Quella tra me e le parole è una lunga storia d’amore: è iniziata probabilmente negli esordi della mia vita, in ricordi rimossi nella memoria per fare posto ad altri, balbettando sillabe incomprensibili; è proseguita con il primo libro donato, che aveva moltissime figure ma anche lunghe frasi che mi conducevano ugualmente in luoghi inventati; è diventata la scoperta del potere di quelle pronunciate, davanti ad uno specchio per ripetere prima di un’interrogazione scolastica, ad un’amica per condividere le proprie pene amorose o i sogni nel cassetto, attraverso un telefono o davanti ad un caffè; infine, si sono aggiunte quelle degli altri, quelle che mi hanno fatto sentire come sopra una leggera nuvola e quelle che mi hanno fatto sprofondare in bolgi infernali, quelle che mi hanno tenuto caldo d’inverno e quelle che mi facevano sentire freddo in estate. Ho scoperto ad un certo punto che le parole possono essere il diavolo e l’acqua santa, che hanno un peso, un significato, un contesto e che possono provocare gioia e dolore a livello fisico, come a quello mentale.

Per questo motivo ho trovato profondamente significativa e meravigliosa l’idea di Suzie Blake, una giovane artista australiana che ha dato vita ad una piattaforma digitale interattiva per non nascondere più a noi stesse o agli altri tutte quelle offese che il genere femminile si ritrova a subire, molto spesso, quotidianamente.

Ci chiedono di rientrare in una serie lunghissima di parole, che non si addicono a nessuna di noi: dobbiamo essere sufficientemente belle, produttive, efficienti, alte, magre, sportive, gentili, simpatiche, dolci, lo fanno attraverso quelle parole che prima ci sembravano innocue e poi si sono dimostrate difficili, indicandoci il nostro posto in una società che in realtà non ha spazio per tutti, dove loro sono a loro agio in alto e noi dovremmo esserlo in basso, piuttosto di essere tutti allo stesso livello.

Suzie ha pensato alla sua storia nel creare questo progetto, ha tenuto a mente, non facilmente, tutti quei commenti sul suo seno cresciuto precocemente e sul suo aspetto fisico, quegli stessi commenti che l’hanno spinta probabilmente a soffrire di disturbi alimentari durante la sua adolescenza e poco oltre, ha capito che c’era bisogno di ricordare ad altre che abbiamo una voce interna ma anche esterna e che usarla è il regalo più grande che possiamo farci, che non esistono solo forme convenzionali del corpo femminile, così come non esistono forme convenzionali di offese o commenti negativi.

C’è chi all’età di 12 anni è stata ripresa dalla propria madre per indossare un bikini che poteva distrarre il padre, chi ha ritenuto, nonostante il giudizio dei propri compagni di classe, poter comunque giocare a calcio, chi ha dovuto subire le osservazioni del compagno riguardo il proprio peso fisico, chi invece è stato offeso fisicamente: ci sono le storie di tutte, ci sono le parole a renderle ancora più reali, a dare una forma al segno del dolore provocato e al fenomeno che va combattuto.

The Wall of Shamed esiste su Instagram e Tumblr e tutte noi possiamo parteciparvi, inviando le nostre storie privatamente o condividendole sui social media, aggiungendo l’hashtag #wallofshamed. Inoltre dal 5 al 10 Dicembre, presso the Victorian College of the Arts Masters Graduate Exhibition, il muro è stato creato fisicamente e moltissime donne e ragazze, con penna o pennarello in mano, hanno dato il loro contributo.

Il mio, oggi, è quello di avervi raccontato questa storia, sperando che queste parole siano un’ulteriore forma di ispirazione al coraggio a essere semplicemente noi stesse.