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Collaborazione e altruismo in natura

Il dilemma dell’altruismo

Tempo di lettura: 4 minuti

A cosa serve l’altruismo in natura? Da questa domanda nasce la mostra “Il dilemma dell’altruismo”, al MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Visitabile fino al 3 aprile 2022 , la mostra racconta attraverso fotografie e video sorprendenti esempi di altruismo, collaborazione e reciprocità nel mondo animale. Tra i protagonisti della mostra, anche la riproduzione 1:1 di Koko, la gorilla nata nello zoo di San Francisco, che si prese cura di un gattino come se fosse il suo cucciolo.

Empatia fra specie diverse, solidarietà, altruismo: “Il dilemma dell’altruismo. A cosa serve l’altruismo in natura” racconta attraverso foto e video alcuni fenomeni rarissimi se non unici. È il caso del delfino con la spina dorsale malformata che nuota e socializza con un branco di capodogli, del cucciolo di leopardo adottato da una leonessa o della femmina di orango, fotografata in Borneo da Anil T. Prabhakare, che mostra un gesto inaspettato di aiuto a un ranger in difficoltà: un’immagine che ha fatto il giro del mondo ed è diventata virale grazie alla potenza del suo messaggio. Tra le foto esposte anche gli asili in alta quota “istituiti” dalle femmine di camoscio appenninico, un modo efficace per alternarsi nell’allattamento, nella sorveglianza e nel riposo.

Empatia condensata anche nella storia di Koko, la gorilla di pianura occidentale che conosceva la lingua dei segni e amava i gattini. La sua replica, realizzata in materiali siliconici da Quagga wildlife art, è arrivata al MUSE. Nata allo zoo di San Francisco, aveva imparato a comunicare con gli umani. Finché nella “lingua dei segni dei gorilla” chiese un gattino come regalo di Natale. Per lungo tempo se ne prese cura come se fosse il suo cucciolo. E quando un giorno fu investito, lei reagì comunicando con i segni “male, triste e pianto”. 

Koko, legame materno ed empatia affidate al “linguaggio dei segni”

Koko era una femmina di gorilla di pianura occidentale, Gorilla gorilla gorilla, nata allo Zoo di San Francisco e vissuta per l’intera sua esistenza a contatto con gli esseri umani negli spazi della The Gorilla Foundation in California. 

Nota per aver imparato a comunicare con la sua curatrice Francine Patterson tramite la cosiddetta GSL o “lingua dei segni dei gorilla” (di cui sembrava in grado di comprendere più di 1.000 segni diversi), Koko nel 1983 chiese un gatto come regalo di Natale. Le venne donato un animale di peluche di aspetto realistico, ma Koko non ne fu soddisfatta, non ci giocò e continuò a indicare il segno “triste”. 

Il giorno del suo compleanno, nel 1984, le venne permesso di scegliere un gattino da una cucciolata di gattini abbandonati: Koko ne scelse uno grigio e bianco e lo chiamò “All Ball”. Probabilmente anche rispondendo ai segnali infantili che provenivano dal piccolo felino, Koko si prese cura del gattino come se fosse un cucciolo di gorilla, dimostrandosi una madre molto delicata e piena di attenzioni.  

Sei mesi più tardi, per errore, All Ball scappò dalla stanza e fu investito e ucciso da un’auto; quando a Koko venne comunicato coi segni che il gatto era morto, lei reagì con i segni “male, triste, male” e “broncio, piangere, broncio, triste”: nelle sue percezioni di gorilla era evidente l’empatia per la sorte del cucciolo adottivo.  

Alcuni video – le cui immagini sono state messe a disposizione direttamente dai ricercatori coinvolti negli studi – raccontano gli esempi delle cure mediche che le formiche Matabele riservano alle compagne ferite in battaglia documentate da Erik Frank dell’Università di Wurzburg, la collaborazione disinteressata tra pappagalli cinerini che arriva dal Max Planck Institute o gli esperimenti sull’empatia nei ratti, dall’Università di Chicago.

La mostra è arricchita infine da una serie di interviste di approfondimento che permettono di leggere l’altruismo e l’empatia da tre diversi punti di vista: Telmo Pievani chiama in causa filosofia della scienza ed evoluzione, Giorgio Vallortigara affronta l’argomento dal lato delle neuroscienze, mentre con la primatologa Elisa Demuru l’etologia diventa la chiave di lettura.

La mostra, inaugurata all’interno dell’edizione 2021 di “M’ammalia”, è nata da un’idea di Daniela Gentile e Gabriele Raimondi tra i banchi del Master Fauna and Human Dimension, promosso dall’Università dell’Insubria (Varese) insieme a MUSE – Museo delle Scienze (Trento), Istituto Oikos (Milano) e Fondazione Edmund Mach (San Michele all’Adige). Collabora al progetto anche un’altra studentessa del master, Gaia Cairo, che ha realizzato il progetto grafico e le illustrazioni per i pannelli della mostra.

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