In copertina una illustrazione di Serena Giacchetta per Cosebelle Magazine Sito ufficiale | Instagram | Facebook 

Mi chiedo spesso quale sia la percezione del disturbo d’ansia nelle persone  che non ne soffrono. Come si vive sapendo ridimensionare abilmente le proprie preoccupazioni? Cosa pensano di me quando dichiaro che una cosa mi fa paura  e sono in un contesto perfettamente normale per il resto della popolazione mondiale? Sembro troppo sensibile? Tendo ad esagerare?

Ho passato così tanto tempo a chiedermelo, preoccupata di nascondere ogni più piccolo segnale che potesse rivelare la mia natura, che ho perso di vista il concetto fondamentale, quello che adesso, invece, vorrei trasmettere universalmente: il disturbo d’ansia è una patologia, si risolve, non è una vergogna. Soprattutto soffrire di un disturbo d’ansia non è sinonimo di incapacità personale, sconfitta o inettitudine. Questo è il modo in cui elaboro le cose, la mia natura, nonché quella di moltissime altre persone nel mondo. Non c’è eccezione, i disturbi d’ansia non vengono inibiti dal successo, dal benessere economico, dall’ambiente in cui vivi, da chi frequenti. Può succedere a chiunque, gli elementi attivatori possono essere variegati, tutti possono conviverci e risolverlo con l’aiuto di uno specialista.

Sembrano concetti così semplici messi così in fila, nero su bianco, vero? Eppure la mente di chi soffre di un disturbo d’ansia non sempre elabora queste verità nella maniera corretta, non sempre le ricorda e, attenzione, nemmeno questo è un difetto o una cosa di cui vergognarsi. In generale convivere con l’ansia (o con un ansioso) implica che bisogna spesso dover ripescare queste certezze in un oceano di pensieri catastrofici. A volte si vedono subito chiaramente, in altri momenti bisogna navigare a vista, senza riferimenti, nel pensiero tossico che formuliamo con molta più facilità e naturalezza. Un porto sicuro dove approdare, però, lo si trova sempre, nonostante i momenti di panico puro e la necessità di rielaborare in un’altra chiave quello che il tuo cervello ti presenta come unica verità. Lo chiamano pensiero alternativo e non credevo fosse così difficile.

Di contro il termine “ansia” entra sempre più spesso nel parlare comune svuotandosi del suo significato. Non è raro leggere la parola ansia in un tweet o persino sulle magliette, quasi fosse un brand, ma non stiamo parlando della stessa cosa.

Tutti possono provare ansia ed è naturale che succeda; alcuni, come me, all’ansia associano un altro set di attivazioni, fisiche e non, che rendono l’esperienza a tratti intollerabile, a tratti sfinente, ma in generale poco piacevole – per usare un eufemismo.

Le ho lette le critiche, poi, mosse a questo sdoganamento selvaggio. “L’ansia non è una moda” twittava qualcuno.

Lo stato ansioso per quanto invisibile, non è un semplice disagio, aggiungo io, ma è reale, mozza il respiro e innesca meccanismi tanto variegati quanto spaventosi.

Eppure un risvolto positivo di questo successo dell’ansia nella “pop culture” c’è ed è la possibilità di leggere le parole ansia e panico, riconoscersi in certi schemi comportamentali, parlare con altre persone che hanno le tue stesse difficoltà e chiedere aiuto. Questa è una legittimazione ed è fondamentale. L’ansia esiste, non è solo un difetto del tuo cervello, e leggere le esperienze altrui e confrontarsi è il tesoro più prezioso per chi soffre di queste patologie, è la certezza di poter scardinare l’alone di mistero e paura ed entrare a far parte di un movimento collettivo in cui si può ammettere di essere in difficoltà.

 

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Lo sdoganamento della “Mental health”

In virtù di questo inaspettato risvolto positivo mi colpisce ancora di più la tendenza per la quale sempre più persone si espongono sul tema in maniera intelligente raccontando la propria esperienza, normalizzando soprattutto il concetto di terapia, la strada più sicura per convivere con i disturbi d’ansia e risolverli col tempo. Mi colpisce, anche, che a questo scoprirsi siano abbinate due condizioni. La prima è che una grandissima porzione di questa normalizzazione avviene con molta più facilità nel mondo anglosassone, facilitato dal dialogo sulla “mental health” avviata dagli influencer, blogger, youtuber, celebrità e idoli dei teenager. Questo ha portato ad una umanizzazione del fenomeno esplicitata in video a cuore aperto in cui riconoscersi e, soprattutto, alla realizzazione che la terapia funziona.

