Cover: particolare della copertina de “Il silenzio di Laura”, illustrazione di marzacz per gentile concessione di Fazi editore.

Prima di qualsiasi discorso su Paula Fox son dovuta scendere a patti con l’entusiasmo incontenibile di Jonathan Franzen per l’autrice. Un trasporto genuino e condivisibile che ha contribuito a riportare agli onori soprattutto “Quello che rimane“, il romanzo che l’autore americano ha più amato. In uno scambio di mail reso pubblico al tempo della morte della scrittrice americana (lo potete leggere qui: Jonathan Franzen remembers author Paula Fox, whose work he helped bring back to light), Franzen scrive:

She got the whole picture, both the stuff closest to the center of my private experience and the big picture of a rabid American culture.

Una sola frase che sintetizza il grande merito di tutta la scrittura di Paula Fox, cioè la capacità di raccontare una singola storia per analizzare, in realtà, tutte quelle degli americani rabbiosi,come sottolinea Franzen, ma anche irrisolti, in difficoltà nella quotidianità più banale, e tutti drammaticamente e irrimediabilmente immobili. Paula Fox è stata autrice prluripremiata di libri per bambini e, al contempo, ha saputo cambiare registro e comporre una immagine dell’America del suo tempo spietata e chirurgica. Sono proprio queste capacità di ritratto e l’immobilità dei personaggi i due fil rouge che legano “Quello che rimane” e “Il silenzio di Laura”, sempre edito da Fazi editore. Una immobilità di pensieri e intenti quasi imperiosa in personaggi “numb, nearly asleep, half‐dead; or they are observed to be that way by others”, scriveva Norma Rosen sul NyTimes nell’anno di uscita del romanzo (1976).

Il primo incontro del romanzo è con Claire Hansen, una giovane Newyorkese, pigra e preoccupata, che temporeggia nell’intimità della sua casa. Ha una cena di famiglia con sua madre, Laura Maldonada, il patrigno Desmond, lo zio Carlos e un amico di famiglia, Peter Rice. I Desmond partono per l’Africa il giorno dopo, prima di andare via organizzano questa cena che si rivelerà, poi, una sofferenza collettiva, lettore compreso. La serie incredibile di dialoghi fulminei fra i personaggi è l’espediente narrativo che la Fox usa per insinuarsi nella mente di ciascuno di loro. Laura è il centro di tutto: ha abbandonato Claire quando era bambina, facendola crescere con la nonna Alma tra Cuba e l’America. Il risultato è un rapporto complicato, doloroso e irrisolto tra madre e figlia. Laura per Claire è “l’estranea dallo sguardo feroce” che non l’hai mai accolta, capita o difesa.

Un primo capitolo claustrofobico nella stanza d’albergo che introduce tutti i personaggi, dicevamo, una panoramica del campionario umano della Fox totalmente detestabile. Nel dialogo di circostanza che si sviluppa spuntano, una ad una, tutte le miserie, le rimostranze e i veleni inespressi. Litigano sul passato, rimuginano sulle scelte fatte e le occasioni mancate, ma tutto converge nella capricciosa Laura e nel rapporto con Alma, “l’unica anziana fallita” nelle parole del Eugenio, il terzo fratello, il grande assente. Alma è una donna anziana e malata e tutti sembrano averla dimenticata in una casa di riposo. La narrazione è un grande flusso di coscienz che, in un modo o nell’altro, torna su Alma e Laura, matriarche di una famiglia che non è mai stata davvero tale.

“Mi vergogno di me per le cose che non faccio”

dice Clara all’amico di famiglia Peter, tra un rimprovero e l’altro di sua madre, espressione subdola di una violenza silente e continua che poi esploderà, senza sconti al ristorante a fine cena.

Il silenzio di Laura” è, allora, una metafora della piega disperata che prende la vita quando vengono meno i rapporti personali e si pensa che esista una alternativa alla comunicazione con gli altri. Un monito per le nostre esistenze quando, presi dai dolori irrisolti e coscienze mai analizzate, scegliamo di rinunciare alle spiegazioni, alle parole, alla vicinanza. C’è un eco preciso della vita personale dell’autrice, anche lei abbandonata dalla madre in giovane età, ma c’è anche la tendenza comune (nel 1976 così come nel 2018) a lasciar andare i rapporti e il tempo personale, arroccandosi sulle proprie posizioni con violenza e ostinazione. Il silenzio della protagonista, quello a cui allude il titolo, sarà l’ennesima scelta sbagliata, un nuovo muro fra lei e la sua famiglia. Tutti ne saranno consapevoli, soprattutto nel doloroso epilogo, ma nessuno agirà, nessuno cercherà la redenzione con convinzione. È ancora la ripicca il loro motore primario di protagonisti che sono anime inerti fino all’ultimo, incapaci di gestire la propria interiorità e le più banali dinamiche familiari. E ci si ritrova a credere con aspettativa sincera che la rivalsa sia vicina, ma è a questo punto che interviene l’autrice, deus ex machina spietato e onnipotente. Quando pensi che stia dando soluzioni e occasioni di riscatto, in realtà sta mettendo a tacere ogni tentativo, ancora una volta, ma con tocco delicato, senza spaventarvi, e tornerete a pensare convinti che sì, forse anche per la famiglia Maldonada ci può essere speranza, ma chissà quando.

Per approfondire

The Widow’s Children, una recensione del 1976 di Norma Rosen sul NyTimes 

A qualified optimist, di Aida Edemariam sul Guardian, 2003.

Jonathan Franzen remembers author Paula Fox, whose work he helped bring back to light

La promozione Fazi editore

Fino al 5 Ottobre tutto il catalogo Fazi è scontato del 25%, nel sito ufficiale trovate l’elenco delle librerie aderenti.

 


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