Imparare a riconoscere i sentimenti

Come si diventa grandi

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Si dice che l’adolescenza sia il periodo più felice della nostra vita. Peccato che mentre la viviamo, siamo troppo impegnati a immaginarci come diventeremo da grandi. Leopardi glielo raccomandava a Silvia, di goderseli, i suoi anni di gioventù. Ma siamo pressoché certi che Silvia all’epoca fosse troppo impegnata a sognare una vita da nobildonna di provincia marchigiana. 

L’immaginario di cinema e letteratura ha da sempre ruotato intorno agli anni misteriosi di chi è appena uscito dall’infanzia e si affaccia alle soglie del mondo degli adulti. Sono pochi, una manciata appena, gli anni su cui si è concentrata l’attenzione di poeti, registi e filosofi. Cinque, forse sei. Ma che hanno prodotto così tanta letteratura e così tante immagini, che sembra che il resto della nostra vita da adulti la passiamo a rincorrere l’adolescenza. 

Perchè siamo ossessionati dal mito dell’adolescenza? 

E perchè proprio l’adolescenza è connotata da tratti enigmatici, sempre avvolta in una nube di pericolo e di minaccia? Non siamo più nel territorio dell’infanzia, siamo usciti dalla dimensione delle favole, dove tutte le storie sono perfettamente disegnate, c’è Cappuccetto Rosso e c’è il lupo cattivo. Ci siamo inoltrati in un mondo liquido, ci siamo tuffati dall’alto di una scogliera in un lago dalla superficie scura, di cui non si vede il fondo. Ci sono sempre le favole, ma quelle più dark, come Pinocchio, che deve fare un lungo percorso, come in un moderno videogame, per schivare i pericoli, per sfuggire alle tentazioni, per cedervi ma solo perchè subito dopo, ad attenderlo, c’è la redenzione. 

Al liceo, tutti noi quarantenni leggevamo Narciso e Boccadoro, qualcuno si esaltava per Siddharta. Poi è arrivato Andrea De Carlo, che con il suo Due di due ha fatto dire a milioni di ragazzini: ma questo sono io!

Oggi gli adolescenti non si immedesimano più nei personaggi dei libri, perchè leggere quando puoi vedere quelli come te fare cose divertenti attraverso uno schermo?

Ma le storie tormentate degli adolescenti continuano a vivere e a mietere successi. Uno per tutti: L’amica geniale. Lettori di tutto il mondo si appassionano a questo rapporto complesso, viscerale, simbiotico, tra due ragazzine che si alimentano a vicenda. Due opposti che si attraggono, due personaggi femminili che hanno paura a dare un nome ai propri sentimenti. Sembra che per tutti e quattro i libri non facciano che farsi la guerra, provocarsi per lasciare un segno sul corpo dell’altra, per affermare la propria identità che esiste, cresce e si definisce sempre e solo in rapporto all’altra. 

La loro relazione è oscura a loro stesse e ai lettori – che a volte si chiedono come fa Lenù ad avere perdonato Lila, dopo tutto quello che le combina – eppure, è esattamente questo accanimento affettivo che rende la storia così credibile. Perchè è nell’adolescenza che assolutizziamo i sentimenti, che abbiamo bisogno dell’amico/a del cuore, quello/a che non vediamo l’ora di baciare in una notte d’estate, dopo il bicchiere di troppo, per dare la colpa all’alcol. 

Una specie di L’amica geniale pugliese è il mio primo romanzo, La fabbrica del Santo, che ha come protagonisti due ragazzi – Salvatore e Valentino – che si muovono in una terra arsa e assolata come la Puglia del nord, il Gargano. 

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