Vecchi e bambini, due estremi dell’esistenza, ottantacinque fotografie e quarantacinque maestri per attraversare oltre ottant’anni di storia. Dal 24 settembre al 16 ottobre 2026, il CMC di Milano ospita una mostra sulla fotografia umanista, mettendo in dialogo fragilità e memoria e restituendo alla fotografia il compito di raccontare ciò che ci rende umani.
Ci sono fotografie che raccontano un istante e altre che, con delicatezza raccontano un’intera epoca. Il ritmo della vita. Vecchi e bambini nella fotografia umanista del XX e XXI secolo, in programma al CMC – Centro Culturale di Milano dal 24 settembre al 16 ottobre 2026, appartiene decisamente alla seconda categoria.
Curata dalla storica dell’arte Angela Madesani e organizzata da Franco Maria Ilardo, la mostra riunisce 85 opere di 45 maestri della fotografia, dagli anni Quaranta ai primi anni Duemila. Un viaggio transgenerazionale che mette uno accanto all’altro i due estremi della vita, l’infanzia e la vecchiaia, per osservare come siano cambiati non soltanto i soggetti fotografati, ma anche la società che li guarda.
Bambini e anziani, così lontani anagraficamente, hanno tratti in comune. Entrambi stanno, in modi diversi, ai margini della vita produttiva. Entrambi sono spesso osservati, protetti, raccontati e perfino rappresentati dagli altri. La fotografia umanista prova invece a restituire loro una voce, attraverso gesti, sguardi e relazioni.
Tra infanzia iperprotetta e culto della giovinezza
La mostra nasce da una riflessione tutt’altro che nostalgica. Negli ultimi decenni il modo occidentale di percepire le età della vita è profondamente cambiato.
L’infanzia contemporanea è spesso iperprotetta, organizzata e sorvegliata, ma anche isolata dietro gli schermi e coinvolta molto presto nelle logiche del consumo. La vecchiaia, invece, sembra avere perso quella tradizionale aura di esperienza e saggezza per entrare nel grande mercato dell’eterna giovinezza.
Una contraddizione curiosa, che aderisce perfettamente all’epoca dei social. Da una parte bambini sempre più adultizzati, dall’altra adulti che fanno di tutto per sembrare eternamente adolescenti. In mezzo resta il tempo, quello vero, che la fotografia sa fermare meglio di qualunque filtro.
Per questo Madesani sceglie deliberatamente di non concentrarsi sugli scatti degli ultimissimi anni. Il risultato è un percorso nel quale il tempo sembra rallentare e i rapporti umani tornano protagonisti, lontani dalla velocità e dalla sovraesposizione visiva del presente.
Max Baccetti e la fotografia come incontro
Il cuore contemporaneo della mostra è rappresentato da Max Baccetti, fotografo di viaggio che mette l’essere umano al centro del proprio sguardo. Nepal, Mali e Amazzonia diventano così luoghi di incontro più che semplici destinazioni esotiche.

Namche Bazar, Nepal, © Max Baccetti 1993 – 2026
Una fotografia realizzata in Nepal nel 1993 sembra condensare perfettamente il senso dell’esposizione. Un’anziana donna e una bambina sorridono davanti all’obiettivo. Forse sono parenti, forse no. Non è questo il punto. Ciò che conta è il dialogo silenzioso tra due generazioni.
Baccetti non fotografa per denunciare, ma per comprendere. Nei suoi reportage convivono la spiritualità dei saggi Dogon e l’ingenuità dei bambini della foresta, senza trasformare nessuno in una curiosità da cartolina. È una fotografia partecipata, nella quale lo sguardo non si mette al di sopra del soggetto, ma prova a stare accanto.
Le età della vita diventano paesaggio
A questo racconto si affiancano quattro opere di Paolo Simonazzi, medico e fotografo, realizzate a Cuba. Il riferimento alla frase terenziana Homo sum, humani nihil a me alienum puto introduce una riflessione sulla precarietà dell’esistenza. I suoi anziani resistono alla miseria circondati da simboli ironici e potenti, in immagini dove la fragilità non coincide mai con la resa.

