo chiamassi semplicemente “legno” sarebbe come se definissi la Cappella Sistina “tinteggiata”.

Il prezzo delle qualità più pregiate supera i centomila dollari al chilogrammo, più dell’oro. Ogni flacone di profumo arabo porta con sé un’idea di lusso, ma anche memoria storica distillata goccia a goccia.

Il rituale sociale del profumo

Se in Occidente il profumo è prevalentemente un fatto personale — un segreto tra te e il tuo guardaroba — nel mondo arabo la fragranza è una questione collettiva. Gli insegnamenti del Profeta Maometto incoraggiano esplicitamente l’uso dei profumi, rendendoli parte integrante della vita quotidiana, dei rituali religiosi e dell’ospitalità.

Prenditi un momento per immaginare il bakhoor. Si tratta della combustione di trucioli di legno impregnati di Oud, che rilasciano un fumo aromatico capace di avvolgere una stanza intera. Nelle società del Golfo, profumare la casa con il bakhoor prima dell’arrivo degli ospiti è un gesto di rispetto, generosità, cura.

Nel medesimo orizzonte culturale, fragranze come l’oud simboleggiano prestigio e nobiltà; la rosa damascena rappresenta femminilità e amore; l’incenso e la mirra rimandano alla sfera spirituale. Non è profumeria, è semiotica. L’olfatto è democratico. Chiunque può sentire e interpretare il messaggio.

La famiglia degli attar e il trionfo dell’Extrait

La profumeria araba si declina in forme diverse, ognuna con la propria logica e il proprio rituale d’uso.

Gli attar tradizionali sono oli altamente concentrati e privi di alcol, spesso a base di oud e olio di sandalo dalla persistenza leggendaria: dalle dodici alle ventiquattro ore, con picchi che — secondo chi li indossa — sfidano il concetto stesso di durata. L’arte di creare questi oli è tramandata di generazione in generazione.

In epoca moderna sono arrivati gli Extrait de Parfum. Formulazioni ad altissima concentrazione, pensate per resistere al calore estremo del Medio Oriente — dove le temperature possono superare i quarantacinque gradi — e per accompagnare il passaggio fluido dagli spazi aperti ai majlis – luoghi dove ricevere gli ospiti – climatizzati. Un lusso adattivo, si potrebbe dire, se l’understatement fosse di casa da queste parti.

Infine, ci sono le interpretazioni contemporanee che associano l’Oud a note di cappuccino, prugna, pralina, accordi gourmand e fruttati. A prima vista potrebbero sembrare il manifesto di un caos aromatico, ma che in realtà riflette la straordinaria duttilità di un ingrediente capace di dialogare con quasi tutto.

Tom Ford e il grande salto a Ovest

C’è un prima e un dopo nella storia della profumeria occidentale, e il confine cade nel 2007, con il lancio di Oud Wood di Tom Ford. Quel flacone, semplice ed elegante come solo gli oggetti davvero sicuri di sé possono permettersi di essere, trasformò l’Oud da ingrediente esotico a simbolo globale di lusso. Da quel momento, le grandi maison occidentali — da Louis Vuitton a Dior, da Prada a Gucci — hanno inserito note orientali nelle proprie collezioni con un entusiasmo che rasenta la conversione religiosa.

Ma la vera rivoluzione è arrivata nell’autunno del 2024, quando TikTok e Instagram hanno trasformato marchi come Lattafa e Maison Alhambra in fenomeni virali. Com’è successo? Oltre a sapienti strategie di marketing, questi brand offrono profumi dall’impronta lussuosa a prezzi che fanno impallidire quelli dei grandi nomi europei. Un flacone da 100 ml di Lattafa costa circa la metà di un equivalente di Versace o Armani, con una persistenza che lo supera nettamente. In Europa, secondo i dati di Galaxus, i profumi arabi rappresentano quasi il venti percento di tutte le vendite di fragranze. Lattafa da sola occupa il 15% del mercato. Non male per un brand che molti europei non sapevano nemmeno pronunciare fino a tre anni fa.

Il pubblico? Sorprendentemente giovane. Il 36% degli acquirenti ha meno di venticinque anni, il 31% tra i venticinque e i trentaquattro. Insieme, due terzi del mercato. Una generazione che ha scoperto la profumeria araba scrollando lo schermo e che ora la indossa esattamente come indossano i loro punti di vista, con buona pace degli altri.

I grandi nomi che devi conoscere

Ecco una mappa minima per navigare nel mondo della profumeria araba senza rischiare di perderti qualcosa di straordinario.

Ajmal è uno dei nomi più antichi e rispettati, con oltre settant’anni di storia e una maestria nell’Oud che pochi possono vantare. Amouage, fondata in Oman, è il riferimento assoluto per chi cerca la profumeria araba di alta gamma: composizioni ricche, ingredienti preziosi, un’eleganza che si prende tutto il tempo necessario. Rasasi unisce tecnica tradizionale e estetica contemporanea, mentre Swiss Arabian — fondata negli Emirati Arabi Uniti — propone un dialetto ibrido tra Oriente e Occidente.

I grandi dell’Occidente si inchinano all’Oriente

C’è dell’irinia nel fatto che le stesse maison che per decenni hanno definito i canoni del lusso globale si siano ritrovate, un bel giorno, a fare la fila davanti alla porta dell’Oriente. Louis Vuitton dedica all’Oud intere collezioni Les Sables Roses, Pur Oud — con la serietà di chi ha finalmente trovato ciò che cercava. Dior, Prada, Gucci seguono a ruota, inserendo ambra, spezie e legni resinosi in fragranze che profumano di conversione culturale quanto di sofisticazione. Pierre Montale, fondatore del marchio francese Montale, è riconosciuto come colui che ha diffuso in Europa la cultura delle note olfattive arabe ed è il caso più radicale di un profumiere occidentale che non ha incorporato l’Oriente nella propria estetica.

Il futuro profuma di algoritmi

Marchi come Rasasi e Lattafa stanno esplorando l’integrazione dell’intelligenza artificiale per personalizzare l’esperienza olfattiva, ottimizzare lo sviluppo di nuovi prodotti e coinvolgere i consumatori nel processo creativo. Strumenti di personalizzazione in negozio permettono già di creare profumi su misura, specchio di un’identità individuale costruita non solo su ciò che si vede, ma su ciò che si sente.

Al momento, le previsioni di crescita del mercato dei profumi in Medio Oriente sono di circa il 14,2% entro il 2033. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti guidano questa corsa, sostenuti da redditi elevati e da una tradizione olfattiva radicata.

E noi in Europa, con il ritardo impeccabile di chi arriva a una festa quando i festeggiamenti sono già nel pieno, stiamo imparando che certe tradizioni non si scoprono ma si riconoscono.

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