Mea culpa

Binge-watching intellettuale, FOMO culturale e altre bulimie estetiche

Tempo di lettura: 4 minuti

“Hai già visto la mostra? Letto quel libro? Partecipato al festival?” Viviamo in un’epoca in cui fare cultura significa anche vendere un prodotto e in cui consumare eventi culturali è equiparabile allo slancio verso un brunch domenicale. Il tutto da condividere, possibilmente con un filtro vintage. Tra mostre sold out, musei con code che girano attorno all’isolato, festival della letteratura affollati come quelli rock e servizio d’ordine all’ingresso delle librerie più instagrammabili, esploriamo il piacere ed il paradosso del binge-watching intellettuale.

Diciamolo subito, stiamo facendo un mea culpa grosso come una casa. Qui a Cosebelle sappiamo di essere i primi istigatori di questa bizzarra fear of missing out culturale. È giunto il momento di dire “meno cultura e più culturismo” oppure ha senso sgranocchiare stimoli intellettuali come se fossero taralli?

Cultura on demand

C’è stato un tempo – un’altra era – in cui cultura era sinonimo di profondità e di una certa sonnolenza, di polvere sui libri e silenzi nei musei. Oggi è, spesso e volentieri, corredata da un carosello da scrollare. Non importa se parliamo di letteratura, cinema d’essai, arte contemporanea o musica classica: ogni evento culturale diventa un happening dove trovi merchandising di design, rinfreschi gourmet, photobooth e talk con ospiti. L’esperienza è tutto, l’esperienza è brand.

In principio c’erano gli artisti poveri

Negli anni del boom economico, la cultura ha iniziato a trasformarsi da pratica elitaria a industria vera e propria. Dagli anni ’50 in poi, la nascita dei mass media – radio, televisione, cinema – ha reso l’arte e la conoscenza accessibili a un pubblico sempre più vasto, aprendo la strada a un nuovo tipo di consumo simbolico. Negli anni ’80, la logica del marketing ha colonizzato anche i musei: le mostre sono diventate eventi, i curatori star, i visitatori clienti. Internet e i social, poi, hanno spinto questa dinamica fino all’estremo, rendendo ogni fruizione culturale un potenziale contenuto da monetizzare o condividere. L’industria culturale non è più solo un sistema economico, ma una forma di desiderio collettivo, una palestra identitaria dove si allena il gusto e si costruisce il proprio “io” pubblico. Il risultato è un coacervo di estetica, status e storytelling personale. Bisogna dire con chiarezza, però, che vendere cultura non è un peccato ma una necessità per garantirne la sopravvivenza; anche le idee hanno bisogno di risorse per circolare, crescere, trasformarsi. La cultura non si svilisce nel mercato – ci vive dentro, come un organismo che si adatta per restare vitale – e lo stereotipo dell’artista maledetto e affamato è un’enorme sciocchezza da cui ci siamo affrancati.

Il capitale culturale è il nuovo capitale erotico

Lo diceva Francis Bacon, circa cinquecento anni prima che diventasse mainstream su TikTok: sapere è potere, ma soprattutto è seduzione. Oggi, il capitale culturale è la nuova lingerie mentale. Citare Annie Ernaux è sexy, conoscere il programma del Locarno Film Festival è un soft power, saper distinguere tra minimalismo giapponese e brutalismo sovietico è quasi un feticcio. Nella bio di una dating app “amo andare alle mostre” è il nuovo “cerco emozioni vere”.

Consumare o comprendere?

Impossibile non porsi una domanda (retorica): tutta questa iperesposizione alla cultura ci rende davvero più consapevoli o solo più aggiornati? È come con una skincare coreana: dieci passaggi, molto investimento e nessuna certezza sull’effettiva efficacia.

Assistere a una mostra, leggere un romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, vedere il film vincitore a Cannes sono gesti bellissimi ma che scadono nella banalità se diventano badge identitari, più che momenti di riflessione. “Ci vado perché mi rappresenta e non perché provo un bisogno interiore” è come andare a yoga con l’ansia di controllare le mail.

Troppo, troppo in fretta

C’è chi consuma cultura nello stesso modo in cui ingurgita sushi a prezzo fisso: voracemente, frettolosamente e una certa ansia da prestazione. Non basta più leggere, guardare o ascoltare: bisogna esserci, documentare, postare. Essere, come diceva Berkeley, significa essere percepiti ma se siamo visualizzati da qualche decina di k, mentre diamo le spalle alla Monna Lisa, è ancora meglio.

Ti è mai capitato di viaggiare con un amico “sgranocchiatore seriale di cultura”? È un’esperienza antropologica. Ogni museo diventa un pit stop, ogni installazione un selfie point, ogni caffè letterario un’occasione per aggiornare le stories. L’arte non si guarda, si spunta. Guai a contemplare troppo a lungo un quadro, rischi di rallentare il ritmo della giornata. Non importa se nella stessa sala del Louvre in cui è ospitato Leonardo ci siano anche Le nozze di Cana del Veronese, una delle opere più straordinarie mai dipinte: quel quadro potrà tranquillamente essere ignorato, in favore dell’influencer con il sorriso enigmatico più riprodotta della storia. Se ti è capitato, sai che quello che avrebbe dovuto essere un viaggio di scoperta, si è probabilmente trasformato in una maratona estetica, con cronometro alla mano. Il dramma è che, alla fine del viaggio, nessuno è stato in grado di ricordarsi se quella tal mostra fosse davvero bella o se lo erano solo le immagini rimaste nella memoria del telefono.

Fa abbastanza tenerezza voler vivere la cultura in maniera compulsiva ma dandosi un tono di fini intenditori ed estimatori.Forse bisognerebbe reintrodurre la riflessione come patrimonio immateriale dell’umanità.

Anna Karenina e fast sharing

Il problema è quando il contenuto si svuota e resta solo il contenitore con la giusta palette.

La soluzione non è certo smettere di frequentare rassegne e festival, né chiudersi in casa con in mano solo classici russi (anche se una rilettura estiva di Anna Karenina è sempre sorprendentemente piacevole NdA). La soluzione, forse, è darsi una calmata e rivendicare il diritto di fruire la cultura senza doverla postare. Possiamo prendere appunti a matita sul programma, non in didascalia; guardare una mostra concentrandosi sull’opera, sorvolando sul fatto che i curatori sono diventati diabolici a coordinare le pareti in modo instagrammabile; leggere un libro senza spoilerarlo in una story con una tazza di tè. Possiamo diventare consapevoli che, dietro una bulimia culturale, si nasconde il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di essere “nel giro”, anche se non si sa bene quale, come una FOMO qualsiasi.

Meno feed, più fame di sapere

Il piacere del consumismo culturale è reale e non è da demonizzare in assoluto. La fame di sapere, di bellezza, di connessioni emotive, è cosa buona e giusta ma – come in ogni dieta – anche quella culturale ha bisogno di equilibrio. Semplicemente, fermati e goditi il momento. Se pensi ne valga la pena (e che il mondo non possa proprio farne a meno), condividilo. Se ha davvero lasciato un segno nel tuo modo di pensare – non solo sul tuo feed – faccelo sapere. Così, anche noi di Cosebelle non ce lo perderemo.

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