I Tonya è il racconto di un disastro annunciato, quello di una giovane donna con un grande talento – Tonya Harding, pattinatrice americana dalle grandissime speranze, prima a realizzare un triplo axel in una competizione – e tutte le persone orribili che le sono state intorno.

La madre in primis, Lavona Harding: anaffettiva, aggressiva, fumatrice incallita e dalla bestemmia facile; si convince che la sua Tonya può diventare qualcuno solo se sotto pressione per cui la minaccia, la maltratta, le fa del male fisico e fa in modo che anche un perfetto sconosciuto la offenda poco prima della gara al campionato americano del 1991 pagando solo qualche dollaro. Ad interpretarla una crudele Allison Janney, la vincitrice annunciata dell’Oscar come miglior attrice non protagonista.

Was anything i did ever good enough for you?

You were soft. I mad you a fighter.

A suon di parolacce e coltelli lanciati addosso.

Poi tocca al primo marito, Jeff, un baffuto e convincente Sebastian Stan: un idiota violento che si mette in testa di amare la sedicenne Tonya e le rovina la carriera con mosse precise e totalmente illogiche. È storia, oramai, il suo coinvolgimento nell’affare Nancy Kerrigan, ovvero il ferimento della rivale diretta di Tonya per le Olimpiadi del 1994. Lui e il suo amico Shawn Eckhardt, assunto come guardia del corpo della moglie, organizzano quello che per loro è il delitto perfetto: cercano di spaccare un ginocchio della Kerrigan con l’aiuto di un terzo idiota e poi si fanno scoprire perché sono idioti, per l’appunto, c’è poco altro da aggiungere. Il problema? Gettano un’ombra scurissima su Tonya e la sua carriera che non la lascerà mai più e la porterà ad essere interdetta per sempre dalle piste di pattinaggio. Non sapremo mai quanti particolari Tonya conoscesse di quel piano e questo film è la sua versione dei fatti, non un documentario, e cerca di uscirne quanto più possibile pulita.

Eppure a Tonya credi dopo questo film, un po’ per il livello di paradossale che si raggiunge con la vicenda, un po’ perché l’interpretazione di Margot Robbie è talmente convincente da portarla quasi a scomparire nel personaggio (anche se come Tonya sedicenne è decisamente poco credibile).

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Un film partito in sordina presentato in esclusiva al Toronto International Film festival del 2017 e che piano piano si è conquistato il suo pubblico e ha ridato dignità a Tonya Harding. Non come atleta, ma come donna.

Una donna che ha distrutto il suo talento, ha fatto a pezzi la sua vita con una sequenza impressionante di decisioni stupide e che si è ritrovata a ricostruirsi un po’ come le capitava.

Voleva essere amata Tonya, voleva pure la celebrità e una medaglia olimpica, ma tutto si risolve nel pianto disperato durante l’esercizio delle olimpiadi di Lillehammer 1994, rovinato da un laccio rotto.

I Tonya è un film onesto e ottimamente riuscito sulla distruzione di sé e non si preoccupa della rinascita, ma focalizza l’attenzione sulla caduta e quella sequela di scuse che Tonya Harding mette insieme per giustificare i suoi errori e la sua aggressività. Del resto con quella madre come avrebbe potuto non essere così disfunzionale? La cornice di un film di qualità è una colonna sonora fenomenale, come in questo caso, che raggiunge un picco di epicità con The Chain dei Fleetwood Mac che accompagna una camminata “trionfale” di Tonya, proprio quando tutto comincia ad andare a rotoli.

I media americani del 2018 benedicono il ritorno di Tonya Harding e la sua redenzione, ma la realtà è che questa è una storia profondamente triste, a tratti squallida, che ha risvegliato tutta la morbosità del pubblico e media americani, guardoni e accusatori prima, inteneriti e parziali adesso. In una parola sola volubili e fragili, proprio come Tonya.