Enzo Obiso porta invece nel percorso una lunga riflessione sulla figura umana. Le fotografie delle vecchie piole torinesi e dei bambini che giocano per strada raccontano una socialità spontanea, precedente alla nostra vita digitale. Poi arrivano India e Mongolia, con reportage che mostrano società sospese tra tradizione e trasformazione.
Con Paola Mongelli, allieva di Obiso, il registro diventa quasi onirico. Le due immagini realizzate in Benin nel 2004 trasformano i bambini in “piccole divinità”, figure immerse in una spiritualità laica dove l’essere umano è parte di un sistema più grande.
L’Italia che non esiste più
La seconda anima della mostra arriva dalla prestigiosa collezione napoletana di Rita e Riccardo Marone. È qui che la fotografia umanista diventa una straordinaria macchina del tempo.
Bottegai, lavoratori, anziani, bambini e abitanti dei vicoli compongono il ritratto di un’Italia povera ma intensamente vitale. Le immagini riportano alla mente l’atmosfera delle fotografie di Eugène Atget, con negozi, strade e volti che sembrano custodire una storia destinata a scomparire.
Nei vicoli di Napoli l’Agenzia Tullio Farabola racconta il dopoguerra, mentre Aldo Bonasia, Mario Cattaneo, Aldo Roveri e Antonio Sansone incontrano lo scugnizzo, figura insieme reale e cinematografica dell’Italia del Novecento.
Luciano D’Alessandro va oltre la superficie della povertà e fotografa bambini capaci di assumere pose sorprendentemente adulte. Giuseppe Leone, invece, cattura un momento di curiosità reciproca tra un anziano e alcuni bambini. Non servono grandi dichiarazioni. Bastano uno sguardo, una distanza che si accorcia, una mano.
Quando una fotografia cambia la storia
C’è poi una dimensione politica e sociale che rende la mostra ancora più attuale. La fotografia non si è limitata a documentare le condizioni dell’infanzia, ma in alcuni momenti ha contribuito a modificarne la percezione pubblica.

stampa alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat vintage,
Collezione Rita e Riccardo Marone.
Gli scatti di Lewis Hine sul lavoro minorile negli Stati Uniti rappresentano un passaggio fondamentale nella storia della fotografia sociale. Il suo obiettivo trasformò bambini invisibili in soggetti impossibili da ignorare. Il percorso prosegue con Jack Delano e Mary Ellen Mark, fino all’impegno italiano di Gabriella Mercadini, Enrico Pasquali, Barry Thumma e Tony Spina.
È forse qui che il titolo della mostra acquista il suo significato più profondo. Il ritmo della vita non è soltanto quello biologico. È anche il ritmo della società, delle trasformazioni culturali e delle responsabilità collettive.
Dai bambini di strada ai nostri schermi
Accanto ai grandi maestri, da Henri Cartier-Bresson a Robert Doisneau, da Federico Patellani a Ferdinando Scianna, da Nino Migliori a Mario De Biasi, compaiono immagini capaci di restituire una cosa oggi sorprendentemente preziosa, la lentezza.
Una vecchia signora coperta di medaglie patriottiche, bambini che fanno la verticale per strada, una giornalaia infagottata nel suo chiosco innevato, una bambina vestita da piccola suora. Sono scene apparentemente minime, ma proprio per questo potentissime.
Guardandole oggi, mentre bambini e adulti sono spesso separati da uno schermo acceso, viene spontaneo chiedersi che cosa abbiamo guadagnato e che cosa abbiamo perduto. La fotografia non dà una risposta, e forse è proprio questo il suo pregio.
Ti mette davanti agli occhi un mondo e ti lascia il compito, molto poco fotografico e molto umano, di guardarlo davvero.

tampa later alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat,
Collezione Rita e Riccardo Marone
Info utili
“IL RITMO DELLA VITA” – Vecchi e bambini nella fotografia umanista del XX e XXI secolo
24 settembre – 16 ottobre 2026
CMC – Centro Culturale di Milano
Largo Corsia dei Servi, 4 – 20122 Milano
Orari: Lunedì-Venerdi 10,30 -13,00 / 14,30 – 18,00; Sabato e domenica 15,00 – 18,00
Ingresso gratuito
Catalogo in mostra gratuito