Se pratichi yoga, o se pensi a quelli che lo praticano, immagini sempre qualcuno in pace con se stesso, con i sensi, imperturbato da tutto ciò che lo circonda, immune al dolore, alla tristezza, alle difficoltà, alla rabbia e a tutte le condizioni che normalmente attaccano l’animo umano.

Dagli anni ’60, in Occidente lo yoga è diventato un’industria miliardaria, attraendo casalinghe e hipster, fricchettoni e anziani. Ma la nostra moderna concezione dello yoga deriva molto dalla spiritualità europea del diciannovesimo secolo, e la vera storia delle origini dello yoga nell’Asia meridionale è molto più ricca, strana e più divertente di quanto molti di noi possono conoscere, sicuramente una realtà meno commercializzata e meno conosciuta.

Mi dispiace, dunque, segnalarvi che il mondo degli antichi yogi non era fatto solo di pace e di beatitudine interiore, il loro scopo non era certo allungare i fianchi e creare lo spazio nella zona del cuore, né di respirare in modo coscienzioso per trovare una nuova consapevolezza del proprio essere. No, loro praticavano per altro, ben altro. Questa cosa mi piace sempre ricordar(me)la, anche per andare un po’ più a fondo a questa pratica che ormai fanno anche i nostri amici “a quattro zampe” (e spesso con risultati migliori degli umani) e che sta perdendo il suo valore più profondo.

Al giorno d’oggi ormai ognuno da la sua interpretazione di questa parola, e disciplina, così inflazionata che conoscono tutti ma che pochi sanno tradurre in modo corretto. Pensate, è l’unica parola in sanscrito che è arrivata intatta a noi oggi e che si usa così, senza nessuna traduzione, in quanto, quando si dice “yoga” uno sa “sempre” di che cosa sta parlando, e nel bene o nel male è identificabile. Spesso è anche associata o accostata alla parola benessere, ma da questo concetto erano molto lontani questi yogi che, come dei guerrieri, si battevano per le proprie ideologie, per i metodi e le scuole di appartenenza.
Mi piace immaginarli anche così: battaglieri e spietati.

Una lettura interessante che affronta questo argomento è “Sinister Yogis” di David Gordon White.

In questo libro lo studioso affronta questa tematica indagando una serie di yogi alquanto “sinistri” e particolari che esulano dalla condizione di yogi benevoli e dallo yoga come a quella serie di stirpe semi-spirituale dove incanalare il respiro e assumere pose col nome sanscrito, i cui nomi derivano dagli animali o dal mondo naturale: cane, piccione, loto, albero. White nei suoi studi individua pratiche che li portavano a disinteressarsi del sé e non necessariamente per raggiungere uno spazio pacifico interiore del cuore; ma scopre una tribù che praticava trucchi, che si muoveva tra i corpi e che usavano i loro poteri in modi moralmente discutibili, anche se sempre affascinanti. Questa tradizione di yogi è, secondo White, «molto più interessata ai poteri soprannaturali e all’autoesternalizzazione – entrare e uscire dai corpi – che alla realizzazione silenziosa e meditativa del divino interiore».

Ecco quindi degli yogi che sono raffigurati come prodigi o stregoni e che usano le loro pericolose abilità soprannaturali – che possono includere l’innalzamento del morto, il possesso e la levitazione – per acquisire potere, ricchezza e gratificazione sessuale. Come mostra White, anche quegli yogi che non sono assolutamente malvagi hanno poca somiglianza con le supposizioni occidentali su di loro. “Sinister Yogi” abbatte l’immagine degli yogi come insegnanti distaccati e contemplativi, collocandoli nel loro giusto contesto.

 


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