Shenzhen è un luogo che provoca sentimenti contrastanti: una capitale mondiale dell’hi-tech in un zona costiera e tropicale, città di mille grattacieli e tredici milioni di abitanti nata dal nulla trent’anni fa. Ti dà la sensazione di essere al centro del nuovo mondo, in una strana dimensione parallela ultratecnologica ed ultraveloce in cui la vita non può prescindere dall’utilizzo delle app e soprattutto dell’onnipresente WeChat.

Italia ospite d’onore alla Shenzhen Design Week

La metropoli è stata centro del più veloce sviluppo urbano di sempre, e in questo terreno fertile per il settore dell’architettura e l’industria non potevano che trovare una casa temporanea dei designer di casa nostra. Lo scorso aprile è stata organizzata la Shenzhen Design Week, che aveva l’Italia come ospite d’onore; lo scorso 13 giugno, alla Triennale di Milano, ha avuto luogo la conferenza Shenzhen città del design, per presentare la futuristica e dinamica metropoli. Ho incontrato alcuni dei designer dell’IDA (Italian Designers Association) di Shenzhen, organizzatori del padiglione italiano alla Design Week, perché ci raccontassero cosa significa fare il mestiere del progettista in Cina.

I designer dell'IDA intervistati durante la Design Week

I designer dell’IDA intervistati durante la Design Week

Lavorare in Cina nel campo della progettazione architettonica

I ragazzi sono Maria Vittoria Ferrari, interior designer, Arianna Sorini, architetto e interior designer, Eduardo Alessi, product designer che vive tra Firenze e Shenzen, e Tommaso Masera, product designer e fondatore del brand di orologi Atto Verticale, in Cina da ben dieci anni. Infine Umberto Brugni (che arriverà a fine intervista direttamente da una gita a Lisbona), uno dei fondatori del Magma, l’amato bar e club che è stato punto di ritrovo per la comunità straniera a Shenzhen, e teatro di innumerevoli feste a tema, serate italo-disco e concerti indie.

Dall’Italia a Shenzhen: un’intervista a 5 voci

Com’è stato il processo di integrazione alla vita in Cina?
Arianna: Ambientarsi in Cina è stato difficilissimo, anzi si può dire che non mi sono ancora ambientata del tutto. Adesso, almeno, conosco la cultura e quello aiuta molto. Sono arrivata a luglio 2012, in pieno caldo tropicale, stavo sempre in casa con l’aria condizionata oppure al lavoro o nei centri commerciali. È difficile perché qui perdi tutte le piccole cose a cui sei abituata, il modo di relazionarsi con le persone è diverso, la forma per indicare “casa” la fanno in modo diverso, e per vivere bene devi accettare che non ti integrerai mai al 100%. Diventi molto polivalente vivendo qui, nel senso che puoi stare un momento al Grand Hyatt a fare l’aperitivo con l’ambasciatore e due minuti dopo scendere per strada a mangiare i noodles in mezzo ai ratti, e questa cosa non ti fa alcuna differenza.

Tommaso: Io sono arrivato in Cina quando non c’era WeChat, proprio un’altra epoca. Vivevo in una zona lontana dal centro in cui c’era solo la strada sterrata e i tassisti non sapevano neanche come arrivare. Però ogni weekend andavo ad esplorare, scendevo ad una fermata casuale della metro e a volte scoprivo cose fantastiche. Già a quei tempi vedevo questo “fermento” a Shenzhen, sentivo storie incredibili dalla comunità di stranieri, e sono rimasto proprio per questo.
Eduardo: La prima volta che sono venuto in Cina era nella campagna dello Zhejiang, otto anni fa. Ai tempi, quando camminavi per strada, la gente ti facevano le foto col telefonino perché non avevano mai visto uno straniero. Ovviamente, vivere nel 2018 a Shenzhen è tutt’altra cosa. Vivi dentro a delle bolle, nelle zone cool come Shekou e OCT Loft, e quando porto in giro amici designer sono entusiasti e mi dicono “No, ma qui è meglio che a New York!”. Quando torno in Italia mi rendo conto di essere troppo abituato alla quotidianità cinese: mi viene il nervoso a dover usare sempre i contanti perché non c’è WeChat Pay; vorrei un delivery alle tre di notte dopo che finisco di lavorare e non lo posso fare; vorrei chiamare un Didi (l’efficiente Uber cinese) e invece mi tocca chiamare i soliti taxi. Mi sono abituato troppo a certe comodità.

