Doppi talenti

Da Goethe a David Bowie, da Victor Hugo a Sharon Stone, il pennello come seconda voce dell’anima

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Scrittori, rockstar, statisti e dive del cinema che hanno scelto il cavalletto come confessionale segreto. Una storia di doppi talenti, zone franche e pennellate liberatorie che attraversa tre secoli di arte e cultura nel libro di Mimmo Di Marzio “Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita”.

C’è un momento, nella vita di certi geni, in cui le parole non bastano. È il momento in cui uno scrittore afferra un pennello, un cantautore prepara la tavolozza, un’attrice allunga la mano verso i tubetti di colore per guardare il mondo sotto una luce diversa, letteralmente.

Questo è il territorio esplorato da Mimmo Di Marzio nel suo libro Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita, un viaggio inaspettato tra le tele e i disegni di personalità che la storia ha consegnato ai posteri con tutt’altro biglietto da visita. Scrittori, drammaturghi, registi, rockstar, statisti e sex symbol che hanno coltivato in segreto — o a volte con orgoglio scandaloso — una passione rivelatrice per le arti visive.

Il pennello come confessionale

Il critico Giuseppe Frangi definisce questa dimensione “zona franca”, ossia uno spazio dove lo scrittore che dipinge è finalmente libero da ogni obbligo di resa dei conti, dove la grammatica compositiva può farsi quasi infantile senza che nessuno si scandalizzi, dove è concessa persino una regressione onirica. “Dipingo per non impazzire”, aveva confessato Henry Miller, che nei suoi acquerelli cercava quello sguardo amorevole sul mondo che la prosa gli negava. Una frase che, a saperla leggere bene, dice tutto.

Wolfgang, il turista disegnatore

Johann Wolfgang von Goethe non era certo un dilettante della domenica. Poligrafo di razza, autore del Faust e del Giovane Werther, elaborò anche una teoria alternativa a Newton sulla scala cromatica, affermando che i colori nascono dal contrasto tra luce e buio. Da Turner a Kandinskij, in molti gli sarebbero stati grati per quella piccola rivoluzione ottica.

Ma è durante il suo celebre viaggio in Italia — quasi due anni, dal settembre 1786 al giugno 1788, vissuti sotto lo pseudonimo di “Philipp Möller, pittore tedesco” — che Wolfgang si rivela un instancabile disegnatore. Circa tremila fogli in tutto, tra vedute romane, paesaggi siciliani e schizzi di architetture antiche. A Napoli, travolto dalla bellezza, scrisse: “Si dica o racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata.” Aveva persino pensato di abbandonare la letteratura per dedicarsi completamente all’arte visiva — salvo poi ammettere, con quella lucidità spietata propria dei geni, di essere “troppo vecchio per le arti figurative.” I posteri sanno che si sbagliava.

Johnny Depp nel suo studio – © Johnny Depp

Strindberg e il paesaggio come autobiografia

Se Goethe usava il disegno per ordinare il mondo, August Strindberg lo usava per esplodere. Fu narratore, drammaturgo, occultista e paranoide cronico e, incredibilmente, pittore di rango. Eppure, nella sua voce enciclopedica questa definizione manca quasi sempre, quando la pittura fu per lui una compagna quasi costante. I suoi “dipinti sinfonici” — onde minacciose increspate di schiuma, cieli gonfi di pioggia, coste verde-petrolio senza presenza umana — sono tra le testimonianze visive più potenti del tardo Ottocento europeo. La materia pittorica lavorata a coltello, le tele divise in due zone nette tra cielo e mare, una figurazione che si lacera verso un’astrazione pionieristica: Strindberg anticipò stilemi che sarebbero stati considerati rivoluzionari decenni dopo.

Il capolavoro rimane Salcerella viola del 1892, dipinto sull’isola di Dalarö dopo l’ennesimo divorzio: una piantina spoglia e solitaria su uno sfondo marino spatolato. I suoi paesaggi, oggi al Nationalmuseum di Stoccolma e al Musée d’Orsay di Parigi, raccontano un uomo in perenne balìa del proprio inconscio — e lo fanno con una forza che nessun dramma teatrale avrebbe potuto eguagliare.

