In un’anonima clinica serba Eva, appena diciottenne, si sta sottoponendo a una lunga e invasiva operazione chirurgica per cambiare sesso e diventare Alessandro, l’alter ego maschile in cui ha desiderato incarnarsi sin dall’infanzia. Nella sala d’attesa dell’ospedale c’è sua madre, che l’ha accompagnata (ancora non sappiamo in maniera quanto riluttante) oltreconfine per fare l’intervento che in Italia il giudice non aveva autorizzato e mentre attende l’esito del bisturi ricorda tutto il doloroso percorso che le ha condotte qui.
Inizia così La madre di Eva di Silvia Ferreri (Neo Edizioni), che

racconta la disforia di genere dal punto di vista di un genitore che pur provandoci non riesce ad accettare la figlia, perché in ultima analisi non è capace di amarla per quello che è.

Il romanzo è un lungo monologo che riannoda il filo della memoria alla ricerca di quel punto in cui qualcosa si è spezzato, la maglia rotta nella rete che potrebbe aver causato il “problema” di Eva. La madre ricorda la sua famiglia di origine, dove nascevano da alcune generazioni solo donne, l’amore con il marito, il tempo della gravidanza, dove cullare sogni poi rimasti disattesi, la nascita della bambina e i suoi primi anni di vita, in cui inizia a nascondere a se stessa e al mondo la possibilità che dietro la preferenza per i giochi e i vestiti maschili di Eva si celi qualcosa di più serio, per poi arrivare all’esplosione del conflitto nell’adolescenza.
Una contesa feroce, senza esclusione di colpi, che ha come terreno di gioco il corpo della ragazza, su cui la madre accampa dei diritti per il solo fatto di averlo messo al mondo, sentendosi però allo stesso tempo in colpa per averlo generato sbagliato, in difetto di qualcosa.

È questo il lato più disturbante e violento del libro: la cronaca del martirio chirurgico che Eva subisce per trasformare il suo corpo-prigione in qualcosa che le somigli davvero è cruenta, eppure a ferire di più è la guerra fredda che la madre (che resterà sempre un’entità senza nome, quasi un archetipo della maternità) scatena contro di lei, per ridurre la sua condizione a una colpa da tenere occultata sperando che prima o poi si possa risolvere da sola.
La disforia di genere di Eva viene vissuta dalla madre come un suo problema, una sua colpa, una sua tragedia, una sua mancanza, dimostrando così l’incapacità di appoggiare la figlia e amarla nella sua totalità di persona. La forza del romanzo d’esordio di Silvia Ferreri sta proprio in questo saper colpire dove fa più male, nel rapporto tra genitori e figli, quello che ci insegnano dovrebbe essere un amore incondizionato ma che raramente si dimostra tale, anche quando si nasce in una famiglia benestante e sulla carta mentalmente aperta come quella di Eva.

 

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