Il Fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e le Leggi Razziali. Momenti storici che, almeno di nome, conosciamo tutti. Film su film, libri su libri per raccontare cosa è successo agli ebrei tedeschi e austriaci, o polacchi, russi, croati, poi “La vita è bella” di Benigni che ricorda le deportazioni anche italiane e quel sentimento di orrido disagio e nausea nell’entrare nella Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento italiano esistente. Fino a qualche anno fa, quel pezzo di storia era studiato come un’immensa raccolta delle esperienze di guerra da categorizzare in maniera netta, troppo netta. Come ogni guerra che non vede confrontarsi solo due parti, una divisione precisa e definitiva è impossibile, tutto si mescola, ci sono buoni che devono fare cose cattive e cattivi che sono anche buoni e onestamente le parole buoni e cattivi hanno anche poco senso. Se ricordate la polemica dovuta al Miracolo di Sant’Anna, che teoricamente mostrava la parte oscura dei Partigiani, capirete che il terreno è ancora fertile di opinioni, dati da confrontare e necessarie riletture di ciò che è successo.

Questa sera è già domani” aiuta anche in questa scoperta del passato, come può succedere leggendo “Suite francese” di Irène Némirovsky. È un libro che conferma come la Storia abbia delle categorie, ma occhio, perché bene/male/buono/cattivo sono etichette scivolose e facilone, e quello che pensi di sapere di una città (Genova, in questo caso) o degli ebrei italiani può anche cambiare. Una volta sono stata a Ferrara, da amante della letteratura di Giorgio Bassani (anch’egli ebreo, e meraviglioso autore di storie di un’Italia malinconica e passiva), e quando sono entrata nella ormai ex-sinagoga ho avuto un brivido e ho sentito le sue parole scritte arrivarmi in faccia, come uno schiaffo. Pensiamo di sapere tutto, e invece…

Gli ebrei italiani nel 1938, ma anche nel 1943, mentre era in corso una guerra interna, sembrano non essere adatti né a una parte né all’altra, nemici di tutti e di nessuno. E se ci aggiungiamo i passaporti stranieri, come nel caso di Marc Rimon, personaggio del libro realmente ispirato al marito dell’autrice, tutto è ancora più confuso e ambiguo e meschino. Sei italiano, però sei anche straniero, però sei ebreo, ma ebreo vuol dire comunque straniero?

Lia Levi, che con il suo libro potrebbe arrivare alla cinquina finale del Premio Strega, è un’autrice prolifica e premiata in più occasioni (a cominciare con il Premio Elsa Morante Opera Prima e chiudendo con il Premio Pardès per la Letteratura Ebraica), pubblicata da Edizioni E/O. Il suo lavoro è importante soprattutto per ciò che vuole lasciare alle giovani generazioni: molti dei suoi libri sono per l’infanzia e gli adolescenti, e parlano di Memoria. Prendendo spunto da un documento originale del marito, Luciano Tas, che mostra la sua entrata salvifica e riconoscente in Svizzera e la scrittura piccola e corsiva della parola “ebreo” su un lato, Levi fa un giro molto più ampio per spiegarci la storia densa dell’Italia, dove l’ambiguità e le informazioni a spezzoni entrano nel quotidiano, cosa che a volte, va detto, ci permette di sopravvivere anche nelle situazioni peggiori. E così le notizie di congiure giudaiche e attacchi agli ebrei in Germania diventano “smargiassate” per i protagonisti, che minimizzando cercano di creare uno scudo contro quello che verrà, e la “razza ebraica” in contrasto con quella italiana sono solo «notizie brevi, secche, prudenti». C’è da immaginarselo questo gruppo di genovesi che cerca nel Popolo D’Italia traccia e conferma di quello stereotipo italiano secondo cui scriviamo e diciamo le cose ma non le pensiamo davvero, siamo dei giocherelloni. Una variante di quel “Italiani brava gente” che dovrebbe far apparire l’Italia e i suoi cittadini gli ultimi della Storia, innocui e attenti solo alle querelle sulla pizza, quando invece siamo più complicati e intelligenti, e dirigiamo le orchestre molto attentamente.

Un brano del libro, per esempio, dice che «Gli ebrei dovevano smettere di lamentarsi. La verità era questa: “Il governo fascista non ha alcuno speciale piano persecutorio contro gli ebrei in quanto tali. Discriminare non significa perseguitare”. Lʼultima frase Osvaldo lʼaveva quasi declamata.».

Sebbene ci siano alcune incertezze nel testo, frasi e aggettivi a volte un po’ stucchevoli (“aveva occhi celesti da bambino nato di mattina”, “ragazza di esemplare magrezza”, “la ragazzina che abbozzava una probabile futura bellezza”), la storia di Lia Levi amplia la visuale sulla Memoria, inizia innocente per poi rivelare la crudezza delle scelte che nessuno vuole fare, e che procrastina fino alla fine.

 

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