Victor Hugo e le macchie di inchiostro

“Per fortuna mi torna subito la ragione e mi dice: vecchia bestia di un poeta, non penserai mica di essere un pittore.” Così Victor Hugo si rivolgeva a se stesso in una lettera all’amico Burty — e mentiva spudoratamente. L’autore dei Miserabili produsse oltre quattromila opere tra paesaggi, ritratti, caricature e composizioni astratte che anticipano di quasi un secolo le avanguardie del Novecento. Il suo metodo era anarchicamente affascinante: versava l’inchiostro a caso sulla carta, premeva la penna d’oca fin quando schizzava come un razzo, poi plasmava la macchia bruna finché non diventava un maniero, un bosco, un lago profondo. Eugène Delacroix era convinto che se Hugo si fosse dedicato solo alla pittura sarebbe diventato uno dei maggiori artisti del suo secolo. André Breton lo apprezzava persino più come pittore che come letterato.

Eppure Victor preferì lasciare la sua produzione visiva in eredità alla Bibliothèque Nationale di Parigi, come a voler ribadire un’ultima volta la gerarchia — le parole prima di tutto. Le sue “visioni” su carta aspettano ancora il riconoscimento che meritano: un buon motivo per fare un salto alla Maison Hugo di place des Vosges.

p. 152 – Sharon Stone, A State of Affairs, 2023, trittico, collezione private – © Sharon Stone

Dal rock al cavalletto, via Gagosian

E poi arrivano loro — i vip della musica e dello spettacolo — e la questione si fa più complicata, più rumorosa, più divertente. Bob Dylan ha esposto i suoi paesaggi americani “alla Hopper” nella galleria di Larry Gagosian a New York, condividendo la scuderia con Damien Hirst, David Hockney e Donald Judd. Non male per un cantautore folk. Paul McCartney ha scoperto il cavalletto dando libero sfogo a un talento graffitista alla Jean-Michel Basquiat, esponendo alla Walker Art Gallery di Liverpool davanti alla regina Elisabetta — e dipingendo un grande cuore rosso intitolato Big Heart per la sua allora moglie Heather.

David Bowie, il Duca Bianco, produceva ritratti a olio di matrice espressionista che alcuni critici accostarono a Frank Auerbach e Francis Bacon. Joni Mitchell si è sempre considerata “prima di tutto una pittrice.” E poi c’è Sharon Stone — sì, proprio lei — che ha rivelato in un’intervista al Times la sua nuova grande passione per la tela e i pennelli, portandola a esporre in gallerie di tutto il mondo. La prima mostra si intitolava Welcome to My Garden: benvenuti nel mio giardino.

In Italia non mancano gli esempi. Ci sono Franco Battiato con i suoi dipinti metafisici a fondo oro e Paolo Conte con i “disegni jazz” che illustrano le copertine dei suoi dischi — fino ad approdare agli Uffizi. Le malelingue parlano di corsie preferenziali per i vip, ma questi personaggi non avevano certo bisogno di ulteriore pubblicità. Se la seconda vita da pittori non rispondesse a una vera esigenza espressiva e interiore, difficilmente avremmo assistito a tutto questo — con questa impressionante coerenza, nell’arco di tre secoli.

Perché il pennello dice quello che le parole non osano

I neuroscienziati direbbero che la pittura appartiene all’emisfero cerebrale destro — quello dell’arte, dell’intuizione, dell’immagine — in perenne lotta con l'”ipertrofia” del sinistro, quello della scrittura e del linguaggio. Per uno scrittore, un musicista, un attore, imbracciare un pennello significa attraversare la frontiera verso l’altro sé: quello che non ha bisogno di argomentare, spiegare, convincere. Quello che può versare inchiostro sulla carta e aspettare che la macchia diventi un castello, un bosco, un cuore rosso per la persona amata.

È la zona franca di cui parlava Frangi. È il posto dove Pasolini liberava sogni e paure senza doverli rendere pubblici, dove Cocteau trasformava Orfeo nel suo alter ego dichiarando apertamente la propria omosessualità — lui che André Breton aveva escluso dai surrealisti proprio per questo — e dove Victor Hugo faceva esplodere tutta la tenebra romantica che la parola tratteneva. Dove, insomma, si dice la verità che le parole, anche le più grandi, faticano a contenere.

E se questo non ti convince a prenotare un biglietto per il Musée d’Orsay, per la Maison Hugo o per il Museo Hermann Hesse di Montagnola, forse è davvero arrivato il momento di aprire una scatola di acquerelli e scoprire cosa ha da dirti il tuo emisfero destro. Potrebbe sorprenderti.

Cover photo: Sharon Stone 4/ Please Don’t Step on the Grass, 2023. Acrylic on canvas, diptych, 244 x 366 cm © Sharon Stone

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