Il rischio, nonché la seconda condizione menzionata in precedenza, è che al racconto della propria patologia si affianchino le soluzioni casalinghe più disparate. Non è difficile reperire youtuber che sostengono di aver lavorato sulla propria ansia con i cristalli, l’incenso profumato, il pensiero positivo e ogni sorta di detox di beveroni a base vegetale. Non è difficile nemmeno reperire commentatori che ripetono ossessivamente che nessun medico può aiutarti, devi trovare la forza dentro di te. Balle. Posto che ciascun individuo debba sperimentare la sua personale ricetta per stare meglio, vi direi accantonare momentaneamente i cristalli e le frasi motivazionali, usateli solo per Instagram.

E nel frattempo in Italia? Non succede granché in termini di dialogo sul tema.

Qualche influencer continua con il luogo comune del “pensiero positivo”, che ora è diventato, più pomposamente, “Legge dell’attrazione”. In parole povere ti dicono come la loro vita sia migliorata da quando hanno abbandonato la negatività. Tutto quello che desideri si realizza quando la vuoi intensamente e ci pensi tutto il tempo. Positività attrae positività, dicono. Balle, di nuovo. Pensate ad una ragazzina di quattordici anni che si sente dire che la sua vita è complicata perché non desidera con convinzione quello che vuole; pensate ad un adulto che si ritrova sommerso da informazioni sulla legge dell’attrazione e che, per quanto voglia intensamente non avere più attacchi di panico, non riesce a farli andare via. Pensate, infine, a quanto è deleterio questo messaggio per coloro che lo ascoltano, quanto è ottuso e superficiale e quanti sensi di colpa pericolosissimi può innescare.

Il ruolo dei social network

In tutto questo ci sono i social network, armi a doppio taglio, perché capaci di diffondere informazioni preziose e le opinioni dei ciarlatani, perché alimentano, incontrollabile, la tendenza al pensiero catastrofico, perché sono veloci e non danno il tempo di riflettere ed elaborare le informazioni, perché sono vetrine del perfetto che non esiste e che tendiamo ad inseguire inconsapevolmente. Solo quando ho compreso la natura della mia ansia e quello che implicava, paura del futuro compresa, ho capito quanto possono essere negativi e deleteri Twitter, Facebook e Instagram e la baruffe/risse e macchine del fango che portano con sé. Allo stesso modo ho compreso quanto possa aiutare una illustrazione che descrive esattamente come ti senti, incrociare persone educate e positive, tirare fuori un pensiero e non sentirti dire “Stai esagerando” o “Non devi fare così”, ma semplicemente un “Capisco”. Non fraintendetemi, però: non è il web e non sono i social network a risolvere le patologie o a darvi gli strumenti per lavorarci in autonomia, ma sono veicoli importanti del dialogo intorno al tema per superare le barriere dello stigma intorno alle malattie mentali.

Il dialogo sui disturbi d’ansia: il lavoro di divulgazione di Matt Haig

Come si possono raccontare efficacemente i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico? Che tipo linguaggio è più adatto? E soprattutto, come si innesca quel circolo virtuoso che normalizza quel dolore silenzioso, invisibile e costante, senza ritrovarci a parlare di pensiero positivo? I libri hanno un ruolo fondamentale, ma non quelli di auto aiuto con teorie strampalate e alternative, servono libri che raccontino i sintomi senza la pretesa di spiegare tutto, per quello c’è il terapeuta. Libri che aprano gli occhi, senza sostituirsi alla terapia aiutando a ricalibrare il pensiero, a sentirsi meno soli. La soluzione si chiama Matt Haig.

Reasons to Stay Alive” e “Notes on a Nervous Planet” sono i due libri chiave dello scrittore e giornalista inglese, da poco nelle librerie italiane con un nuovo romanzo, “Come fermare il tempo“. Molto sensibile alle tematiche sulla “mental health” e continuamente attivo nel portare in luce i temi che la riguardano. Non c’è giorno in cui non ci sia un tweet o un post su Instagram che centra perfettamente il punto: Matt Haig incoraggia a comprendere e a comprendersi, a capire gli stati d’animo e lo fa da un punto di vista importante. Haig conosce la depressione, l’ansia e il panico perché ne soffre in prima persona.

