Capita a tutti di domandarsi se abbia senso rifare le stesse cose che si fanno da anni. Di recente me lo sono chiesta un sacco di volte e per un sacco di cose, nonostante un certo tipo di ritualità non mi dispiaccia affatto. Me lo sono chiesta per certe amicizie e per certi obblighi relazionali, per certe cose che non riuscivo a buttare e per certe ovvietà che poi ovvietà non erano. Me lo sono chiesta anche con il Primavera Sound. A un certo punto, presa da mille cose, nel bel mezzo di una serie di nuovi impegni e nuove abitudini, con in mano il biglietto del festival mi sono domandata «Ma ha senso che torni per la quinta volta a Barcellona? Non è anche questo un già visto? Avrò il fisico e la voglia di quella stanchezza?» In una sola e unica domanda: «Non sarà ora di darci un taglio a questa cosa dei festival?» Dopo 48 chilometri percorsi più o meno in quel del Parc del Forum posso dire che no, il Primavera Sound vale sempre la pena, a prescindere da quali siano le aspettative, da quello che sei. La fine – come in questo caso – sarà forse meno adrenalinica (c’è da dire che pure Dj Coco pareva scarico) degli anni precedenti, la Fomo sarà più gestibile, ma questo festival ha la capacità di adattarsi sempre a ciò che cerchi. Una sorta di abito su misura che ci si può cucire addosso giorno per giorno, senza che sembri cucito alla rinfusa o in maniera superficiale, senza mai apparire fuori moda, sgualcito.
È stato bello arrivare al Primavera Sound con calma (tranne sabato per riuscire a vedere i Car Seat Headrest, ogni tanto una corsa bisognerà pur farla), godersi i concerti senza ansia (ma ciò non significa che non abbia pogato all’inizio del live degli Arctic Monkeys), raccontarsi un po’ di arretrati con un’amica mentre suona Charlotte Gainsbourg (e forse è stato meglio vederla così, senza prestare troppa attenzione), scegliere di andare a letto senza troppe cerimonie il primo giorno, dopo Floating Points e Four Tet di straforo.

A$ap Rocky, Arctic Monkeys, Ariel Pink, Bjork, Car Seat Headrest, Charlotte Gainsbourg, Chormeo, Cigarettes after sex, Father John Misty, Floating Points, Four Tet, The Internet, Kelela, John Maus, Lorde, Lykke Li, The National, Nick Cave, Nils Frahm, Sparks, Rhye, The Blaze, Thundercat, Ty Segall and the Freedom Band, Vince Staples, The War on Drugs.

Nick Cave

Niente classifiche, niente punteggi. Un flusso musicale che ho cercato di godermi e di trattenere il più possibile, di non banalizzare, anche quando non potevo fare altro che ascoltare da lontano o soltanto per qualche brano prima di scappare da un’altra parte. Gli Arctic Monkeys stanno cambiando e in tanti non glielo perdonano. È successo ai Radiohead, succede anche a loro, di avere davanti un pubblico che vuole le chitarre mentre loro stanno andando altrove (c’entra forse quella cosa delle abitudini). L’ultimo disco lo dimostra ma non è ancora chiaro se sia una buona idea. Intanto incoraggio Alex Turner a intraprendere una carriera di conferenziere sulle tematiche “Self confidence, testosterone e movimenti del bacino”. Ci sono poi dei momenti molto brutti nella vita di un fan. Quando realizzi che le aspettative non vengono esaudite. I The National se ne vanno senza praticamente salutare, quasi all’improvviso mentre tu ti aspetti un altro paio di brani almeno. E mentre sei lì, a cuore aperto, ti rendi conto che non arriva quello che credevi. E che quello che dovrebbe arrivare più di tutti, semplicemente, non ce la fa. Magari è un caso, ma mentre la band sembra sempre più solida, Matt Berninger sembra – o mio dio cosa sto scrivendo – l’anello debole. I suoi vestiti sono nel suo bagaglio fermo a Chicago e i pantaloni presi al duty free cadono male su un paio di scarpe da barca, con la suola bianca. Una polo rossa, nessuno che gli abbia ricordato di tagliare le imbastiture delle tasche così non può nemmeno metterci i pugni dentro. Spero un’enorme metafora di una serata storta. Dopotutto l’età non c’entra vista la performance di Nick Cave. Tirare fuori le divinità potrebbe essere sufficiente per raccontare di un uomo elegantissimo che si dà alla folla e nel frattempo canta divinamente. Si dimena e fa salire tutti sul palco. Ingaggia dei mini sipari così ben orchestrati da sembrare quasi preparati. Forse il migliore live di tutto il festival. Le chitarre di Ty Segall sono sempre perfette ed esagerate e così ricercate da sembrare banali. Lorde come una ventenne popstar, ma diversa, è così tenera da darsi e i fan se la prendono. Balla e corre da una parte all’altra del palco con un vestito che sembra una nuvola, commuove (eccomi) quando introduce Liability, coverizza Frank Ocean. Tenera anche per i fantasmini ammazzatutto che spuntano dalle sneakers (che sia l’ultima volta però). La botta finale di Green Light da pelle d’oca. La stessa che invece è riuscita a farmi venire Lykke Li per quello che è sembrato una sorta di stato di grazia. Presenza scenica e cura per tutto (super styling). Il disco non è ancora uscito, ma lei sembra su un altro pianeta fatto di consapevolezza e figaggine totale. Menzione per Will Toledo di Car Seat Headrest che nel caldo delle sette di sera si è presentato con una sorta di mise casalinga a caso ballando altrettanto causalmente e dando il suo cuore di nerd e per la magia di Nils Frahm (ho deciso che Father John Misty e The War on Drugs me li rivedo con calma da soli, ecco).

Saremo da quelle parti anche il prossimo anno? Pensate a dove eravate 365 giorni fa. A chi eravate in un flash. Non vi fa sorridere che chi l’avrebbe mai detto?
Fa sorridere che la certezza è che ci sarà un Primavera Sound taylored su di voi, a prescindere da cosa sarete tra 12 mesi. Nonostante tutto.

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