Un venerdì pomeriggio non sarà mai un momento qualunque. Vivetta Ponti racconta Venerdì Pomeriggio, il nuovo marchio che debutta con la stagione a/i 2026-27, tra capsule collection sostenibili, tessuti ritrovati e libertà creativa. Una moda più lenta, intima e poetica, che riscrive le regole partendo dalla vita quotidiana.
Ah, il venerdì pomeriggio.
Metti un venerdì pomeriggio, in qualsiasi mese dell’anno. Quel momento della settimana porta con sé una promessa sottile, una vibrazione di attesa che ha qualcosa di letterario.

La donzelletta vien dalla campagna, In sul calar del sole…
Viene in mente Giacomo Leopardi, con la sua fanciulla che si prepara alla festa, sospesa tra il presente e ciò che verrà. È esattamente questa euforia gentile, quasi domestica, che si ritrova nel nuovo progetto di Vivetta Ponti.
Il tempo sospeso del venerdì
Venerdì Pomeriggio nasce da un tempo ritrovato, da un ritorno a casa che è anche ritorno a sé. Più che una collezione, è un dispositivo narrativo fatto di capsule — sei all’anno — ciascuna con una propria coerenza interna, svincolata da età, genere e codici rigidi. Il cross-dressing diventa linguaggio naturale, mai dichiarazione forzata, ma pratica di libertà.
Il progetto si muove tra moda e lifestyle, iniziando da un elemento inatteso, la carta da parati, primo tassello di un immaginario domestico che si espande. La casa diventa corpo, gli oggetti diventano abiti. Un abat-jour, una tovaglia, un tavolino: tutto concorre a costruire uno spazio emotivo prima ancora che estetico.

Le suggestioni visive oscillano tra Picnic at Hanging Rock e Morte a Venezia, filtrate attraverso lo sguardo rarefatto della fotografa Sarah Moon. Le silhouette evocano prairie dresses a fiorellini o in pizzo, bloomers, grandi colli e dettagli marinari, mentre i tessuti — recuperati da stock — raccontano una sostenibilità concreta, mai ideologica. Una parte degli accessori è realizzata in collaborazione con una cooperativa sociale che promuove l’inserimento lavorativo di categorie svantaggiate ma, in realtà, tutto il progetto è concepito per aprirsi a collaborazioni che attraversano territori e competenze, dalle calzature realizzate con Vi.Bi. Venezia ai cappelli surreal couture firmati SUPERDUPER. La produzione è interamente italiana e attenta alla filiera corta. Un sistema piccolo, ma densissimo di senso.

Venerdì Pomeriggio” è un nome molto evocativo. Come nasce e cosa rappresenta per te, al di là del suo significato immediato?
«Venerdì pomeriggio… beh, è stata una lunga gestazione per questo nome, perché racchiude la storia del mio nome. “Vivetta”, all’anagrafe, nasce infatti da un misunderstanding in Comune: quando papà andò per denunciare la mia nascita, voleva chiamarmi “Vivì”, come la mia madrina greca Paraskeví (Παρασκευή), che significa proprio “venerdì”. All’Anagrafe non lo accettarono, ritenendolo troppo fantasioso, e optarono per “Vivetta”, nome di una santa dal suono simile.
In famiglia, però, sono sempre stata “Vivì”. Così ho recuperato quel nome originario, risignificandolo attraverso questo anno di distacco dal mio passato – e dal mio stesso nome – che ora riparte verso il futuro, proprio come il venerdì pomeriggio.»
Quindi il venerdì pomeriggio diventa una metafora di passaggio, di apertura verso qualcosa di nuovo?
«Sì, perché in Venerdì pomeriggio c’è anche l’estetica di un marchio orientato alla libertà, alla leggerezza, alla rinascita. È una dimensione che ho voluto esprimere con questo progetto e che voglio continuare a vivere, in maggiore armonia con me stessa, con la vita e con il quotidiano.»

