Il 2023 si presenta come l’anno che unirà ciò che unito non è stato mai: le rivalissime Bergamo e Brescia, in quello che è un gemellaggio artistico e culturale, celebrato dalla Leonessa d’Italia e dalla città dei Mille in veste di Capitale Italiana della Cultura 2023
Ricco il carnet di eventi e manifestazioni e mostre e incontri, l’anno magico di Bergamo-Brescia è stato inaugurato in pompa magna il mese scorso. Il mese di febbraio ha visto, invece, l’inaugurazione e il déballage di installazioni luminose nei punti chiave delle due città.
L’equilibrio tra promozione e salvaguardia dei beni culturali
Lo ammetto, da bergamasca e da archeologa i turisti mi danno (molto) fastidio. Tuttavia, pur tentando di superare la mia naturale repulsione, suppongo si debbano fare i conti con il marketing turistico Il problema è trovare un delicatissimo equilibrio tra la promozione e dei beni artistici e culturali e la fiera delle vacche.
Temevo come la peste questo connubio che sa di mercantaggio, nemmeno dissimulato. Già immaginavo che avrei dovuto evitare il centro città per tutto l’anno perché, nella misera quadratura di Città Alta, difficilmente si sta comodi quando si aspettano, ogni giorno, più del quintuplo dei residenti nella città cintata (circa 3.800 anime).
La visita alle installazioni di luce Light is Life. Festa delle Luci A2A ha tristamente confermato i miei timori. Le sculture di luce sono bellissime, intelligenti, modernissime e ben collocate a dialogare con il tessuto stratificato di stili e architetture. Sono distribuite in un tour ideale lungo circa cinque chilometri e comprendono alcune opere inedite: Tessellis di Angelo Bonello; il Data Mapping proiettato sulla Biblioteca Civica Angelo Mai, a opera del Collettivo Unità C1; 0,3m di Luca Brinchi e Daniele Spanò; Storie di Luce – progetto corale fatto di opere luminose, realizzate dagli allievi della accademia di Belle Arti di Bergamo “G. Carrara”. Nonostante mi sia compiaciuta – all’inaugurazione – di non dover attendere per entrare in ciascuna delle otto location al chiuso, dal 17 al 26 febbraio circa 325.000 visitatori hanno preso d’assalto un borgo che, oggettivamente, non può sostenere una simile transumanza turistica.
Città Alta, un borgo fragile
Gli equilibri della città entro le mura sono fragili. Vivere in Città Alta a Bergamo, l’ho sperimentato, è un’arte. Non ci sono strutture adatte al il turismo selvaggio, mordi e fuggi, tipico di questo genere di macchine promozionali, per quanto belle siano.
In Città Alta, servizi ce ne sono pochissimi; per qualsiasi attività burocratica bisogna “scendere” nella città bassa, così come per fare la spesa perché hanno resistito pochissime botteghe di alimentari. Dagli anni ’90 la gentrificazione ha dato inizio a un progressivo declino del mio natio borgo selvaggio. Fino ad allora esisteva ancora la possibilità di trovare gente che viveva e lavorava tra le mura; potevi addirittura contare su un fabbro e un tapezziere. Ora anche le coppie più bohèmienne se ne sono andate: il costo della vita è diventato insostenibile, i parcheggi sono inesistenti persino per i residenti e la Scorsarola, durante iweekend, è degna di Galleria Vittorio Emanuele a Milano sotto Natale.
Così, mentre venivo spintonata senza nemmeno troppi complimenti, da chi come me si voleva godere la performance luminosa della Danza degli animali di Angelo Bonello nel Chiostro del Carmine o mentre osservavo il flusso di gente che accedeva a quella perla che è Palazzo Moroni per vedere 0,3m di Luca Bianchi e Daniele Spanò, mi sono resa conto d’essere finita in una catena di montaggio: dentro un gruppo, fuori un gruppo, dentro un gruppo, fuori un gruppo ogni sera per due settimane. È dunque questo il modo per coniugare il contemporaneo con l’antico? Cosa resterà alla Bergamo più antica dopo quest’anno di “Grande Svendita, venghino Siori, venghino “? Spero di sbagliarmi molto, spero di sbagliarmi forte ad essere così negativa, Spero di avere torto come mai prima d’ora ma lo vedremo nei prossimi mesi.





