“È una fatica immane non concedersi mai perfettamente ma è anche l’unica forma di sopravvivenza che conosca”.

Io e Il gioco di Carlo D’Amicis, nella cinquina finale del Premio Strega 2018, ci siamo stretti la mano così, con una frase che con meno di venti parole mi ha descritto meglio di tutte quelle usate da me e da altri in una vita intera.

Il libro è tutto, o quasi, nell’immagine di copertina: il riferimento è alla celebre foto di Man Ray “Le Violon d’Ingres” (a sua volta uguale alla “Bagnante di Valpinçon”, di Ingres) ma qui le due fessure tipiche della cassa dei violoncelli, chiamate effe, sono appoggiate sulla schiena di lei da un uomo sotto lo sguardo di un altro. Due uomini e una donna, quindi, accumunati da un gioco che si snoda per oltre 500 pagine, che verosimilmente non è affatto semplice e probabilmente va oltre i tre protagonisti stessi, inglobando le loro vite presenti e passate.

“Sono cinquant’anni che mi sporco per potermi ripulire e mi ripulisco per potermi sporcare e non ho ancora capito se questo pendolo mi ha salvato o mi ha dsitrutto”.

La grande naturalezza, direi quasi estrema confidenza, con cui Carlo D’Amicis ci accompagna tra i meandri di un rapporto che la società considera ancora taboo, è la chiave per affrontare anche quei passaggi più “bassi”, quelle richieste tra i personaggi che sferrano un pugno in piena faccia al comune senso del pudore.

Con una scrittura scorrevole, una lingua morbida e delicata che parla di sesso senza indugi, senza sconti e senza giudizi, D’Amicis ci presenta Leonardo, Eva e Giorgio come gli intervistati da uno scrittore che intende scrivere un libro sul piacere e vuole registrare le loro risposte su un’audiocassetta. Eva e Giorgio sono sposati, Leonardo è il loro strumento sessuale in un menage erotico che li eccita e li spaventa, che in apparenza sovverte le regole “comuni” ma in realtà delle regole si nutre e si sostanzia.

I ruoli, soprattutto, sembrano da subito ben definiti: Leonardo è il bull, il maschio alfa, l’amatore seriale che fa delle sue 269 recensioni positive su mogliinaffitto.it un biglietto da visita, una testimonianza concreta del suo valore tra le lenzuola. Non a caso il suo nome in codice è Mister Wolf, quel “risolvi problemi” di tarantiniana memoria. Eva è la “sweet”, regina e schiava del desiderio maschile, pronta ad assecondare qualunque richiesta. Il suo nome è “First Lady” e si muove tra la seducente volontà di essere posseduta e l’intransigente intenzione di appartenere solo a sé stessa. Giorgio è, in gergo, il “cuckhold” colui che trae godimento dall’essere esplicitamente tradito. Eppure il suo nome d’arte è “Il Presidente”, ruolo tutt’altro che passivo.

“È la verità, io dico sempre la verità”.

Forse, dunque, lo schema del trio è definito da termini ingannevoli? Forse in questo gioco c’è un cortocircuito che ribalta l’apparenza?

Sicuramente, fin dalle prime pagine, si capisce che su questo palcoscenico dell’esplicito, dove nulla è demandato all’immaginazione, il corpo è l’abito di scena che veste la vera protagonista della rappresentazione: l’anima. Nuda in senso pornografico e psicologico, alla perenne ricerca di qualcosa che non trova mai, distratta da situazioni e persone, consapevole dello smarrimento e incapace, a volte, di salvarsi. Triste. Un’anima, anzi tre, che non si rivela mai del tutto pur raccontandosi fino in fondo.

Il rapporto che lega Leonardo, Eva e Giorgio, infatti, è inserito nell’affresco più ampio delle vite da cui provengono: il primo, figlio di un carabiniere morto in un attentato, è un ex professore licenziato da un liceo per aver palpato una studentessa. Eva ha un passato doloroso in cui la madre cerca di fuggire dalla mafia e anche da un numero infinito di relazioni improbabili. Giorgio è un affermato oncologo, stabile e sicuro di sé che, nel gioco erotico, ribalta il suo ruolo dominante nella vita.

A ben vedere, però lo mantiene: è lui quello che tira le fila e che detta le regole, Leonardo è uno strumento, Eva il motore di tutto il meccanismo. Il triangolo diventa un cerchio e il cerchio si chiude quando le maschere cadono.

 

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