Ci sono delle frasi prese dai libri così perfette che poi vengono appiccicate un po’ a tutto. Mentre leggevo Anni Luce di Andrea Pomella, candidato da Nadia Terranova al Premio Strega 2018, non potevo fare altro che pensare a quella frase di Lev Tolstoj sulle famiglie felici sempre uguali e quelle infelici così diverse tra loro. E poi magari è tutta una posa e sono precise anche quelle.

La nostra adolescenza e il nostro lungo passaggio all’età adulta, se visti dal di dentro, sembrano sempre così unici e originali per poi diventare simili a tutti gli altri una volta che il tempo passa e si fa pace con il quello che si diventa, presi dalle grigie scadenze del mutuo e del tagliando della macchina. Siamo diventati tutti quello che Mark Renton di Trainspotting schifava e che schifavamo insieme a lui quando lo abbiamo visto per la prima volta al cinema, nel mio caso qualche anno dopo, ad un’assemblea d’istituto.

Anni luce di Pomella ha il pregio di raccontare quello che appartiene a tutti noi, quel periodo così confuso, rabbioso, scemo del diventare adulti.

Lo racconta dalla sua personalissima esperienza, che ha i contorni di una Roma di periferia e la colonna sonora di una Seattle che si riscopre autodistruttiva. Ai Nirvana preferisce – per un caso della vita, o forse no – i più vitali (e per questo sempre lievemente derisi) Pearl Jam. Pomella scopre Ten e poi Vs e poi Vitalogy nel bel mezzo della nascita di quella musica corrosiva e voce di un malessere che per alcuni significava vero cupio dissolvi. Anche per Pomella e per i suoi compagni di sbronze quelli sono gli anni degli assoli di chitarra, dei sacchi a pelo per l’Europa e delle bottiglie di whisky economico della Standa, degli interrail e del nichilismo, degli acidi e dei pacchi di fieste divorate in una Fiat Uno e Jeremy nell’autoradio.

Ho sorriso leggendo Anni luce e questa non ha nessuna pretesa di essere una recensione neutrale perché, nonostante per me sia iniziato tutto anni più tardi, i Pearl Jam sono stati una roba simile a quello che ho letto nelle 140 pagine di questo libro. Pomella racconta se stesso ma ha la tenera forza di raccontare molto di noi. Ha la forza che ancora oggi hanno certe canzoni di rappresentare quello che eravamo, anche per un ascolto compulsivo e scioccamente maniacale che un tempo era quasi obbligatorio e che oggi, ai tempi di Spotify, diventa così impossibile. I giovani di oggi consumano i dischi come noi abbiamo consumato quelli della nostra adolescenza, dei nostri vent’anni? Avranno altri modi per ricordare tutto questo, il nostro è quello di sentire per caso l’incipit di una canzone e di tornare esattamente a quei pomeriggi fumosi nelle prime case universitarie, nei pomeriggi al bar, nelle mattine in cui non si andava a scuola e si scappava nella sala prove di qualche amico in fibrillazione per la sua prima chitarra. Le feste nella casa di campagna di un amico che diventavano tappa obbligatoria di tutti. Il vino scadente e quella malsana idea che vedevo negli occhi di qualche amico di prendere sempre le birre con più tripli malti possibili per stonarsi prima. Qualcuno lo fa ancora oggi. Quella di Pomella è una storia più “grunge” ed esagerata. Ma tutti nei propri vent’anni hanno avuto il proprio amico Q, qualche personaggio à la Squama ed è quello che in fin dei conti è un certo modo di diventare grandi. Di Anni luce si apprezza quel racconto senza fronzoli, quasi innocente. Quell’onestà che si ha quando ci si guarda indietro e si vede quello che si era, con la serenità di essersi salvati e la malinconia di essere diventati quello di cui si aveva paura, rendendosi conto che tutto sommato non è così male mangiare gluten free perché, forse, anche questo vuol dire “Non essere vuoti/ E risparmiare vita/ Bisogna viverla tutta”.

Come Pomella non ho mai visto i Pearl Jam quando Eddie Vedder era davvero ciò che mi rappresentava – quando voleva dire condividere con i miei amici essere qualcosa. Li ho visti soltanto nel 2010, ad un Heineken Jammin’ Festival. Quella volta nonostante stessimo cambiando, molti erano già dei seri lavoratori o degli strampalati neolaureati che si chiedevano che ne sarebbe stato di loro, ci siamo andati tutti, gli amici che li ascoltavano e quelli che hanno rotto infinite corde nell’imitarli, quelli che all’inizio li odiavano perché solo il rock anni Settanta aveva senso, quelli che conoscevano due canzoni in croce. Ne ho già parlato in un vecchio blog – un’altra moda ormai defunta. Quell’ora e mezza l’abbiamo vissuta lontani l’uno dall’altro. Ognuno a rivivere quello che eravamo, tutti stranamente felici ma ognuno triste a modo suo. Mentre la nostra pelle diventava d’oca con Black, ci siamo tutti voltati a guardarci, inconsapevolmente, e per un attimo abbiamo sorriso rivivendo un flash i nostri anni luce.

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