Ci troviamo in un momento storico in cui il femminismo e, più in generale, i temi legati alla parità tra i sessi godono di un’attenzione maggiore rispetto a qualche anno fa, e il dibattito sociale è aperto più che mai grazie anche a diverse occasioni di dialogo e confronto. Tuttavia ammetto di aver guardato spesso con diffidenza molte di queste iniziative: nonostante siano sempre mosse dalle migliori intenzioni, ho visto dibattiti potenzialmente costruttivi trasformarsi in boomerang, finendo per dipingere erroneamente il femminismo come movimento per la superiorità delle donne e degenerando in pura e semplice invettiva contro il mondo maschile.

Dopo questa doverosa premessa, capirete perché mi sono entusiasmata quando ho scoperto Ordinary Girls, un nuovo programma radiofonico in onda su Radio Popolare ogni lunedì alle 15.30 condotto da Elena Mariani e Florencia Di Stefano-Abichain. Si tratta di una trasmissione totalmente al femminile, condotta da donne che parlano di donne e con una playlist musicale composta esclusivamente da artiste donne. Un programma secondo me brillante, condotto senza pedanteria né pesantezza, ma anzi con una necessaria dose di intelligente ironia.

 

Così ho incontrato Elena e Florencia per un’intervista, che in pochi minuti si è trasformata in una leggera e frizzante chiacchierata, complici anche alcuni fatti avvenuti prima che accendessi il registratore, nell’ordine: io ho scambiato una signora seduta un paio di tavoli più in là per Franca Leosini (spoiler, non era lei); un ragazzo ha dimenticato lo zaino nel locale, scatenando momenti di tensione tra gli avventori; abbiamo impiegato diversi minuti a decifrare un complicatissimo menu a crocette, più simile ad un test d’ingresso a medicina che ad una lista di cocktail e taglieri.

Dal 30 aprile conducete su Radio Popolare “Ordinary Girls”, un programma pensato da donne, presentato da donne, che parla principalmente di donne: come avete fatto?
Florencia: Come spesso accade, è nato tutto quasi per caso: io avevo già fatto diverse esperienze radiofoniche, così quando in Radio Popolare si è presentata questa opportunità ho voluto cogliere la palla al balzo. Ho pensato subito di coinvolgere Elena: ci conoscevamo da poco ma avevamo già lavorato insieme, e casualmente in quel periodo ci stavamo confrontando su possibili collaborazioni future. Io credo tantissimo nella serendipity, ci siamo guardate in faccia e ci siamo dette: ok, facciamolo!”
Elena: Per me è la prima esperienza in radio: mi sono sempre occupata di scrittura, ma avevo voglia di sperimentare qualcosa di diverso e l’idea di farlo attraverso la mia voce mi intrigava. Inizialmente avevo pensato ad un podcast, poi è arrivata questa possibilità ed io e Florencia ci siamo trovate subito d’accordo sulle tematiche da affrontare, una sinergia immediata. È vero, parliamo di tematiche femminili ma in realtà si tratta di argomenti molto ampi, non necessariamente indirizzati ad un’audience esclusivamente femminile.

E la scelta di trasmettere esclusivamente musica di artiste donne?
E: Quando abbiamo presentato il progetto alla radio siamo state accolte super bene, e anche la scelta delle playlist femminili ha avuto un riscontro positivo: le cantautrici sono parte di quel mondo musicale che ti cresce quando sei nella tua cameretta, trovi un po’ casa nelle canzoni che parlano d’amore, di rottura, di quanto sei bella ma non ti ci senti per niente.
F: Oltre ad una questione di coerenza editoriale con il programma, la nostra è stata una scelta dettata anche dai numeri: nelle playlist radiofoniche è nettamente superiore la percentuale di artisti uomini rispetto alle donne, e la stessa cosa vale ad esempio per i festival musicali. Io ed Elena abbiamo il privilegio di avere a disposizione uno spazio, quindi abbiamo deciso di riempirlo con contenuti che secondo noi non godono della visibilità che meritano, anche da un punto di vista musicale.

