Mi hanno chiesto l’età mentre ero terribilmente sovrappensiero. Ho avuto una esitazione, seguita dall’ossessione dell’ansioso che mi diceva “Ecco, penseranno che sei stupida e che non ti ricordi quanti anni hai”. Poi ho fatto un breve calcolo e ho risposto, e mentre pronunciavo quel numero mi ascoltavo come se fossi distaccata dal mio corpo, come se non fossi veramente io a parlare. Perché lo scollamento c’è: non rifletto mai sull’età che ho, non ho motivo né tempo di farlo e crogiolarmi su quanto sia vecchia/giovane/matura o chissà cos’altro. Però stavo pronunciando un numero altissimo. Ma in fondo è altissimo per chi? O per cosa?

Se su Google cercate le parole Women e Age quello che vi restituisce il motore di ricerca è una raccolta di articoli e studi su come varia la fertilità di una donna con l’avanzare dell’età, mentre in italiano si aggiungono le news su Uomini e Donne e un articolo in cui si afferma, con sicurezza e tono compiaciuto, che le donne sono al loro massimo di bellezza e splendore ai 38 anni. Dopo chissà, il declino inesorabile verso la morte? Sono quasi fuori tempo massimo. E allora cosa devo fare? È meglio che mi metta a riflettere ogni giorno sui miei anni e su come l’orologio biologico stia ticchettando inesorabile?

Del resto mentre intorno a me le coetanee, o quasi, parlano di figli, foto al nono mese con le mani sulla pancia, pappine e allattamento, io sono qui che discuto con le persone a cui voglio più bene (mamme e non) di come trovare uno scopo nella vita, di scegliere la felicità, di cogliere al volo le occasioni anche se sono fuori dagli schemi che hanno insegnato a tutte.

E mi chiedo, ingenuamente: cosa vuol dire questo? Che sono in ritardo sulla tabella di marcia che mi hanno installato quando sono nata femmina? Che mi perdo nella filosofia delle cose e dimentico la realtà? O che, più miseramente, mi comporto ancora come una adolescente quando a conti fatti, come si dice dalle mie parti, sono solo una “ciuccia vecchia”?

Il femminismo mi ha insegnato che c’è libertà anche in questo, che faccio quello che voglio rispettando gli altri e gli altri fanno quello che vogliono rispettando me, senza entrare nel circolo vizioso del giudizio. Questo nel mio piccolo mondo, ma fuori? Fuori ci sono i risultati di Google e il fertility day. “Sono dati scientifici” obiettano, ed è vero. I dati sulla fertilità non cambiano con l’età mentale, è biologia, ma il concetto ancora difficile da comprendere è che a 20, 30, 40 anni il corpo è mio, la vita è mia e ci faccio quello che voglio. E mentre rivendico la mia libertà di scelta questa generazione, la mia e quella dei millennial a seguire, fa i conti con una difficoltà comune nella crescita che va oltre l’avere o non avere figli.

Qui siamo davanti ad una realtà ben più complessa che riguarda uno smarrimento comune, un crescere a metà perché il lavoro è quello che è, i pagamenti pure e della stabilità è proprio meglio non parlarne.

Dove sono finite le speranze, le promesse, la sicurezza? Tutte nello stesso tritacarne, fatte a brandelli dal sistema (ma esiste davvero?), da noi stessi, dal crollo dei valori.

Una classe disagiata

Quando ho sentito per la prima volta Raffaele Alberto Ventura parlare della sua Teoria della classe disagiata (Minimum Fax) ho avuto l’illuminazione: una intera generazione che si accorge di non avere più il futuro per cui si era preparata, quello che le avevano promesso. Laureati in fisica, mi avevano detto, il lavoro lo troverai sicuramente, e poi ho scoperto sulla mia pelle che non era vero e che le mie priorità dovevano essere diverse. Rimandiamo l’età adulta, dice il saggio di Ventura, e c’è un implicito cenno a quel senso di colpa ce ci portiamo addosso perché non siamo all’altezza delle generazioni precedenti: sistemati a 25 anni, già pronti ad accollarsi un mutuo, col posto fisso. Non possiamo nemmeno più dire che i 35 sono i nuovi 25 anni, perché manco a 35 anni siamo sistemati. Non tutti. E combattiamo con i contrattini, le collaborazioni, i datori di lavoro che ci vogliono fregare, i pagamenti a 120 giorni e i rimpianti quotidiani. Se fossi stata a Milano forse avrei avuto un lavoro stabile, sì, ma la felicità dove la mettiamo? E la libera scelta in un mestiere, il mio, fortemente Milanocentrico? Dov’è la libertà che credevo di raggiungere quando sarei diventata adulta? Mi sa che non è mai esistita.

