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Cinema: il bello della bellezza!

A qualcuno piace bello

Tempo di lettura: 4 minuti

Perché, a volte, tutto ciò che cerchiamo in un film è soprattutto quella grande bellezza.

“È un film lento, è noioso, è bravo lui, è ottima lei, ha un buon ritmo, è una pallazza inguardabile, raga: andateci – capolavuoro!” Sui social network, là dove la creatività del giudizio di ognuno trova maggior spazio e libertà, al riparo dai vagheggiamenti kulturny di siti, blog e fanzine presupponenti che mirano ad assestare centinaia di calci (nel sedere?) a registi o spettatori, ma soprattutto svincolati dal gioco delle parti del voler riempire spazi web con contenuti narcisistici del tutto privi di senso, logica o anche competenza, insomma là nelle verdi praterie dei commenti e dei post dei gruppi tematici dilagano i pareri dei singoli spettatori, fruitori e recensori di quell’arte che da oltre un secolo c’incanta e ci fa sognare: il cinema.


Solitamente, gli aspetti tenuti in considerazione nel formulare verdetti sono più o meno quelli citati lassù per scherzo: regia, recitazione, scrittura, trama, dialoghi, storia, ritmo. Ma il cinema è soprattutto e sostanzialmente gioia visiva, piacere del guardare, ricerca e fruizione estetica nella ripresa e nella fotografia. In una parola: il cinema è bellezza.


Ecco quindi perché – a volte, ma non spessissimo – è proprio l’aspetto estetico-visivo a farci ricordare (e perché no, anche salvare) un film che magari di per sé è invece denso di altre pecche, oppure che non offre una storia esattamente nelle nostre corde. E diciamolo senza vergogna: come per ogni altro livello di sofisticazione, una volta “fatti gli occhi” su certe immagini, tutto il resto ci appare brutto, scadente, persino squallido (è il motivo per cui diventa per alcuni poco interessante un film come “Marriage Story“, premiato dall’hype dei social, ma di fatto che sembra girato come una di quelle brutte commedie italiane degli anni ’70 con Renzo Montagnani ed Edwige Fenech).

La bellezza che resta in mente…

Resta però il fatto che è facile concentrarci, sedersi un attimo a riflettere per tirar fuori dall’archivio della memoria film che più di altri ci hanno incantato per l’aspetto visivo, nonostante magari un ritmo lento, una lunghezza spesso eccessiva, una storia di per sé non incantevole, magari a volte persino irritante. 

Potremmo ad esempio affermare con facilità che nessuno – o quasi – oggi gira film visivamente più belli e sofisticati di Paolo Sorrentino, il padre di tutta la bellezza ne “La Grande Bellezza”, di per sé un titolo già dichiarazione d’intenti, peraltro raggiunti. Come dimostrano anche le due serie sul papato, The Young e The New Pope – e al di là del fatto che Sorrentino è uno che o lo ami, oppure lo odi – si tratta di un regista dalla firma stilistico-estetica assolutamente unica, inimitabile, riconoscibile all’istante.


Ma non è ovviamente l’unico: nel recente passato il compianto Anthony Minghella firmava un film lento e lungo, a tratti persino melenso, ma di un fascino visivo eccezionale come “Il Paziente Inglese”, rivaleggiando negli stessi anni con un altro esteta dell’immagine come Terrence Malick e il suo “La Sottile Linea Rossa”, una visione del conflitto bellico nel Pacifico decisamente unica, patinata e poetica per la forza delle immagini e della fotografia. La prova che un grande talento può rendere bellissimo per gli occhi un evento terribile come la guerra, magari anche attraverso visioni e angolazioni completamente surreali come Francis Ford Coppola con “Apocalypse Now”, un classicone che richiese ben tre anni di estenuanti riprese. Oppure con la spietata raffinatezza dell’iperrealismo visivo di Ridley Scott in “Black Hawk Down” e quelle sequenze girate con diversi frame rate, già viste ne “Il Gladiatore”.

…e quella salvifica

Ma se ci appunto sono casi in cui l’estetica aggiunge valore a un film già di per sé ottimo (un esempio è il bianco&nero di “Toro Scatenato” di Scorsese), non pochi sono i titoli che, se non fosse per una certa bellezza visiva, sarebbero già stati dimenticati: “Top Gun” (e il suo non richiesto sequel) nessuno lo andrebbe a rivedere se non fosse per le spettacolari scene di volo che nel 1984 (ma anche nel nuovo TG, oggi) sono state realizzate usando fortunatamente aerei veri, in mancanza della spesso ridondante CGI di oggi. Lo stesso si potrebbe dire di altri film di Tony Scott (sì, era il fratellino meno talentuoso), ma anche tranquillamente della difficilmente comprensibile storia raccontata da “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick, che però è confezionata in una bellezza fotografica e registica rimasta nell’immaginario collettivo, grazie anche agli innovativi – per l’epoca – effetti speciali; una lezione ripresa da Soderbergh (altro talento per la cura fotografica) con “Solaris”, remake SF di un altro capolavoro, anche stavolta tanto lento e oscuro quanto bello da vedere.

C’è infine una categoria di “grande bellezza” visiva che riporta ai dettagli e alla cura per scenografie e allestimenti d’interno, che spesso si nasconde anche all’interno di produzioni meno celebrate da un punto di vista dei critici: un esempio sono la costruzione delle scene d’azione in “Quantum of Solace” di Forster e, per restare nella saga di 007,  gli interni di Ken Adam e dei suoi “antri dei villain” nei Bond movies dei ’60s e ’70s, come pure lo stupore dell’astronave Nostromo in “Alien” o di quella di “Passengers”.


Molto di ciò che vediamo, apprezziamo al cinema e poi ricordiamo vale la pena del tempo speso anche e soprattutto per l’incanto e l’impatto visivo. E d’altra parte una verità recita che sì, il cinema ci nutre di grandi interpreti, registi eccelsi e sceneggiatura da Oscar, ma anche l’occhio vuole la sua dannata parte. Soprattutto di “bello”.

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