In apertura di programma avete detto: “siamo stanche della narrazione secondo cui o la donna è bionica oppure non se ne può parlare.” Chi sono invece le ordinary girls, le donne che voi raccontate?
E: Partiamo dal presupposto che, quando si parla di donne, si parla quasi esclusivamente delle superdonne: questo tipo di narrazione va benissimo, perché in un momento in cui di donne si parla poco chi vuoi mandare avanti? Le migliori ovviamente, come rappresentanti illustri della categoria: la CEO, la super manager, la grande scienziata e via dicendo. Adesso però siamo in un momento quasi più fortunato, quindi forse possiamo smettere di fingere di essere sempre super-toste: abbiamo giorni in cui spaccheremmo il mondo e giorni in cui chiamo Florencia e le dico “non sarò mai come quella lì, quella là è più giovane di me e ha già scritto due libri…”.

Insomma, ti arrivano tanti input di donne di successo e tu a volte ti guardi allo specchio e dici: perché io no? Perché non sono mai abbastanza?

F: È facile non sentirsi mai abbastanza, e noi ne abbiamo abbastanza di non essere mai abbastanza! Ordinary Girls è una sorta di manifesto, una dichiarazione di intenti, ma è anche uno specchietto per le allodole perché in realtà vogliamo dimostrare come ci sia dello straordinario anche nell’ordinario. Non è che una donna debba essere sempre super-figa, super-colta o super-qualcosa per avere successo nella vita. A seconda di quello che ha e di quello di cui dispone, può ambire a migliorarsi continuamente, e il fatto che non sia super-straordinaria non vuol dire che non possa realizzare qualcosa di grande. Questa è una ordinary girl, è a lei che ci rivolgiamo – anzi, a noi, perché siamo ordinary girls a tutti gli effetti!

 

Nella rubrica “word of the week”, ogni settimana spiegate una parola poco nota, un neologismo, un modo di dire in una lingua straniera. Nella terza puntata però avete parlato di “femminismo” insieme a Marzia D’Amico (una delle fondatrici della newsletter femminista “Ghinea”, nda): è davvero una parola che necessita di essere spiegata?
F: Assolutamente si, ora più che mai. I media parlano spesso di tematiche femminili, ma a volte si basano su un’idea storpiata di femminismo, e un pubblico con una fruizione leggera o “distratta” può assimilare un certo tipo di informazioni in modo errato. C’è addirittura chi pensa che le femministe siano solo quelle che non si depilano, che femminismo sia il contrario di maschilismo, che si tratti di una sorta di movimento per la supremazia delle donne… il femminismo porta avanti l’uguaglianza! Sono davvero dispiaciuta quando sento donne che dicono “io non sono femminista perché non credo nella supremazia femminile” perché non è proprio questo il punto. Ecco perché abbiamo sentito la necessità di ripartire dalla base, dalla definizione stessa di femminismo, naturalmente senza ergerci a guru o maestre di vita, infatti coinvolgiamo e intervistiamo persone che ne sanno più di noi. Ci piace l’idea che il pubblico possa ascoltare con leggerezza e senza impegno il nostro programma e chissà, trovare interessante il modo in cui proponiamo un certo tipo di riflessione, tanto da spingerlo ad approfondire e magari iniziare una conversazione.
E: Noi cerchiamo di fornire degli strumenti. Quando in puntata abbiamo parlato di femminismo, non a caso abbiamo passato Flawless di Beyoncè: con quel brano lei ha portato sul palco il femminismo scritto a caratteri cubitali, e lì molti sono saliti sul carro. Ma subito dopo questo momento pop abbiamo parlato del libro Perché non sono femminista di Jessa Crispin, raccontando il fenomeno da un’altra angolazione. Questo per noi è il senso del programma, un percorso per sentire tutte le voci.

