Le famose “Storie della buonanotte per bambine ribelli” arrivano al secondo volume. Quando le ideatrici, Elena Favilli e Francesca Cavallo, uscirono con la prima edizione il successo fu enorme, anche quando contrastato da voci importanti come quella di Michela Murgia, le cui riflessioni sono attualissime, e da quelle dei social e dei lettori dove ancora oggi potete trovare complimenti e critiche, in particolare se si guarda al capitolo-biografia dedicato a Margaret Thatcher.

Riparto proprio da qui perché, leggendo il nuovo volume delle Storie, mi sono fatta alcune domande sul “Fattore Donna” nei libri, nell’arte, nel cinema e via discorrendo.
Prima di tutto libri di questa natura sono un bene. Riempiono un vuoto percepito nel mercato editoriale, creando anche piccoli epigoni (un esempio è la collana delle “Antiprincipesse” di Rapsodia Edizioni), e cercano di colmare una lacuna culturale nell’infanzia raccontando vite che, tendenzialmente, nessuno leggerebbe ai propri figli.
Microsoft dimostrò l’esistenza di quella lacuna nel 2016 con uno spot-esperimento diventato virale: chiese a diversi bambini e bambine di dire almeno un nome di inventrice e nessuno fu in grado di trovarlo, dando così vita a una campagna per sostenere gli studi femminili delle STEM. Ottimo, quindi, saper pubblicare un libro che abbia come compito spiegare le vite delle altre, ma la missione è complessa e spesso la sensazione è che, pur di trovare dei nomi femminili di rilievo in risposta a quelli notissimi degli uomini, si infilino personaggi che stridono con l’opera. Oppure si va a caccia di una donna d’importanza equivalente al personaggio maschile, anche se a volte significa tirare la coperta.

Penso che leggere Storie della buonanotte per bambine ribelli volume 2 sia l’occasione per capire se e quanto l’essere donna sia presa come garanzia di positività o eccellenza, diventando, di conseguenza, “una grande”.

Se così non fosse, perché dovremmo annoverare Margaret Thatcher tra gli esempi (implicitamente positivi) da consegnare a bambine e bambini? Difficile affermare con sicurezza che sia adatta a un testo che parla di “ribelli”. Sorge quindi il dubbio che si trovi nel libro perché, semplicemente, siamo di fronte a una donna e il fatto che sia diventata Prima Ministra la rende di per sé un mito, “come what may”. Raccontare che fosse straordinaria – che implica un giudizio positivo – non è giustificare il suo operato e, anche, semplificarlo pur di avere una donna che ha fatto politica nel libro? Domanda che possiamo legittimamente porci anche per altre biografie nel libro (Hillary Clinton più della Thatcher, a mio modo di vedere, che, in diverse occasioni, puntò proprio sul suo essere donna nell’ultima campagna presidenziale).

Il “Fattore Donna” lo abbiamo visto anche durante l’ultimo Festival di Sanremo: non riesco a dimenticare quei dieci minuti in cui Michelle Hunziker e diverse signore si sono rivolte a milioni di spettatori asserendo che tutte le donne sono meravigliose, e sono madri, e che la nostra diversità è la nostra prima risorsa, concludendo che il nostro primo modello femminile è la Madonna, intesa come madre di Gesù. Questa è un’evidente arma a doppio taglio. Così finiamo a polarizzarci sul concetto di donna-Beatrice, essere semidivino che fa bene qualunque cosa tocchi solo perché è donna (ricordate quel film dal titolo insopportabile, “Ma come fa a fare tutto?”, dove lavorare e fare la spesa era messo al pari della vincita di un Nobel solo perché era una donna, Sarah Jessica Parker, a farlo? Ecco, appunto, no).

È il dubbio che ha pervaso tutta la visione di “The Post”, l’ultimo film di Steven Spielberg. La storia dovrebbe raccontare come il Washington Post sia arrivato a essere il giornale che oggi conosciamo: questo in teoria. Dopo pochi minuti s’intuisce che il twist nella trama verrà dato dalla costante presenza di Meryl Streep in una stanza piena di uomini, sempre in cerca del coraggio per esprimere la sua opinione sul giornale che è di sua proprietà. Sembra una buona premessa, se non fosse che ci mostrano un personaggio, Katharine Graham, che fatica a essere necessaria nell’impianto generale del film. Raccontano di come possieda il giornale, del suo prendere decisioni in cui nessun uomo, eccetto il Direttore che lei ha assunto, e l’avvocato, a cui lei scrive le condizioni, ha spazio, senza considerare che la vicenda principale avrebbe dovuto concentrarsi su altro (tipo quei documenti segreti dal Vietnam?). Eppure ecco che si forza la mano nel trovare una vita di donna straordinaria perché ci sono troppi maschi in questa storia. In “The Post” si finisce ad avere una macchietta anziché una grande donna, per quanto sia brava la Streep. Comprendo che se avessero messo sullo sfondo una donna sarebbero insorte mille discussioni, ma in che modo questo approccio dovrebbe aiutarci mi è oscuro.

La strada ideale che dovremmo prospettarci è quella verso un’equità tale per cui non servirà ripetere che siamo le migliori perché facciamo cose, o in risposta a cosa ha fatto un uomo, ma che siamo al pari dell’uomo perché le differenze che hanno creato il gap non hanno mai avuto senso d’esistere e oggi abbiamo la forza di dirlo.
Cover: dettaglio della copertina.