Relazioni indefinite

Situationship, fare coppia evitando accuratamente di diventarlo

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Ogni epoca inventa le relazioni che si merita. I nostri genitori si fidanzavano. Noi abbiamo iniziato a frequentarci. Poi sono arrivati gli amici speciali, i trombamici, le relazioni aperte, le persone emotivamente indisponibili e quelle che preferiscono vivere il momento. Infine è comparsa la situationship.

Una parola inglese piuttosto elegante per dire che vi scrivete ogni giorno, dormite insieme, conoscete i rispettivi traumi infantili e ignorate completamente cosa stiate facendo.

La situationship è una creatura sentimentale molto diffusa nelle grandi città, negli uffici open space, nei coworking e su qualunque app permetta di scegliere una persona con il movimento del pollice.

Si riconosce facilmente

Due persone si vedono con regolarità. Si raccontano la giornata. Conoscono gli amici. Hanno già discusso sulla temperatura della camera da letto e su quale serie guardare insieme. Una delle due ha lasciato uno spazzolino nel bagno dell’altra. L’altra continua a sostenere che potrebbe servire agli ospiti.

Poi qualcuno domanda se stanno insieme. SBAM.

A quel punto cala un silenzio simile a quello che precede la lettura di un testamento. La situationship è probabilmente l’unica relazione in cui puoi conoscere la nonna, il gatto e il commercialista dell’altra persona senza sapere se sei single.

La relazione che vive soltanto oggi

La situationship viene spesso descritta come una relazione senza etichette. Le etichette però ormai sono un dettaglio, a qualcuno ancora frega qualcosa delle definizioni?

Il vero punto è che questa relazione vive soltanto al presente. Oggi ci vediamo. Oggi stiamo bene. Oggi dormi da me. Domani boh. Il futuro viene trattato con la stessa prudenza riservata ai funghi trovati nel bosco.

Una cena venerdì prossimo va bene. Un concerto tra quattro mesi sembra già un passo avventato. Una vacanza estiva assume i contorni di un progetto europeo da sottoporre a una commissione.

Basta proporre qualcosa che superi le due settimane per assistere a una piccola trasformazione. La persona che fino a un minuto prima raccontava nel dettaglio il proprio rapporto con la madre diventa improvvisamente molto riservata.

Vivere il presente è una filosofia meravigliosa ma funziona soprattutto quando entrambe le persone stanno vivendo lo stesso presente. Perché in molte situationship una persona si gode quello che c’è mentre l’altra aspetta che quello che c’è diventi qualcosa. Una vive il momento. L’altra compila mentalmente il calendario dei prossimi sei mesi. Una pensa a sabato sera. L’altra ha già individuato un agriturismo per Pasqua. Poi ci sono anche quelli che si trovano sul concetto di presente ma uno dei due si preoccupa che in futuro l’altra persona si possa innamorare e tira pipponi insopportabili (ma questa è un’altra storia).

Tutto questo senza dire nulla, naturalmente. Il delicato equilibrio della situationship si fonda sulla capacità di fare cose da coppia evitando accuratamente le conversazioni da coppia.

Sì ma come capisci se sei dentro una situationship?

Il primo indizio riguarda il tempo. Vi scrivete più di quanto scriviate alla vostra migliore amicizia, ma ogni progetto futuro viene accolto con un prudente vediamo.

Il secondo riguarda l’intimità. Conosci il trauma scolastico dell’altra persona. Sai quale serie guarda quando è triste. Hai imparato che detesta il coriandolo, dorme con tre cuscini e mette la sveglia quattro volte. Il titolo del vostro rapporto resta invece avvolto nel mistero e un po’ mi verrebbe da dire chissenefrega.

Il terzo indizio è linguistico. Le persone in situationship sviluppano un lessico particolarmente raffinato. Stiamo bene così / Preferisco lasciare che le cose accadano / Le definizioni rovinano tutto / Vediamo dove ci porta. Frasi pronunciate spesso da chi definisce con precisione millimetrica il tipo di caffè, il vino naturale, la taglia dei jeans e il modello delle scarpe da running. Ma una relazione no, troppo stress. Meglio se resta una nebulosa.