“Reasons to stay alive”, uscito in Italia come “Ragioni per continuare a vivere”, ma attualmente irreperibile, inizia proprio con il racconto del suo tentativo di suicidio a Ibiza e della sua depressione. E ne parla in maniera così chiara e diretta che fa quasi meno paura, e non perché la sottovaluta, ma anzi, perché, come scrive nelle prime pagine:

La depressione non è una bugia. È la cosa più reale che io abbia mai provato.

È la sua natura invisibile ad alimentare, in qualche modo, lo stigma ed è necessario lavorare su due fronti: la malattia e la cattiva informazione. Matt Haig risulta miracolosamente efficace su entrambe i fronti. Notes on a nervous planet, inedito ancora in Italia, è l’ultimo libro in ordine cronologico e focalizza l’attenzione sull’ansia.

Being scared is what anxiety is all about.

ma soprattutto, ecco la vera dichiarazione di intenti:

The aim in this book isn’t to say that everything is a disaster and we’re all screwed, because we already have Twitter for that.

Ecco il disturbo d’ansia che conosco in poche parole: non riuscire in certi giorni nemmeno a leggere la timeline di Twitter perché è pieno di minacce e cattivi presagi e io, letteralmente, non riesco a respirare. Non c’è una minaccia visibile eppure sei pietrificato dalla paura, una sensazione che può ripetersi anche giornalmente e con la quale devi continuare a convivere, portando avanti la tua quotidianità, il lavoro, i rapporti umani.

La capacità di Matt Haig di raccontare queste sensazioni è stupefacente e il suo modo di descrivere la catastrofe perenne di noi ansiosi con ironia e realismo è un balsamo eccezionale anche nelle giornate peggiori e di isolamento dal mondo esterno.

Il linguaggio di Matt Haig è, quindi, l’elemento vincente: una descrizione talmente precisa e centrata dei sintomi e dei meccanismi mentali che si innescano in particolari condizioni che direi quasi che non solo questi due libri aiutano chi soffre di depressione e ansia, ma illumina anche chi non ha mai sperimentato nulla di tutto ciò, ma vuole capire un/a compagno/a o un familiare che ne soffre.

A questa narrazione finalmente reale del disturbo d’ansia, Haig affianca consigli pratici e to do list da seguire nella vita quotidiana. L’insegnamento più prezioso per me adesso?

There is no shame in not watching news

There is no shame in not going on twitter

There is no shame in disconnecting

Il mio blando senso di sconfitta quando rinuncio ai messaggi, ai social network e alle mail si risolve con la conferma che i social network sono un trigger potentissimo di ansia, tirano fuori l’aggressività e alimentano i pensieri catastrofici peggiori. La novità che ho aggiunto? Non bisogna vergognarsi di aver bisogno di disconnettersi.

I progetti condivisi: Psicoterapia aperta

Cosa si può fare in concreto per migliorare il dialogo sulla salute mentale e, ancora meglio, dare soluzioni per chi non sa cosa fare?

Quello di Psicoterapia aperta è un progetto ambizioso e importante che ben si inserisce in questo ragionamento con tre elementi fondamentali: la normalizzazione della sofferenza psicologica, della terapia come soluzione efficace e l’accessibilità della terapia stessa in termini economici. Non tutti possono permettersi le sessioni di un terapeuta e questa discriminazione è un grosso problema. Quella di cui stiamo parlando, allora, non è altro che psicoterapia a prezzi solidali che promuove il benessere psicofisico dei cittadini e una verità inconfutabile: la psicoterapia è uno strumento eccezionale per la propria salute. Se avete problemi e non sapete a chi rivolgervi, provate Psicoterapia aperta.

A illustrarci il funzionamento e gli obiettivi di Psicoterapia aperta il Dottor Luigi D’Elia, il fondatore del progetto.

Come è nata l’idea del portale Psicoterapia aperta? Qual è la condizione del Servizio Pubblico al momento in materia psicologica e in che modo il vostro portale può migliorare la situazione?
L’idea è nata da tre osservazioni differenti: 1) la pratica di fornire una parte del proprio tempo a tariffe sociali è già ampiamente diffusa da parte di moltissimi colleghi in tutta Italia; 2) avevo già verificato nel mio quartiere la risposta del pubblico (entusiastica) all’offerta di “tariffe commisurate” alle possibilità dell’utente; 3) ho osservato dunque una enorme domanda sommersa e non intercettata di salute e cura psicologica. Del resto conoscevo molto bene lo stato molto problematico dell’offerta pubblica di psicoterapia e servizi psicologici, praticamente prossima allo zero, tranne alcune isole felici. L’offerta di un servizio del privato-professionale sussidiaria ma non sostitutiva (non una foglia di fico) del servizio pubblico che offra un limitato tempo del monte ore di un professionista, ma su scala nazionale, mi è sembrata subito una soluzione intermedia ottima. Una rete che connetta la domanda di cura/prevenzione che mai potrebbe affrontare una tariffa di mercato e l’offerta proposta da una rete nazionale del privato a tariffe sociali.