Con questo progetto sembri prendere le distanze dal sistema moda tradizionale. In che modo è cambiato il tuo approccio, a partire proprio dalla scelta dei tessuti?
«Siamo basate a Firenze. Ho iniziato con un metodo di lavoro completamente nuovo: all’inizio è stato spiazzante, ma ora lo trovo più umano.
Andiamo a Prato, tra i grandi stocchisti di tessuti, che da noi sono di altissima qualità. È come entrare in una “biblioteca del tessuto”: selezioniamo ciò che già esiste e poi verifichiamo la fattibilità del progetto. Tornati in ufficio, disegno a partire dai tessuti e dai colori.
Nel sistema tradizionale è l’opposto: si parte dal moodboard e si arriva a produrre anche il tessuto, cosa che crea notevoli scarti e sprechi. In questo modo, invece, posso essere veramente green, sostenibile ed è una sfida creativa ogni volta.»
Il tuo è un approccio sostenibile molto concreto. Come si riflette anche nella struttura delle collezioni e nella loro stagionalità?
«Esatto. Anche nella stagionalità ho cambiato approccio: prima si lavorava su quattro collezioni l’anno con numeri importanti e grandi sprechi. Ora parto da capsule molto più piccole: 22 pezzi per il lancio, poi 4-5 pezzi ogni due mesi, o anche meno.»
Hai scelto anche un modello distributivo diverso. Come ti posizioni oggi in un mercato così affollato?
«Anche in questo senso ho deciso di operare una scelta in controtendenza. Di solito si produce un campionario, anche piuttosto corposo, che si presenta alle boutiques ed ai grandi magazzini del lusso. Ora, invece, vendiamo solo online. C’è in forse, nel prossimo futuro, un progetto fiorentino tradizionale – di incontro fisico con le persone che vogliono provare gli abiti o semplicemente curiosare – o dei pop-up stores, ma il digitale resta centrale.»

Il tuo progetto sembra avvicinarsi più a una sartoria contemporanea che a un brand tradizionale. È questa la direzione?
«Esattamente. Voglio mantenere tutto contenuto, controllabile, senza farmi schiacciare da un sistema che finisce per controllarti.
La creatività ne risente quando i numeri diventano troppo grandi. Desidero creare dei capi, anche quotidiani ma con quel certo non so che in più che li caratterizzi. Esclusivi nel senso originario della parola: perché finiti non si possono replicare, non li puoi trovare ovunque perché non sono stati replicati in migliaia di esemplari.»
A chi si rivolgono oggi i tuoi capi, rispetto all’accessibilità economica?
Nel Venerdì Pomeriggio che mi rispecchia, la scelta etica è stata fatta anche in questi termini: vendendo noi direttamente ci sottraiamo alla logica del ricarico (per carità, giusto!) del negoziante. I pezzi delle mie collezioni, curati, ricchi di dettagli sartoriali, sono fatti interamente in Italia, i ricami in Puglia, i ricami a macchina a Ferrara, i tessuti di qualità che sono costosi perché c’è tutto un lavoro che va giustamente riconosciuto anche economicamente. Eliminando invece le logiche del rivenditore io posso essere concorrenziale e accessibile ad una fascia di pubblico sensibile a un’idea di bellezza al giusto prezzo.
In Italia gli stipendi sono fermi da anni e non si può pensare che la bellezza sia riservata a pochi.»
Questo immaginario così forte potrebbe estendersi anche oltre l’abbigliamento. Stai pensando a un’evoluzione verso il mondo della casa?
«Abbiamo già iniziato: la carta da parati è disponibile, e ci saranno sviluppi con il vetro di Murano e per la tavola.
L’idea è costruire uno spazio integrale, ma sempre con misura, puntando sulla continuità più che sulla moda del momento.»
Infine, guardando ai più giovani: che consiglio daresti a chi oggi vuole lavorare nella moda?
«Da quest’anno, sono coordinatrice dei corsi di fashion design allo IED a Firenze, dove già da tempo insegno. La situazione è complessa. Gli studenti escono da scuola e poi non trovano lavoro – e questo non riguarda solo gli studenti IED ma anche quelli della Saint Martins o di altre scuole – perché il sistema è saturo.
In questo momento, consiglierei di guardare anche al marketing e alla strategia: lì c’è spazio per nuove idee e nuovi modi di fare.»

