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L’intervista a Lisa Cherrylips

Burlesque e femminino magico

Tempo di lettura: 5 minuti

Lisa Cherry Lips era quella che chiameresti un maschiaccio, cantava in un gruppo hardcore e girava in skateboard. Apparire mascolina era una scelta – un modo per non attirare troppo quel tipo di attenzione maschile che l’aveva traumatizzata da piccola – ma aveva una segreta ammirazione per le dive d’altri tempi – Sofia Loren e Betty Page, Marilyn e Audrey – e le sarebbe tanto piaciuto essere come loro.

Nel 2011, Lisa vive due esperienze che la portano a svoltare: diventa mamma e, con il cambiamento fisico, sente il desiderio fortissimo di rifiorire tirando fuori la femminilità sopita. Immediatamente dopo, segue il primo corso di Burlesque di cui si innamora perdutamente.

Il Burlesque verso la conoscenza di sé

Ritrovare il legame arcano con il mio femminile più profondo è stato un processo lento. È come se si fosse risvegliato da un torpore per diventare, man mano, sempre più nitido e concreto. L’arte Burlesque mi ha dato più consapevolezza della mia sfera sessuale. Ho trovato una Lisa diversa e ho apprezzato di più un lato che reprimevo o che – più probabilmente – non conoscevo. Ho scoperto un legame magico con la vera natura di me stessa, con l’anima selvaggia, in un viaggio che assimilerei allo scendere una scala a chiocciola interiore per scendere nel profondo.

Mettere a soqquadro la Comfort Zone

È la storia di tante donne: per anni sono stata un po’ controllata, cercavo di mantenere una linea che mi potesse amalgamare agli altri, avevo paura di farmi notare troppo o spiccare nella mia diversità. Mi adeguavo in una comfort zone che facesse stare tranquilla me e gli altri, anche se sentivo – senza comprenderlo ancora bene – che non mi apparteneva completamente. Persino nei momenti di autoerotismo facevo fatica ad avere un vero dialogo con me stessa, perdevo il filo, piuttosto evitavo. In realtà, questo modo di adeguarmi alle aspettative e nascondermi faceva sentire a disagio sia me sia il mio prossimo che, istintivamente, non sapeva bene come inquadrarmi.

Puppet, il burattino

Puppet è stato lo spettacolo che ho portato al mio primo contest di Burlesque nel 2016. Non sono particolarmente competitiva – la gara fine a sé stessa non mi interessa – ma sentivo di averne bisogno come rito di passaggio, per superare un blocco emotivo. Ho portato in scena un burattino che rappresenta simbolicamente la donna legata ai vincoli imposti della società. In Puppet – mentre oscillo tra liberarmi dai fili e rimanere legata – la musica si fa sempre più oscura: la donna burattino è spaventata a morte dalla scoperta di saper camminare da sola senza fili ma alla fine si libera superando il dolore. Non mi aspettavo di vincere e non mi importava; arrivai quarta ma ottenni dal pubblico una condivisione fortissima dei sentimenti, empatia e comprensione. Alla fine dello spettacolo piansi finalmente per me stessa, sentendomi libera: avevo raggiunto quello che desideravo tanto, anche se era stato doloroso.

Attraverso il Burlesque ho scoperto che il vero aiuto ce lo diamo noi stessi, non parte dagli altri. La felicità non la puoi trovare altrove se non in te stessa.

Dopo Puppet mi sono detta che era il momento di calarmi nel mio essere performer: quella coreografia l’ho lasciata, non l’ho più riportata in scena ed è sparita come un ponte dietro di me di cui non avevo più bisogno

Cherry Lips, la performer

Oggi il mio spettacolo preferito da portare in scena è The Witch, la strega. L’act dura circa quattro minuti in cui creo un cerchio magico che condivido con il pubblico: lì, esce tutta la mia anima. Le reazioni del pubblico sono le più disparate, non sanno se applaudire o rimanere in silenzio, a volte vengono a congratularsi dietro le quinte dicendo “Wow, che botta!”.

Il Burlesque classico – alla Dita von Teese per intenderci – ha un’anima vintage e porta in scena una donna bellissima che gioca con il pubblico, ammicca e seduce; nonostante sia ciò che aveva affascinato me, con la mia passione per le dive, il mio modo di vedere il Burlesque non è più così. Preferisco costruire un personaggio che sia pieno di energia ed arte, che sia un’estensione del mio essere; certo, una bella donna, una bomba ma anche un modo di esprimere una mia particolare visione di quest’arte.

The Witch, ad esempio, è un dark act adatto alle feste gotiche, a situazioni in cui un mantello nero è seducente quanto, altrove, delle piume di struzzo. Io sono socievole e solare ma faccio sempre un po’ fatica a integrarmi e a adeguarmi alla corrente, il mio animo va sempre un po’ contro.

Burlesqueterapia

Ho creato un percorso che si chiama La Vie en Rose libera di essere Donna. È dedicato alle donne che – com’era successo a me – sentono il bisogno di liberarsi da alcune costrizioni.

Non vestirti, non comportarti, non farti notare: noi donne siamo molto brave ad autocensurarci e quindi alcune cose ce le insegnano fin da piccole e altre ce le imponiamo noi stesse per paura, per rimanere nella nostra comfort zone.

Autolimitandoci creiamo una zona buia nei rapporti con gli altri e con i nostri compagni, diventiamo anche poco solidali tra donne. Con La Vie en Rose libera di essere Donna, ho cercato di condividere quello che ho scoperto negli anni e rompere tutti questi blocchi. Lo frequentano donne tra i 30 e i 60. I risultati più interessanti li hanno avuti le più anziane: alcune, alla fine del percorso, si sono chieste cose come “cos’ho fatto fino adesso” o hanno detto di sentirsi rinate perché il tempo di riscoprirsi non finisce mai. Sono le donne che hanno i figli grandi e vaccinati e i mariti vecchi e stanchi: c’è chi riscopre un nuovo amore ma soprattutto riprendono l’amore per sé stesse.

Durante gli incontri c’è uno scambio, una condivisione, io non insegno. Uno step è legato alla danza: si mettono in cerchio e – su delle basi musicali assolutamente casuali – una entra nel cerchio e balla. Si danno il cambio con lo sguardo, creando un’energia incredibile fatta di profumo, sensazioni, impatto visivo, vibrazioni, da pelle d’oca. Nessuna di loro fa teatro eppure, quando Laura a danzato una nascita e una morte, tutte noi l’abbiamo capita dalla testa ai piedi. Per un’ora in compagnia si liberano della quotidianità e trovano un proprio equilibrio. La fine del percorso è segnata da un servizio fotografico realizzato da Anna Volpi – Presidentessa della Biennale di Fotografia Femminile di Mantova – e da un’analisi biografica della propria femminilità, guidata dall’analista Andrea De Pasquale.

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