La rete di Psicoterapia aperta è in espansione giorno per giorno, ma che consigli darebbe a qualcuno che si trovasse in difficoltà, avesse bisogno dell’aiuto di uno specialista e non trovasse al momento nessuno di vicino? Qual è l’iter migliore da seguire per cercare un aiuto?
Al momento (N.d.R.31 agosto 2018) i professionisti iscritti sono 381 in costante crescita, le associazioni iscritte sono quasi 40. Siamo nati da poco più di tre mesi, il 13 Giugno, grazie all’impegno di un piccolo ma combattivo comitato promotore, tutti psicologi e psicoterapeuti (Simona Adelaide Martini, Matteo Bessone, Antonella Chippari, Tiziana Lo Nigro, Gianluca Banini, Barbara Collevecchio).
Chi volesse chiedere un consulto o un incontro non ha che da fare una semplicissima ricerca geografica andando sulla homepage e digitando la propria zona su “cerca”, e poi la tipologia di professionista. Trovato il professionista in zona non ha che da chiamarlo direttamente o mandargli una richiesta tramite email.  Esiste inoltre una pagina dedicata alle associazioni che fanno interventi sociali. Qualora anche questa ricerca non dovesse andare a buon fine non ha che da attendere che il nostro servizio si allarghi. Contiamo per fine anno di superare i 500 iscritti e di coprire tutte la aree del territorio nazionale. Il tam-tam mediatico non tarderà a far diventare il nostro servizio molto popolare.

Un’importante notazione: il servizio di intermediazione del nostro portale è gratuito sia per il professionista che si iscrive che per l’utente che cerca il professionista. Noi però dobbiamo sostenere le spese tecniche: una donazione è sempre gradita.  

 Come giudica, da professionista, il livello di consapevolezza e sensibilità in Italia verso i disturbi d’ansia e panico? C’è ancora uno stigma verso la malattia e la terapia?L’accesso facilitato alle cure psicologiche inaugurato dal nostro portale rappresenta in qualche modo anche la possibilità di accedere alla dimensione psicologica del disagio personale e sociale che tutti noi viviamo. Non c’è dubbio che chi soffre di alcune forme acute di ansia prima di comprendere la natura del proprio disagio fa il cosiddetto “giro delle sette chiese” passando da medici di base, cardiologi, specialisti, screening medici inutili e costosi, terapie farmacologiche spesso solo dei tappabuchi e anch’esse non commisurate e dannose, a volte si finisce con rimedi fortemente pericolosi (maghi, guru, pseudo-terapie naturali). Comprendere la natura (psicologica) di un disagio è il primissimo passo, probabilmente il più importante, per migliorare lo stato della propria ansia in quanto ci aiuta a rivolgerci al professionista di elezione, che è appunto lo psicologo-psicoterapeutaIn alcune zone di Italia e in alcune culture esistono purtroppo ancora dei forti pregiudizi su questo tipo di intervento, per quanto devo dire che da quando sono psicologo (ormai 29 anni), ho visto diminuire moltissimo questo pregiudizio.

Una conclusione personale

Condividere col mondo che si soffre d’ansia e che ci si prende cura della propria salute mentale è un passo complesso da fare, ma in certi momenti della vita è necessario. Non prendetelo come un invito a farsi scrutare più intensamente, nell’attesa che qualche sintomo di manifesti, né come una banale ricerca di attenzione. Questo è, piuttosto, l’invito a combattere l’ignoranza e lo stigma che affligge la sfera psicologica, perché bisogna imparare sin da piccoli che ci si prende cura della propria mente così come del corpo e lo si deve fare con gli strumenti giusti. Non confondetevi col vociare aggressivo di questi tempi cattivi e pericolosi, prendetevi cura di voi e di chi vi sta vicino e non vergognatevi mai di chiedere aiuto.

 


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