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Eppure lo fa benissimo!

No, not #metoo, sorry!

Tempo di lettura: 4 minuti

The Morning Show di Apple TV è una delle 5 o 6 serie migliori di sempre.
Ma no, non parla di ciò che tutti vi stanno raccontando.

Ci sono caduti in molti, in troppi. Qualunque giornale o fanzine web sfogliate, celebra The Morning Show come il web-tv drama rivelazione dell’autunno/inverno. E in effetti lo è. Per erudirvi cosa sia e quale sia il cast stellare, vi rimandiamo a Wikipedia e ai mille altri siti o blog che parlano di TV. Con un caveat: la maggior parte di chi lo ha recensito, come si dice in americano, “got it wrong”.

Ah, ma davvero? Spiegaci, dai!

Cominciamo dai punti che davvero non possono essere messi in discussione: se in giro per il web non li avete letti come segue, ve li hanno raccontati male.

– Sì, era dai tempi almeno di Breaking Bad che non vedevamo una serie tv così cinematografica: i primi due episodi e l’ultimo (10°) sono diretti da Mimi Leder, già regista del tesissimo e bellissimo The Peacemaker, e sembrano tre mini-film più che episodi tv.
– Sì, Jennifer Aniston, che tutti abbiamo sempre pensato sia arrivata con Friends, a metà anni ’90, a incarnare col suo sorriso la Doris Day per il nuovo millennio, qui è davvero nella performance della carriera (ha vinto la Outstanding Performance by a Female Actor in a Drama Series). Tanto che ride e sorride quasi zero. Anzi, di fatto è quasi sempre incazzata nera, e proprio lì dà il suo meglio.
– Sì, il cast è stellare e lo sono anche recitazione, scrittura e dialoghi. E sì, anche i personaggi sono scritti assai meglio di quanto poteva fare Sorkin. Non vi è ancora venuta voglia di correre a vederla?

– No, se siete fan di quello lì nel punto qui sopra e cercate un altro The Newsroom (*), questa serie vi deluderà. Perché è assai meglio.
(ma soprattutto) No, non è una serie sul #metoo.

Ma quindi di cosa diamine parla?

Non del #metoo, seriamente.  E TMS a dirla tutta, non è nemmeno una serie sulla redazione di un notiziario del mattino (*). Racconta cosa succede a un network TV quando il programma di maggior successo viene sconvolto da uno scandalo. E il vero tema portante sono le lotte di potere in ambito aziendale, nello specifico in quello della media corporate (fittizia, ma assai realistica) che trasmette uno dei due show del mattino di maggior successo d’America – l’altro lo manda in onda una rete chiamata YDA e la rivalità con quest’ultima sulla guerra degli ascolti è uno dei sotto-temi più importanti.
Tuttavia, ci voleva un pretesto per generare il suddetto terremoto e perché quindi queste lotte di potere si scatenassero in tutta la loro ferocia.
E quale pretesto migliore che la sexual misconduct tra corridoi e uffici?

Ah, ma allora è sul #metoo!

No, e non insistete, su. Però, se cercavate un drama in cui tutti gli aspetti del #metoo sono descritti e trattati in maniera perfettamente equilibrata, sviscerando le ragioni dell’uno e dell’altro sesso, di vittime e carnefici, come pure di chi pensa che tutto quanto sia strumentalizzabile, allora TMS è da non perdere.

Non era facile, ma sceneggiatori ed executive producers (tra cui spiccano le stesse Aniston e Witherspoon) hanno creato uno show nello show che riesce a correre veloce e deciso sul crinale del fraintendibile, del difficile da accettare quanto da ammettere, del “siamo tutti sotto inchiesta” alla Falcetti, sino al finale. Quel finale, l’unico possibile.
E ciò che più conquista è che in questa corsa sfrenata, spericolata ma deliberata, onesta e sfacciata allo stesso tempo, la sceneggiatura si tiene in equilibrio su un filo sottile, senza cadere nei facilissimi partigianismi e fanatismi classici del tema – per i quali, per le femministe è tutta e sempre solo colpa dal patriarcato, mentre per gli uomini nelle posizioni chiave “è il potere,  bellezza, e tu puoi solo slacciarti quella camicetta”.

Insomma, sono stati bravi… Ma che significa quel finale?

Molto. Non c’è personaggio qui che sia colorato nelle tinte bianche o nere del manicheismo tradizionale di tante fiction americane. Ma, più che altro, in quel manicheismo caratteristico della narrazione partisan del male sociale della sexual misconduct. Qui nessuno è privo di colpe, di responsabilità, di mancanze: nessuno è completamente vittima, nessuno totalmente aguzzino.
E anche se questo taglio potrebbe essere additato come qualunquista o  – per usare un plastismo linguistico dei media – come cerchiobottista, in realtà non è altro che narrazione spietata de “La Realtà”. È fiction che si veste di tutta l’ipocrisia e i toni grigi di cui solo la vita vera sa così spontaneamente macchiarsi.

Sì, poche storie: per Apple è stato un debutto travolgente ed erano una decina d’anni che non si vedeva qualcosa di questa qualità in tv (no, ci spiace, neanche le prime stagioni di True Detective  o di Big Little Lies). E raccontare il terremoto assoluto in un network prendendo come pretesto il #metoo è stato un rischio notevole. Se ci pensate bene (una volta che l’avrete finita), quel finale di cui troppi un po’ miopi si lamentano era davvero l’unico possibile, soprattutto in vista della prossima stagione 2, già messa in cantiere.

Perché? Per molti motivi, ad esempio perché rispecchia com’è scritto il personaggio più riuscito e affascinante di tutta la serie, il direttore delle news operations Cory Ellison.  

Cory Chi??? Ma non c’era anche Steve Carell?

Billy Crudup con la sua faccia da schiaffi è il personaggio più sfaccettato, imprevedibile, simpatico e antipatico allo stesso tempo: un figlio di buona donna disumano quando serve, umano e comprensivo quando serve, ribelle quando si tratta di servire e basta.
E, distrattamente, uno del “boy’s club”, sì, anche lui. Ma con stile e onestà.
In sostanza, per quanto vi possa irritare con il suo sempre presente opportunismo (che però favorisce a volte se stesso, a volte il network e a volte la verità e la sincerità verso il pubblico), alla fine Cory è uno spinto anche da un implacabile e infallibile senso di giustizia. Sempre nell’ambito di una corporate americana, è vero, ma giustizia all the same. And for all.

Oh, ma allora: Steve Carell, santo cielo?

Ah, sì. C’è, anche lui. Spesso in secondo piano, ma quando esce in prima fila è bravo, bravissimo, perfetto nel ruolo del maschio in posizione di potere dominante. E umano, molto umano anche lui. Fastidiosamente, nel bene e nel male.

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