Il 24 ottobre 1975 il 90% delle islandesi smise di lavorare, cucinare e badare ai figli per un giorno intero. Il Paese si bloccò e da lì cambiò tutto. Oggi quella storia arriva al cinema, tra ironia, archivio e la voce di Björk, e ti riguarda moltissimo.
Prova a immaginarlo per un attimo. Ti svegli una mattina qualunque e scopri che, in tutta la tua città, nove donne su dieci hanno deciso di non andare al lavoro, non cucinare, non occuparsi dei figli. Non è una provocazione né un esperimento mentale da salotto. È successo davvero, in Islanda, il 24 ottobre 1975, e la storia di quella giornata arriva ora al cinema con “Un giorno senza donne” della regista premio Emmy Pamela Hogan, dal 10 settembre nelle sale italiane grazie a Trent Film.
Islanda 1975, il giorno che fermò un Paese
Quel giorno le islandesi non scioperarono contro qualcosa in particolare. Semplicemente smisero, tutte insieme, di fare ciò che facevano ogni giorno senza che nessuno se ne accorgesse davvero. Fabbriche, scuole, uffici e negozi si trovarono improvvisamente a fare i conti con un vuoto enorme, quello lasciato dal lavoro femminile retribuito e non retribuito. Il Paese, semplicemente, si inceppò. Pamela Hogan ricostruisce quella giornata con materiali d’archivio, animazioni giocose e i racconti di prima mano delle donne che l’hanno organizzata e vissuta, restituendo un evento che meriterebbe di stare nei libri di scuola accanto alle grandi rivoluzioni pacifiche del Novecento.
Björk, Vigdís e le altre voci di una rivoluzione gentile
Tra le protagoniste del documentario c’è Vigdís Finnbogadóttir, che pochi anni dopo quella giornata sarebbe diventata la prima donna al mondo eletta democraticamente capo di Stato, guidando l’Islanda dal 1980. E poi c’è lei, Björk, che ha voluto contribuire con un brano per i titoli di coda, il primo scritto per un film in venticinque anni. Un dettaglio che basterebbe da solo a farti venire voglia di prenotare il biglietto, ma che diventa ancora più significativo se pensi a quanto l’identità islandese, fatta di ironia, cocciutaggine e senso pratico, attraversi ogni fotogramma del film. Non a caso la First Lady islandese Eliza Reid lo ha definito edificante e coinvolgente, oltre che decisamente divertente.
Perché questa storia ti riguarda oggi più che mai
Potresti pensare che sia una vicenda lontana, chiusa in un decennio di lotte femministe ormai archiviato. E invece no. Il modello dello sciopero islandese ha ispirato mobilitazioni analoghe in Spagna, Svizzera e Polonia anche nel 2018, a dimostrazione che il tema del lavoro di cura invisibile, quello che tiene in piedi famiglie e società senza mai comparire in nessun bilancio, è tutto tranne che superato. Oggi, mentre il dibattito su parità salariale, congedi parentali e redistribuzione del lavoro domestico continua a occupare le cronache anche italiane, guardare a cosa è successo in un piccolo Paese del Nord Atlantico cinquant’anni fa diventa un esercizio di immaginazione politica. Se l’Islanda è oggi ai vertici degli indici mondiali sulla parità di genere, lo deve in buona parte proprio a quella giornata di ottobre.
Il film di Hogan riesce nell’impresa non banale di trattare un tema politico enorme con leggerezza, senza mai scadere nella retorica. È un racconto corale, femminista senza essere didascalico, capace di far ridere e commuovere nello stesso momento, come confermano le recensioni internazionali dopo la prima mondiale sold out a Hot Docs.
Info utili
Titolo “Un giorno senza donne”, regia di Pamela Hogan, produzione di Hrafnhildur Gunnarsdóttir. Al cinema in Italia dal 10 settembre, distribuito da Trent Film. Durata e sale disponibili sui canali ufficiali della distribuzione.