Quando ho stretto la mano per la prima volta alla mia ex collega Amal, di colore, velata, mi sono sentita salutare così: “Ah, sei italiana! Mio nonno sa l’italiano, lavorava come aiutante per un sarto di Firenze in Etiopia”. Sentii un legame speciale con lei, ma mi vergognai del fatto di non sapere quasi nulla di cosa avessero fatto i miei connazionali in Abissinia.

Quando in Texas il tassista nero che mi portava all’aeroporto mi ha chiesto di dove fossi, alla risposta ha commentato: “Io sono etiope! Sai dov’è l’Etiopia, vero? Se non lo sapessi, dovrebbero toglierti il passaporto italiano!”. In quella seconda occasione mi sono vergognata ancora di più, perché non solo sapevo poco dell’argomento, ma non avevo nemmeno idea che potesse essere tanto importante.

I fatti legati alle ex colonie italiane sono sempre state, in effetti, motivo di sghignazzo nelle chiacchiere tra amici, nulla di più. Eravamo in Libia prima che si scoprisse il petrolio, che idioti! Eravamo in Etiopia e l’Italia si definiva Impero: ridicolo! Ci abbiamo provato e abbiamo fatto una figura da imbecilli. Quello che tutti sanno è che Etiopia ed Eritrea avrebbero coronato il delirio di onnipotenza di Mussolini, che tanti volontari entusiasti sono partiti, e che nel giro di pochi anni siamo stati rispediti a casa con un sonoro calcio nel didietro.

Ma cosa è successo in quei pochi anni (cinque)? Con Sangue giusto, Francesca Melandri ci racconta tutto. Non solo attraverso una ricerca storica mastodontica e accurata nei minimi dettagli, ma soprattutto creando una trama dove passato e presente sono talmente intrecciati da sembrare necessaria conseguenza: dalla campagna d’Africa degli anni 30, ai fasti dei governi berlusconiani (la vicenda principale ha luogo nel 2012), dai barconi che arrivano dalla Libia, ai treni stracolmi di ebrei diretti ai campi in Polonia.

Lo si potrebbe definire un libro di denuncia, se non fosse che i crimini perpetrati dagli italiani in Abissinia sono aperti, ammessi dai responsabili, e largamente documentati, è solo che a scuola non ci si preoccupa di parlarne, né io personalmente mi sono mai presa la briga di documentarmi. Ma non solo: si potrebbe definire Sangue giusto anche una saga familiare. Perché le vicende della famiglia Profeti si estendono per un secolo intero, da Ernani ad Ilaria, per poi continuare in un modo inaspettato ma inevitabile.

Si potrebbe però anche definire Sangue giusto un viaggio nel tempo e nello spazio. La regia sapiente della scrittrice, i suoi cambi di scena e i suoi flashback ti fanno restare incollato al libro. Non fai in tempo ad assuefarti alla scena precedente, che ti ritrovi ad Addis Abeba negli anni 30, o in una prigione libica nei primi 2000, o nella Roma del 2010. La Roma del traffico sfiancante, degli bangaldesi che vendono le rose, dei cinesi che cucinano di notte, la Roma del parcheggio impossibile, dei parlamentari a cui chiedere i favori, degli indignati e degli attori di soap opera. È in questa Roma, in questa Italia, con tutte le sue ingiustizie ed i suoi problemi, che arriva Shimeta, reduce di ben altre ingiustizie e problemi, e scoperchia il vaso di Pandora della famiglia Profeti, sconquassando uno status quo conquistato dopo anni.

Mi è stato inevitabile per tutta la lettura chiedermi se questo libro credesse in un barlume di speranza, e se sì, dove la riponesse. Perché al netto della parte centrale su guerra, torture, stupri e armi chimiche, dopo che tutto intorno è ingiustizia e dopo che l’approfittarsene sembra l’unica via per salvare la pelle, volevo davvero capire se in questo disastro così attuale c’è qualcosa che faccia intravedere una speranza.

C’è. Ed è nelle singole scelte delle singole persone. Emerge soprattutto nel finale, ma in generale il libro è costellato di piccoli o grandi gesti compiuti da persone con un cuore diverso, con una coscienza diversa. Non solo Ilaria, la protagonista, come si potrebbe pensare, per il suo essere eticamente irreprensibile fino al moralismo, per il suo essere idealista, attiva e instancabile nella lotta per i propri giusti princìpi. Ma anche suo fratello Attilio, che vive in modo molto diverso da lei. Ed Ernani, e Carbone, ed altri. Ilaria non è l’unica salvatrice perché è la più coerente, ma esattamente come altri personaggi maggiori e minori è salvatrice perché non crede che esistano un sangue giusto e uno sbagliato, ma che tutti gli uomini sono uguali. C’è chi lo crede per amore, chi per ideale, chi per amicizia. E sono questi i personaggi che magari non cambiano il corso della storia – purtroppo –  ma che nel dipanarsi spietato della storia, inseriscono uno sguardo davvero umano.

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