Restando in tema di femminismo, negli ultimi anni sono nate diverse realtà che cercano di raccontarlo in modo nuovo, da magazine a progetti artistici di vario tipo. A che punto è oggi la conversazione sulla donna secondo voi?
E: È vero, di realtà ne esistono tantissime e infatti all’inizio di ogni puntata menzioniamo i progetti secondo noi più interessanti, cercando di sfruttare lo spazio che abbiamo a disposizione per dare visibilità anche ai nomi meno noti e creare una sorta di circolo virtuoso. Nel mio piccolo ho notato che Ordinary Girls ha contribuito a riaccendere un certo tipo di conversazioni, almeno nel mio gruppo di amici. Ognuno pensa che i propri amici siano i più fighi – i miei lo sono davvero, scrivilo! – ma quanto si parla realmente di femminismo? Avere, ad esempio, l’amico che è rimasto colpito dalla word of the week e inizia un dialogo sul piropo (complimento volgare, apprezzamento estetico della bellezza di una donna, tendenzialmente fatto per strada, nda) è meraviglioso: già il fatto che qualcuno si sia fermato a pensarci e si sia messo nei tuoi panni è una vittoria pazzesca, no? Il cambiamento parte da qui.
F: Difficile dire a che punto sia oggi la conversazione sul femminismo a livello ampio, fuori dalla nostra bolla: noi viviamo a Milano, lavoriamo nel mondo dei media e abbiamo un certo tipo di visione condivisa anche dalle persone che si trovano nella nostra stessa bolla. Io però vengo dalla provincia e ho l’impressione che lì le ragazze normali, le ordinary girls come noi, abbiano meno possibilità, meno occasioni di confronto e dialogo. Nelle grandi città basta uscire per trovare iniziative di ogni tipo alle quali ispirarsi, ma in altri contesti è più difficile trovare dei modelli femminili intermedi: si passa dalla nicchia intellettuale letteraria al mainstream più grossolano. Noi cerchiamo di raccontare una realtà intermedia.

A proposito di media, come sono rappresentate – se lo sono – le ordinary girls nel mondo della comunicazione? Recentemente avete parlato di Rihanna come esempio virtuoso, ci fate altri nomi?
E: Rihanna l’abbiamo citata come esempio per la questione del body positive, che vuol dire semplicemente: amati per come sei, per come nasci, poi se vuoi cambiare sei libero di farlo. Io esisto e valgo come gli altri, ho lo stesso diritto di chi indossa una 40 di entrare in un negozio e trovare la taglia 48, poi se non mi sta bene sono fatti miei, ma ho il diritto di esistere! I brand se ne stanno accorgendo, Asos ad esempio è stato uno dei primi ad offrire un range di taglie più realistico.
F: Ho un esempio di ordinary girl che vi farà ridere, ma fatemelo spiegare: per me un modello positivo di donna che è partita da una posizione non privilegiata ma che ce l’ha fatta nonostante tutto è Victoria Beckham. È una ordinary girl che è diventata extraordinary! È nata nella periferia suburbana di Londra, si è fatta la sua carriera, ha avuto il suo momento Spice Girls ma si è saputa inventare una professione in modo credibile, si è fatta una famiglia, ha saputo gestire delle crisi… per me è un modello di persona autonoma, indipendente, inserita in un contesto sociale, positiva eppure pop.

Una curiosità a testa: Elena, qual è il libro che tieni sul comodino?
Sto leggendo I sultani di Gabriella Parca, che mi ha regalato Livia Satriano di Libri Belli, e mi fa davvero morire dal ridere. Poi ho comprato L’anno del pensiero magico di Joan Didion e Orgoglio e Pregiudizio, così, per tornare un po’ indietro ai classici che si leggono a scuola.

Florencia, qual è per te una cosa bella?
Primrose Hill, Londra, una mattina presto di settembre.

 

Ordinary Girls

A cura di Florencia Di Stefano-Abichain ed Elena Mariani
In onda ogni lunedì dalle 15.40 alle 16.30 su Radio Popolare
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