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Donne sull’orlo di una crisi di Covid

Arabeschi di Latte e il potere comunicativo del cibo

Tempo di lettura: 4 minuti

Potremmo chiamarle Donne sull’orlo di una crisi di Covid: sono imprenditrici e professioniste che si sono reinventate nel corso o a causa della Pandemia ovvero quando la crisi è la chance per cambiare. Tutto.

Descrivere in poche parole l’architetta fiorentina Francesca Sarti fondatrice di Arabeschi di Latte è una sfida. Mettiamola così: ci vogliono almeno sei generazioni di buon gusto alle spalle per riuscire a creare quel che solo lei riesce a fare con l’estetica del cibo, quasi fosse perennemente in stato di grazia. 

Lo specchio del tempo

Francesca, la prima volta che ci siamo incrociate fu per un giornale che ora non esiste più (Next Exit) e – forse – quello era il primo pezzo dedicato ad Arabeschi di Latte. Era il giugno 2006, e dell’evento di food design che organizzasti a Venezia scrissi: “l’oggetto come fonte di piacere, come elemento anticipatore di situazioni che sfruttano principalmente la fascinazione e il potere comunicativo del cibo”.

La costante ricerca, lo studio, sono stati il filo ininterrotto che mi legano alle origini. Fondamentalmente nulla e praticamente tutto è cambiato, perché quel che faccio è lo specchio del tempo in cui mi trovo e quindi mi accompagna costantemente.

Posso dire che ogni decade rinnovo il mio linguaggio e che questo accade dopo aver raccolto materiali disparatissimi. Forse rispetto a quei tempi sono più riflessiva e ciò si ripercuote in una estetica – e quindi su un senso estetico – più intima, materica, meno pop, meno oscura, meno infantile forse.

Francesca Sarti – ©Photo Amandine Alessandra

Mad & Zen

Ora vivi stabilmente a Londra. Per te che lavori con il cibo, il design, gli eventi, cosa ha significato l’ultimo anno?

Attualmente mi sento mad & zen contemporaneamente. Ho accolto con favore il dovermi fermare, poter studiare, curiosare, indagare senza lo stress del “devo consegnare il progetto” che incombeva costantemente, quindi una opportunità che mi ha liberato anche dalla claustrofobia della socialità. La pausa forzata quindi ha avuto riscontri positivi, mi sono lasciata perdere nell’otium dello sperimentare cose nuove, indagare nuovi percorsi, senza quella forzatura della deadline che se è vero ti dà l’adrenalina per agire, spesso costituisce un limite al pensare.

Project Francesca Sarti – photo by Chiara Dolma – uniform by Jessica Cabassa

L’estetica della nostalgia

Ti sei sempre concentrata sulle sensazioni che “l’arte del cibo” riesce a lasciarci addosso. Ora su cosa ti stai concentrando?

Direi sul concetto di nostalgia come estetica ma non nel senso del rimpianto temporis acti (del tempo che fu e che non è stato) quanto piuttosto sul senso che il tempo ha lasciato impresso nel ricordo della nostra mente. Inutile riproporre cose immobilmente, come se tutto attorno a noi non si muovesse, ma analizzare in prospettiva incarna quel che considero, appunto, nostalgia.

Il tema della felicità attraverso la ricerca estetica ti caratterizza. Cosa ci puoi dire adesso rispetto ad un “essere felici”?

È vero, ho sempre lavorato sul tema della felicità come condizione possibile ma quella felicità che fa parte di un forte desiderio di leggerezza à la Calvino, e non mi stupisco quindi che canzonette di Musica leggerissima abbiano così successo, incarnano l’esprit du temps che ci dice di togliere le zavorre. Non il peso, il volume, la sostanza, ma la gravità che opprime. E la felicità è anche ricercare momenti di piacere, di condivisione con l’altro dal momento che l’uomo è un animale sociale. In questo senso penso ad un progetto tutto in rosa che rifletta nel design questa ricerca di piacere e felicità.

Watertasting photo metzracine

Uno studio in rosa

Ho un debole per il Giappone, una terra che insegna molto dal punto di vista dell’estetica. In particolare Kor’eda Hirokazu ha la capacità di esprimere la felicità di ridurre, di rendere tutto essenziale, di creare una dimensione da rituale (N.d.A. Diponibile in Italia su mymovies con La verità); le Maito sisters vanno in giro in bici mentre c’è il ciliegio in fiore (rosa!) ed esprimono in maniera così eccelsa la gioia delle piccole cose, come, per dire una banalità, trovare l’arancia della forma giusta nel momento giusto che in qualche modo ho replicato nella mia quotidianità soprattutto nella prima parte della quarantena, quando ogni giorno con gli amici si condivideva “il momento bellezza” tramite citazioni, immagini, sensazioni ed anche questo è un elemento che sicuramente ha allietato questa lunga pausa.

Il bello di ciò che è unico e irripetibile, il transeunte quindi.

Esatto, ed è proprio sulla sottrazione, sulla essenzialità sullo scrollarsi di dosso il peso della “superfluità del bisogno indotto” che ragiono, osservando e studiando la bellezza in qualche modo malinconica ma essenzialissima dell’estetica del cibo nei paesi dell’ex blocco sovietico subito dopo che la cortina di ferro è crollata. Con i ragazzi sto ripensando al modo, all’estetica, all’esperienza del cibo al supermercato: è il modello, quello attuale, che vogliamo continuare ad avere e promuovere?

Francesca Sarti – Keepinitfresh – ph CIAM

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