A che tipo di progetti hai lavorato? C’è un qualche progetto molto speciale oppure un aneddoto che hai raccontato a tutti i tuoi amici a casa?

Maria Vittoria: Uno dei progetti più interessanti è stato la realizzazione del padiglione dell’IDA alla Shenzhen Design Week. Mi ha stupito moltissimo che si potesse organizzare una collaborazione del genere qui, nei ritagli di tempo, senza nessun obiettivo di tipo economico ma solo perché questa cosa stava a cuore a tutti. Trovare altri professionisti e appassionati di design che ci mettessero tutto questo tempo e impegno mi ha fatto capire che qui c’e’ un senso di collettività unico nel suo genere.
Arianna: Una delle cose che più mi ha colpito è che in Cina, a differenza dell’Italia, non danno importanza all’età, ti danno grandi responsabilità anche se sei molto giovane. A venticinque anni, appena arrivata, mi hanno mandata a fare da project manager in un cantiere, con i costruttori che parlavano solo cinese. Lavorando nel campo edilizio in Cina, la cosa più impressionante è sicuramente la velocità: io mi trovavo praticamente a disegnare un grattacielo nuovo ogni due settimane. Spesso in questo modo si finisce a dare più importanza alla quantità rispetto alla qualità, ma ho visto negli anni grandi miglioramenti.
Tommaso: Ricollegandomi al discorso delle responsabilità che ti vengono date a prescindere dall’età, mi ricordo un bellissimo progetto a cui ho lavorato dopo essere arrivato in Cina , un grande padiglione fatto a cupole per una fiera di arredamento. Ho passato mesi a fare disegni e pianificare tutto e poi ho visto realizzare in cantiere l’intero progetto in soli quattro giorni, seguendo i lavori dalla mattina fino a mezzanotte, che erano appunti gli orari dei costruttori. Vedere il tuo progetto personale prendere forma, dal concept alla realizzazione, è stato davvero emozionante, un sogno realizzato. In questo tipo situazioni, ti viene veramente data la possibilità di dimostrare chi sei e che cosa puoi realizzare.
Eduardo: La cosa più interessante del lavorare qui, oltre alla quantità del lavoro disponibile nel campo del design, è come incontri i clienti. In sei mesi qui disegno qualsiasi cosa, da club a catene di rosticceria francesi, e la metà dei clienti li ho conosciuti al bar e ci ho passato qualche serata insieme, ma non è che per questo ti prendano meno seriamente. Ad esempio, quando mi sono incontrato col general manager di Huawei per discutere una collaborazione, ci siamo visti da Starbucks: io ero in pantaloncini corti con pattern della Lego e infradito, lui vestito peggio di me, con una maglietta con su scritto “SPORT”. E lì niente: tutto il pomeriggio a parlare di design.
Tommaso: L’aneddoto che ho raccontato di più è la mia prima cena di lavoro: in Italia ti devi contenere, qui ti devi ubriacare. Mi ricordo queste tavolate enormi in cui tutti si alzavano per fare il ganbei con gli altri e finire il bicchiere. La cosa interessante è che loro si espongono, si aprono, tutto il formalismo se ne va durante una cena.
Eduardo: Lo fanno perché di base sono timidi, e questo per loro è un voler diventare amici, in modo che si formi prima un rapporto di amicizia oltre a quello professionale. Anche la cultura del karaoke è legata a questo.
Arianna: C’è una dicotomia tra una sorta di purezza di fondo e la globalizzazione e il capitalismo che li ha investiti, quest’improvvisa disponibilità altissima di capitali. Loro si devono fidare di te, altrimenti non te lo daranno il progetto, a prescindere da quanto sei bravo o famoso.

Arianna e Tommaso

Shenzhen, a differenza di Pechino e Shanghai ma anche delle città europee, non ha una cultura propria, è come una tela bianca. Ti fa piacere questo tipo di libertà?