Adultolescence

In questo ragionamento Adultolescence è un termine che calza a pennello. Urban Dictionary dice, sommariamente, che riguarda colui che è fisicamente un adulto, ma si comporta ancora come un adolescente. Nella raccolta omonima di poesie di Gabbie Hanna, youtuber scopertasi poetessa arguta, il termine acquisisce più sfumature, diventa più indulgente ed elimina la componente vergogna. Non c’è niente di male nell’adultolescence, un po’ anche perché siamo tutti nella stessa barca. “L’adultolescente”, se mi passate il termine, non è più quel Vacchi che a 50 anni balla in mutande su Instagram, ma una condizione di molti, quelli che sono cresciuti anagraficamente, ma non hanno avuto i mezzi cognitivi per vivere la loro età, i fallimenti e le batoste. Una generazione a cui non s’è perdonato niente e persino l’ansia e la depressione generazionale e fisiologica che provano, conseguenza indiretta dell’incertezza e del precariato, è una colpa. Una lose-lose situation, come direbbero gli anglosassoni. Adultolescence è uscito da poco in una versione italiana che rispetta lo spirito della poesia della Hanna: senza pretese nella forma, sincera, diretta, e sorprendentemente profonda. Poesia easy si potrebbe dire e illustrazioni che ci mettono davanti ai malesseri di noi “adultolescenti” che non troviamo “la quadra” di quello che succede, ma che nonostante questo impariamo lentamente a perdonarci, ridendoci anche sopra. Il matrimonio diventa metafora di una vita stantia, fallire è finalmente una cosa buona finché continui a provarci, l’ansia viene dipinta come quello che è: un qualcosa che rovina inesorabilmente le giornate “senza rima o ragione”, ma finalmente è vera, reale, non se ne vergogna nessuno nel mondo della Hanna pur convivendoci quotidianamente.

Il ritratto che mette insieme Gabbie Hanna, con il suo enorme potere comunicativo da youtuber, è quello di donne e uomini visceralmente immaturi, ma la poesia manifesto, quella che dà il nome all’intera raccolta, è il perdono di cui abbiamo bisogno. Di colpe ne abbiamo già elencate abbastanza.

Le macerie di Zerocalcare

E il tema della crescita e dell’adultolescenza rientra in tutta la sua gloria nell’ultimo lavoro di Zerocalcare.

Macerie Prime, sei mesi dopo è appena uscito e ci ritroviamo a fare i conti con i sensi di colpa di uno Zerocalcare sempre più consapevole del suo essere adulto e preoccupato della crescita di chi gli sta intorno. Adulti che non riescono a spezzare la catena di dipendenza dalla famiglia, anche quando diventano loro stessi genitori. E non c’è colpa diretta: è il lavoro che non va, i contratti che si restringono, la volontà di mettere su famiglia che non può andare al passo con le possibilità.

Macerie Prime sei mesi dopo è uno spaccato doloroso delle domande esistenziali che la nostra generazione si pone, filtrato dal mondo personale di Zerocalcare.

C’è l’immancabile armadillo, c’è il criceto Taro e la sua riluttanza all’interazione sociale, c’è il “male di vivere” e quella ingestibile sensazione di inadeguatezza, di essere un peso per la famiglia, per il mondo intero.

E così Zerocalcare, con un intatto spirito cazzaro e geniale allo stesso tempo, dichiara placidamente che la soluzione diretta non c’è e che questa generazione, e anche le successive, hanno perso la fiducia e la prospettiva del futuro. Ma la salvezza si può comunque trovare ed è nella comunità, nell’idea che in qualche modo lo stare insieme ci possa salvare. Noi over 30 con la nostra adolescenza perenne, l’immobilità relazionale di qualcuno, il ritardo sulla tabella di marcia di altri, e quel groviglio nel petto che teniamo a bada fino a quando possiamo, ma che sappiamo di non poter sbrogliare da soli. Non è mica come un cubo di Rubik “che ci giocherelli tre minuti mentre stai al telefono e li risolvi così”.

Non c’è soluzione, allora, se non la condivisione del malessere, e va bene così. Perché, lasciatemelo dire, forse più che dell’analisi ossessiva e della fenomenologia dei trentenni di oggi abbiamo bisogno di una tregua dai nostri stessi pensieri e sensi di colpa.

E perché realizzare che si ha un potere limitato sulla propria vita e sul futuro, in fondo, è la liberazione più grande.

 

In copertina: Illustrazione di Gabbie Hanna per la copertina americana di Adultolescence.