Il quarto indizio è il più affidabile. Hai paura di fare una domanda perfettamente normale. Frequenti anche altre persone? Come vivi questa storia? Che posto occupo nella tua vita? Niente di sconvolgente ma dopo un tot di tempo, mesi intendo, viene anche abbastanza spontaneo farsi qualche domanda. Ma niente, la domanda te la tieni nella testa se non vuoi complicazioni. Nel frattempo avete già scelto una serie da guardare insieme, litigato per una risposta arrivata dopo nove ore e fatto colazione nello stesso bar abbastanza volte da ricevere il caffè senza ordinarlo. E quella domanda nella testa spesso continua ad aspettare. Quando chiedere chiarezza sembra più rischioso che restare nella confusione, la situationship ha già preso il controllo.

Non sarà un modo per nascondere qualche paura? Chiedo per un amico.

Da qualche anno sento ripetere che la nostra generazione ha paura delle relazioni. In effetti tutti gli indizi portano in quella direzione, ma più che paura la definirei grande confusione.

Una relazione dovrebbe essere qualcosa che rende la vita piacevole e a volte anche più semplice. Hai qualcuno con cui ridere, qualcuno che ti porta una tisana quando hai l’influenza, qualcuno che conosce già il finale della storia che stai raccontando e ti ascolta lo stesso. Ma c’è questa stramba idea che essere in una relazione implichi responsabilità che a me sembra folle. Io una relazione la vedo come arricchimento reciproco. Una cosa tipo 1+1=3. Però non ho mai capito un gran ché delle relazioni.

Cercando un po’ di sincerità (questa sconosciuta) anche solo con noi stessi, dovremmo ammettere che la grande paura della nostra epoca è scegliere. Scegliere una persona significa rinunciare alle alternative immaginarie. Significa ammettere che questa storia occupa un posto reale nella propria vita. Ok, forse significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni, che però è molto diverso dal trasformare l’amore in un lavoro amministrativo.

La responsabilità di una relazione dovrebbe consistere semplicemente nel trattare con cura chi abbiamo davanti. Capirai che fatica, dovrebbe essere naturale. Eppure proprio questa cosa minima sembra spaventare più di una convivenza con tre gatti e un mutuo variabile.

La situationship permette di avere intimità senza dichiarare intenzioni, presenza senza promessa, affetto senza posizione ufficiale. Una specie di versione sentimentale del contratto a chiamata. Ci si cerca quando serve. Ci si manca senza dirlo. Ci si comporta come una coppia finché nessuno pronuncia la parola coppia.

Io la percepisco come paura di qualcosa di definitivo ma vi do questa notizia: molti anni fa hanno inventato il divorzio – era il 1970 in Italia. Finiscono i matrimoni, figurati se non puoi liberamente interrompere in qualsiasi momento questo boss che chiami relazione. Brrr.

Vivere il presente mi sembra una grande rivoluzione positiva, ma ne siamo davvero capaci? Quello che osservo è che spesso le persone che si dicono più convinte di situazioni di questo tipo sono proprio le stesse che vivono nell’ansia del futuro. Rilassati bro. Nessuno vive più nell’attesa del principe azzurro o della velina perfetta da sposare, te la puoi vivere più serenamente di così.

L’epoca dello scroll ha dato il suo contributo

Scorriamo le serie, i ristoranti, le case, le offerte di lavoro e le persone. Ogni scelta sembra provvisoria perché dietro il prossimo movimento del pollice potrebbe apparire qualcosa di leggermente migliore. Una volta un tizio mi ha detto che vivere a Milano è molto figo perché è una giostra, che stava bene con me ma con tutte le donne disponibili che ci sono in giro perché fermarsi? Ho apprezzato l’onestà ma se hai superato la maggiore età fai un po’ tristezza.

La situationship lascia aperte tutte le schede del browser, nessuna viene davvero chiusa. Qualche volta funziona. Due persone possono desiderare la stessa libertà, la stessa leggerezza e lo stesso presente. In quel caso potremmo chiamarla semplicemente chiarezza, anche senza definizioni.

Il problema nasce quando una persona vive il presente e l’altra aspetta il futuro in silenzio, perché una relazione può anche non avere un nome ma dovrebbe almeno avere una direzione condivisa.

Le immagini di questo articolo sono generate con AI

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