Arianna: Da una parte è positivo questo fatto che è una città in divenire. C’è ancora spazio e puoi essere più creativo, a differenza appunto di Pechino e Shanghai che hanno già un’identità definita. Però il fatto che Shenzhen non abbia una matrice storica un po’ la svalorizza. Perché anche se diventerà la città del futuro, e dal punto di vista lavorativo c’è molta libertà, nella vita quotidiana si percepisce questa mancanza.
Maria Vittoria: Beh noi siamo progettisti, siamo a Shenzhen perché abbiamo molte più possibilità qui, e ovviamente è molto più divertente per noi avere questa tela bianca davanti. Ma d’altra parte non possiamo farci prendere troppo dal gusto di poter fare qualsiasi cosa, è importante ricordarsi che siamo in un contesto in cui saremo sempre ospiti. E abbiamo la responsabilità di portare avanti una cultura molto forte.

Se foste arrivati a Shenzhen trent’anni fa e aveste avuto la possibilità di pianificare la città da zero, il risultato sarebbe stato simile alla città attuale o qualcosa di diverso?

Arianna: Secondo me, i progettisti di Shenzhen sono stati molto bravi, perché è una città che funziona, e a livello urbanistico è progettata proprio per diventare una megalopoli. Si sviluppa con delle centralità, con vari nuclei sviluppati su un piano orizzontale. Esprime un’idea urbanistica che era già presente nel 1930 ovvero la Ville Radieuse di Le Corbusier, l’ipotesi di una città lineare con vari centri, varie “sottocittà”, ideata perché a quei tempi Parigi stava diventando troppo grande e non si poteva avere un centro unico. Questo concetto lo possiamo vedere applicato a Shenzhen: abbiamo le centralità di Luohu, Futian, Nanshan, Shekou. Ogni zona ha le proprie zone amministrative, lavorative e residenziali. Un altro concetto della Ville Radieuse che troviamo applicato qui, ma anche ad Hong Kong, è l’organizzazione della mobilità e dei trasporti su vari livelli per velocizzare la città, dividendo su più livelli le strade riservate alle auto e quelle pedonali.

Eduardo e Maria Vittoria

C’è un qualche progetto geniale oppure un’idea imprenditoriale che hai avuto e che hai pensato fosse un po’ da pazzi ma che potrebbe essere realizzato in Cina? Oppure semplicemente un progetto irrealizzato che tieni da parte per quando arriverà il momento giusto?

Arianna: Qui sicuramente c’è la sensazione che, per un designer, qualsiasi progetto possa essere realizzato: le fabbriche sono qui vicino, i costi sono bassi, e quindi basta avere la buona volontà. Io nei ritagli di tempo sto lavorando ad un brand di magliette insieme a mia sorella, e questa è una cosa che in Italia non mi sarebbe mai venuto in mente di fare. Qui, essendoci l’opportunità, non la voglio sprecare.
Tommaso: Ho fondato il mio brand di orologi qui, e avendo lavorato molti anni in questo campo, il passaggio dall’idea alla realizzazione pratica è stato facile ed immediato, proprio per il fatto di essere a Shenzhen. Mi sono potuto auto-produrre, per poi passare al secondo step della promozione e del branding. Se hai un idea, qui hai il tessuto industriale per creare tutto quello che vuoi.
Eduardo: Un anno fa volevo fare il Tinder per cani e gatti, ad esempio uno ha un barboncino e lì può trovare un’altra barboncina, poi chissà, magari una cosa tira l’altra anche per i padroni. A me impressionano un sacco le start-up cinesi: a Shenzhen ci sono più startup che in tutta Palo Alto. Un modello interessante è quello delle app per lo sharing, delle Mobike ad esempio, o degli ombrelli. Lì ci hanno guadagnato per il cash flow, perché dopo un mese tutti avevano rubato gli ombrelli, ma dato che il deposito era di 50 RMB (7 euro) è stato un buon business. A me ispirava quest’idea, e si può farlo non solo con gli oggetti ma anche con le persone, uno scambio di servizi: ad esempio l’idraulico mi ripara il rubinetto e io disegno il logo al bar del cugino, cose così.
Umberto: Di idee e progetti ne ho avuto tanti. Quello più pazzo e’ stato sicuramente il Magma, nato da una serata allegra con birrette quando io e Edoardo (uno dei tre fondatori) eravamo appena arrivati a Shenzhen per lavorare al progetto dello studio di grafica. Abbiamo visto questo locale con la scritta “affittasi” e abbiamo pensato “Ah, sarebbe figo aprire un bar qui!”. E, letteralmente, il giorno dopo abbiamo firmato il contratto. Questo è stato abbastanza da pazzi, ma si è rivelata un’idea fantastica.