Sharp Objects, serie HBO diffusa in Italia da Sky Atlantic, è stata inserita tra i must-watch del 2018 da più di una rivista e recentemente ha ricevuto tre nomination ai Golden Globe, inclusa quella come miglior serie televisiva, portando a casa un premio, meritatamente vinto da Patricia Clarkson come migliore attrice non protagonista. Amy Adams, invece, ha ricevuto il premio come migliore attrice (a pari merito con Patricia Arquette) ai Critic’s Choice Award 2019.

Le ragioni del successo di Sharp Objects sono molte e la rendono una serie da recuperare assolutamente nel 2019 nel caso vi sia sfuggita l’anno scorso. Tratta dall’omonimo romanzo d’esordio di Gillian Flynn, autrice conosciuta principalmente per Gone Girl, la serie segue la trama del libro limitandosi a qualche leggero ritocco. La storia è quella di Camille, giornalista ormai residente a St. Louis, invitata dal suo direttore (nonché amico e benevola figura paterna) a rientrare nella sua città natale, Wind Gap, per indagare su due casi: un omicidio e una scomparsa. Le vittime, in entrambi in casi, sono adolescenti del posto.

Una dalle ragioni che mi ha spinto a guardare questa serie è stata la firma di Jean-Marc Vallée, regista canadese (del Québec, più precisamente) capace di incantare ai tempi di C.R.A.Z.Y. (2005) e diventato poi noto al grande pubblico con Dallas Buyers Club (2013). Vallée, già regista e produttore per HBO con Big Little Lies, acclamata miniserie dal cast stellare,  è riuscito con Sharp Objects a sfruttare ancora una volta il suo marchio di fabbrica: la capacità di ingannare i sensi dello spettatore costruendo atmosfere fatte di suoni e immagini, al fine di ricreare una dimensione che nelle sue altre opere poteva definirsi onirica (come avviene ad esempio seguendo le storie parallele di Café de Flore) e qui diventa uno scenario da incubo.

Tutto a Wind Gap, immaginaria cittadina del Missouri dove si svolge gran parte della vicenda, è infestato da malessere e oscurità, a partire dalla protagonista, Camille, interpretata splendidamente da Amy Adams, che nella serie sta dalla parte dei buoni ma ha caratteristiche da anima tormentata, in quanto scopriamo subito che ha problemi piuttosto pronunciati con l’alcol, tendenze autolesioniste e un rapporto turbolento con la sua famiglia, anche a causa di un evento drammatico che ha segnato la sua infanzia.

Foto gentilmente concessa da Sky Italia.

Adams, che in un’intervista con Le Figaro ha definito «liberatoria» la scelta e l’interpretazione di questo ruolo in Sharp Objects, si carica sulle spalle i traumi giovanili del suo personaggio, portando sullo schermo una giovane donna ferita e rabbiosa, devastata in ogni minimo particolare (dalle allucinazioni che riemergono dal passato agli interni trascurati della sua auto, allo schermo dell’iPhone irrimediabilmente crepato) ma desiderosa di andare in cerca della verità e di un futuro più sereno per sé e la sorellastra Amma, che vive a Wind Gap con la madre Adora. È proprio Adora, ruolo che ha portato il Golden Globe a Patricia Clarkson, l’altro personaggio ingombrante di questa serie.

Foto gentilmente concessa da Sky Italia.

Pronta a rubare l’attenzione fin dal primo momento in cui entra in scena, Adora è un’elegante donna del sud, appartenente a un’antica nobiltà destinata in realtà a regnare sul nulla, se si pensa che Wind Gap in realtà è solo un reticolo di strade che sopravvive grazie a un’unica attività principale: la produzione di carne di maiale, che da anni arricchisce e vizia le famiglie come quella di Adora e sporca di sangue le mani delle classi più povere, destinate a vivere in fatiscenti case di periferia e trascorrere le proprie giornate lavorando al mattatoio. Al di là delle feste di paese, del marito ben agghindato ma irrilevante e della cura maniacale per una villa fatta di tappezzerie floreali e pavimenti da rivista, Adora lascia trasparire fin da subito un’aura di angoscia, tristezza e tormento, come se su di lei pendesse una maledizione. Clarkson dipinge un personaggio che dietro le apparenze, il trucco e i lunghi vestiti nasconde a malapena il dolore e troppi segreti. A completare il triangolo generazionale delle tre bionde sulla locandina – Sharp Objects, come Big Little Lies, è una serie in cui le figure maschili non sono definite con grande profondità e fanno per lo più da spalla ai personaggi femminili – c’è Amma, figlia adolescente di Adora, interpretata da Eliza Scanlen: la bella della scuola, che davanti ad Adora ama mostrarsi indifesa, infantile, felice di agghindarsi da bambolina secondo i gusti della madre, ma che in realtà è desiderosa di lasciarsi andare alle trasgressioni dell’adolescenza e scorrazzare al buio sui pattini, con pantaloncini e top troppo corti, incurante delle minacce esterne e del clima di paura che destabilizza Wind Gap.

Foto gentilmente concessa da Sky Italia.

   

La scelta azzeccata e le ottime interpretazioni delle protagoniste trovano un degno contraltare nel luogo che fa da scenario a tutta la vicenda, quella Wind Gap che è descritta come lo stereotipo di una piccola città ancora pervasa da nostalgie sudiste (più volte vediamo apparire personaggi che indossano il simbolo della bandiera confederata) e divisioni classiste molto marcate: se da una parte esiste il mondo di Adora e delle sue civettuole amiche, dall’altra ci sono pub scalcinati, squallide dimore di operai e addetti alla macellazione e loschi bar di messicani. Wind Gap appare inoltre come un mondo dove lo straniero è mal visto, a testimoniarlo c’è la speranza dello sceriffo di trovare un colpevole fuori dalla comunità, la diffidenza riservata a un detective inviato da Kansas City, e il fatto che la stessa Camille, residente altrove ormai da molto tempo, non sia più considerata come «una di casa». L’indagine in sé – nella sua accezione più nuda e cruda, ovvero scoprire chi è l’assassino – in questo contesto perde quasi di interesse, l’intera serie appare in realtà come una ricerca e analisi su come si metabolizza e coltiva il dolore, soprattutto in seno a una piccola comunità.

Ulteriori osservazioni sarebbero possibili ma dire di più significherebbe cadere nel terreno dello spoiler. Ci basta dire che la serie è capace di attrarre lo spettatore anche grazie all’alternanza tra il presente e i flashback che, spaventosi e pungenti, corrono nella mente di Camille pronti a generare brividi e sospetti, mantenendo la tensione e l’incertezza alta fino alla fine nonostante alcuni dilungamenti che possono essere perdonati grazie alla godibilità estetica e ai tratti estremi della personalità della protagonista. 

 

In copertina: foto gentilmente concessa da Sky Italia.