Il 46. Festival Internazionale del Teatro si è svolto dal 20 luglio al 5 agosto, con la direzione di Antonio Latella: in cartellone numerosi spettacoli e appuntamenti con i protagonisti più importanti della scena teatrale contemporanea. Ho deciso di fare quindi una breve incursione nel mondo della Biennale Teatro, mi sono spinta fino in fondo, all’Arsenale di Venezia, in zona Castello, dove il turismo si dirada e rimangono gli autoctoni e qualche gabbiano.

La Biennale si è concentrata quest’anno sulla stretta relazione tra attore/performer, termini che spesso si interscambiano l’uno con l’altro, ma quale è il vero significato di entrambi? Chi è il performer e chi è l’attore? La definizione più “gettonata” è quella che ci porta a vedere nel performer chi porta in scena il proprio io, spogliato dal personaggio, mentre nell’attore chi interpreta un ruolo. Inseguendo questo fil rouge ho cercato di individuare un punto di vista che mi permettesse di cogliere queste due ambivalenze spesso sovrapposte. Ho una domanda che mi frulla in testa e che vorrei porre a voi: ha senso fare ancora questa distinzione? E se ce l’ha a chi è utile? Cambia qualcosa sul vissuto della scena? O da chi la fruisce?

Primo giorno – tra istinto e trash

Lo spettacolo di Leonardo Lidi Spettri è di matrice nettamente teatrale, anche se in alcuni momenti è piuttosto performativo. Quattro attori interpretano sei personaggi da cui escono ed entrano continuamente creando una “danza”costante di coscienza e connessione col pubblico, il personaggio e l’interprete. La sensazione che si avverte per prima è “Sporco”, da lavare, sporco da nascondere. Gli Spettri di Lidi sono vivi, forti, quasi carnivori, entrano nelle viscere, attanagliano l’animo, fanno soffrire e allo stesso tempo offrono ironia e giochi di ruolo. Sentimenti che affondano le loro radici più lontane in passati oscurati, manomessi, dimenticati, nascosti sotto il tappeto, come briciole da non vedere, rimasti sepolti per troppo tempo vengono alla luce ancora più ridondanti e fragorosi.

Spettri è una danza vorticosa tra rapporti incestuosi, suicidi e verità non dette. Fino alla estrema libeazione.

Vincent Thomasset porta in scena ENSEMBLE ENSEMBLE

Tre attori e un perfomer gestiscono la scena tra sperimentazione del linguaggio, parola e gestualità. Cosa vogliamo dire quando vogliamo dire veramente qualcosa? Una indagione su come i corpi possano produrre pensiero e come si possa dare corpo alla parola e voce al pensiero. Si sperimenta il tema del doppio – due interpreti parlano e due interpreti danno corpo alla parola – in uno scambio continuo di ruolo. Potremo definirla un’ode alla molteplicità: dei corpi, delle azioni, dei pensieri. Poteva sicuramente durare meno di 60 minuti questa ricerca di Thomasset che ricrea sul palco i consolidati temi francesi, ridodanza, filosofeggiare su “te e io” “io e tu”. Interessante lavoro sul corpo, un corpo che traduce parola, la parola che diventa gesto.

Doppio linguaggio che diventa un completarsi dell’altro in una soluzione creativa di concetto.

Simone Aughterlony “sperimenta” con Everything fits in the room

Non sarà lo “sforzo di comprendere ogni cosa” che ci porta nel limbo del teatro contemporaneo concettuale che, in alcuni casi, sa di ristagnante, di già visto, di ridondante? Il voler relazionarsi con qualsiasi oggetto presente nella stanza desnaturandolo dal suo uso abituale sa tanto di qualcosa di legato al passato che è stato a suo tempo sovversivo (come non pensare al lavoro pioneristico di Duchamp) e che ora lascia quall’amaro in bocca che non ti aspetti ancora nel 2018, portando a una condizione sterile ciò che si sta osservando. Certe volte per quanto si voglia decontestualizzare ogni cosa si rischia di cadere nel trash, che ricorda molto le prime performance berlinesi degli anni 60.

È giusto e sacrosanto attingere dal passato, ma se lo facciamo diamogli una nuova veste, elogiamo ciò che c’è stato lasciato per trovare, chessò, nuovi spunti, nuove visioni. In questo grande spazio che ha voluto “interrogare la fenomenologia dove ogni cosa può non stare bene nel proprio posto” mi ha lasciato un senso profondo di vuoto e leggera tristezza. Ha senso ridurre tutto a nudità gratuita e atti sadomaso da collocarsi in qualsiasi spazio per dare nuova vita agli oggetti che ci circondando?

Secondo giorno – tra paranormale e horror

Lo spettacolo di Tom Luz con When I Die ci parla di aldilà con humor e ilarità.
Quando a teatro ci vai per vedere cose che normalmente non ti aspetti, e per farti raccontare cose che normalmente non vedresti. Un teatro che racconta attraverso suoni e atmosfere molto più esplicite di diaologhi e parole, donando una prospettiva diversa sia nel vivere la scena che nello sguardo di chi quella scena la fruisce. Fatta di musica e immagini, i protagonisti della scena si muovono in un luogo rarefatto, chi si trova dove? Chi non c’è?

Un mix di paranormale, di dialoghi con l’aldilà fatto di musica e canti.

Giuseppe Stellato con Mind the gop

Avete mai fissato un distributore automatico di snack? Alla Biennale succede anche questo. Tutti seduti attenti ad osservare cosa succede, potrebbe accadere qualcosa di “molto grosso”, quando meno te lo aspetti, oppure assolutamente nulla. Trenta minuti di osservazione scrupolosa, la macchina inizia a rigettare cose, cose a caso parrebbe, in un crescendo enfatico sbucano: pomodorini, scarpe, sassi, conchiglie, bottiglie accartocciate ecc ecc.

Qual è la percezione che abbiamo noi e degli altri? Come interagiamo anche con gli oggetti che ci circondando? L’osservarli e manovrali ci produce degli effetti? E vederli “muoversi” di vita propria che effetto ci dà?

Jakop Ahlbon con Horror

Avete mai visto un horror a teatro? Corpi che levitano in aria, che spariscono davanti ai vostri occhi, oggetti che si muovono, spiriti malefici che attentano alla vostra vita? Non è solitamente il genere che mi piace, al cinema preferisco guardare ben altro, anche se i “grandi classici” me li sono visti e questo spettacolo conteneva buona dose di tutti.

Vedere realizzati in scena, a teatro, tutti questi “effetti” non ha precedenti al momento. È  uno spettacolo che merita. Merita attenzione, merita di essere visto, è senza dubbio un lavoro che va premiato per il lavoro del regista che mette in scena un vero e proprio “cinema” cose pazzesche accadono a cui rimaniamo esterefatti. Un teatro sperimentale, rispolverando i grandi classici dell’horror, per molti aspetti avanguardista, fino d’ora la scena non era mai stata usata in questo modo.

Photo courtesy La Biennale di Venezia.