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Vittoria Baruffaldi racconta come ci si innamora con filosofia

C’era una volta l’amore

Tempo di lettura: 4 minuti

Ipotizziamo che una nostra coetanea confronti la propria storia sentimentale con quella di quattro donne di una certa età, per scoprire che i dubbi inerenti alla vita amorosa sono sorprendentemente transgenerazionali. Ipotizziamo poi che queste donne – Simone, Eloisa, Hanna e Lou – nella loro carriera si siano occupate di filosofia a tempo pieno, facendo tuttavia i conti con vite di coppia che non definiremmo sempre lineari, riuscendo a fallire clamorosamente nonostante la loro indubbia capacità di ragionamento.

Da questi primi ingredienti nasce C’era una volta l’amore, secondo libro di Vittoria Baruffaldi (edito da Einaudi) che ci racconta le gioie e le sventure di alcune donne in cui è inevitabile riconoscersi, con la consapevolezza che quando si è trattato di faccende di cuore, persino chi ha dedicato l’esistenza a speculare sul senso delle cose ci ha capito poco.

Che cos’è l’amore?

Tutti crediamo di saperlo, sin da bambini, quando lo vediamo negli occhi dei nostri genitori. Poi, nel corso degli anni, incontriamo un amore – più d’uno, prevedibilmente – decisamente meno assoluto e capace di fare del male. A quel punto cerchiamo di darci delle regole – create per essere infrante – perché l’amore non ci prenda più alla sprovvista. Lo facciamo noi, in ansia per un messaggino sul cellulare, così come lo hanno fatto Simone de Beauvoir, Eloisa, Hannah Arendt e Lou Salomè. Non c’è buon proposito, per quanto filosofico possa essere, che tenga di fronte all’irrazionalità del sentimento. L’amore bisogna viverlo come viene.

Com’è nata l’idea di coniugare filosofia e racconto?

C’era una volta l’amore è nato un po’ sulla scia di Esercizi di meraviglia, seguendo lo stesso desiderio di unire filosofia e narrazione. Negli anni, leggendo biografie e raccolte epistolari, mi sono appassionata alla vita di quattro filosofe dall’animo contemporaneo e che secondo me indagano ogni sfaccettatura dell’amore. Così mi è venuta l’idea di raccontare la storia di una donna supportata da quattro amiche filosofe che, bene o male, commettono gli stessi errori che potremmo fare noi oggi.

C’era una volta l’amore: come, dove, quando?

Ho impiegato tantissimo tempo a scriverlo – quasi tre anni – prendendomi larghe pause perché c’era la vita in mezzo. È stato un lavoro lieve e divertente ma anche faticoso perché volevo che prendesse le giuste distanze. Scrivo a casa mia, appollaiata sullo sgabello della cucina, fissando lo stipetto. Ho bisogno di silenzio e di tanto tempo ma queste condizioni sono rare perché ho una bambina e il lavoro a scuola. Il mio momento preferito per scrivere è molto presto al mattino, all’alba, quando metto su il tè e parte la lavastoviglie, mentre tutto tace.

Chi sono i personaggi che hai amato di più?

Le due più diverse, Hanna Arendt e Simone de Beauvoir. Hanna è la razionale che cerca di superare a tavolino l’abbandono di Heidegger e che alla fine trova pace nel secondo marito; lei dice che, fondamentalmente, l’amore non è sinonimo di felicità ma deve esserlo per le sue conseguenze, ad esempio se alcuni aspetti della relazione si rivelano positivi giorno dopo giorno. Hanna non crede più nel grande amore con le sue tragedie. Simone, invece, è l’anticonformista, l’indipendente, quella che non teme lo scandalo ma in amore è totalmente irrazionale, lo vive come in uno stato di delirio; l’amore per lei è meraviglioso ma è anche una disgrazia. Simone è quella che scrive lettere rancorose e piagnone a Sartre e che – pur credendo nel loro rapporto libero – si vendica delle donne che lui frequenta, lo ricatta e va a cercare le sue amanti.

Secondo la tua esperienza d’insegnamento al Liceo, chi di loro è più vicina ai sentimenti delle tue allieve?

Eloisa è una sedicenne comune. Le ragazzine d’oggi sono splendide – creature meravigliose – ma anche i loro compagni lo sono, creativi e sensibili. A lezione fanno tante domande: parliamo tanto d’amore e ci si ritrovano.

Qual è il tuo ideale d’amore?

Non ce l’ho. Avere un ideale per me è una grande fregatura perché nulla ti basterà mai. Con il tempo e l’esperienza, mi sono calata nel mondo e lo vivo per quello che è.

Puntualizzazioni amorose V.

Non finirò mai a fare l’amante. Non finirò mai a fare la moglie che sa di essere cornuta. Non finirò mai a non fare sesso per mesi. Non finirò mai a fare sesso quando lui alza il telefono, come per ordinare una pizza. Non finirò mai a farmi umiliare. Non finirò mai a decidere tutto io, dalle tende ai weekend in montagna. Non finirò mai a dire, non ti amo più, e poi continuare perché mi conviene. Non finirò mai a dire, ti amo, e poi continuare nonostante mi senta rispondere, io no, perché gli conviene. Tu sei intelligente non finirai mai a.

Si possono estrapolare degli universali che riguardano l’approccio femminile all’amore?

C’è l’illusione di comprenderlo. Le Puntualizzazioni amorose V ti fanno chiedere: se sono intelligente, perché mi sono ritrovata in questo gran pasticcio? La risposta è che la razionalità serve a poco, serve solo a re-illuminare quello che ci è accaduto, a riflettere a posteriori su quello che abbiamo vissuto. In questo le donne sono bravissime: a riflettere sulle conseguenze. È chiaro che questa caratteristica non ci aiuta ma ci rende esseri riflessivi e comprensivi: del resto, non è detto che sia necessario che tutto aiuti.

Barthes diceva: “A ognuno il suo ritmo di tristezza”. Sono stufa della dittatura della positività che incombe soprattutto su noi donne, con l’immagine della donna che deve riprendersi in fretta, reagire sempre, sorridere. Non è negativo passare attraverso lo struggimento e la sofferenza, fa parte della vita.

Amori che cominciano e amori che finiscono: la filosofia ci insegna qualcosa? In fondo sembra di no…

È questo il bello. L’amore è un ciclo eterno, inizio svolgimento e fine: poi, alla fine, ci si ricasca nuovamente. La filosofia non ci può aiutare perché non è suo obbiettivo ma ci può illuminare nelle varie tappe; serve per andare più a fondo nelle cose, ad analizzare la realtà e non per inventarne un’altra. A livello di scrittura, la fine dell’amore è la parte che mi interessava di più raccontare: la filosofia serve per viverlo in maniera più lucida. Contrariamente al sentire comune, l’espressione prenderla con filosofia significa prenderla con maggiore profondità – non con leggerezza – e starci dentro.

Vittoria Baruffaldi è nata a Torino nel 1977, è professoressa di filosofia e storia al liceo. Ha pubblicato racconti su «inutile» e «Nazione Indiana». Per Einaudi ha pubblicato Esercizi di meraviglia (2016) e C’era una volta l’amore (2020).

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