Il mio rapporto con l’ottobrata romana è un amore profondo che dura da tutta la vita.
Del resto, il destino ci ha messo lo zampino. Sono nata a Roma un 15 d’ottobre, sull’Isola Tiberina. In una di quelle giornate di cielo limpido e aria dolcissima in cui dovresti annullare tutti gli impegni e girovagare senza meta, inciampando tra i sampietrini. Di quell’ottobrata dell’86, mia madre mi racconta delle sue passeggiate in viale Trastevere senza bisogno di indossare una giacca. Mio padre, invece, dei rigatoni con la pajata e dei carciofi alla giudia da Giggetto al Portico d’Ottavia – un’istituzione della cucina romanesca, al ghetto ebraico.
Da bambina, questo riuscito storytelling dell’ottobrata romana mi incuriosiva molto di più delle favole con le mele stregate e le scarpette di cristallo.

Parco degli Acquedotti - Roma

Parco degli Acquedotti – Immagine di Andy Montgomery, su flickr

La luce perfetta di un’ottobrata romana

Ho vissuto a Roma per dodici anni e avuto modo di aggiungere, a quelli dei miei genitori, anche i miei ricordi di perfetti sabati pomeriggio a piazza Testaccio, tra chiacchiere infinite. Del richiamo di un cielo azzurro e perfetto, fuori dalla finestra della mia stanza, che mi faceva venire voglia di vivere il mio quartiere. E della vastità di luoghi, tutti così diversi l’uno dall’altro, in cui bighellonare. Dalla Garbatella all’Eur, da Monte Mario a piazza Verbano, da Porta Portese al Parco degli Acquedotti, dal Gianicolo a Santa Costanza, da Montesacro al Cimitero Acattolico (per portare i miei omaggi alle ceneri di Gramsci, di John Keats e del poeta beat Gregory Corso ed essere importunata dai socievoli gattoni della sua colonia felina). Ecco, sì: in una dozzina di ottobrate romane ho girovagato talmente tanto da potermi bullare con il Nanni Moretti in Vespa di Caro Diario.
E sembra quasi che certi luoghi di Roma-dai-mille-volti esistano solo perché attendono di rincontrarti nella luce perfetta di un’ottobrata.

Garbatella - Roma

Garbatella – Immagine di Aurelio Candido, su flickr

Ottobrata romana vs ottobre a Milano: l’impietoso confronto

Ormai l’ottobrata romana me la sogno la notte. A dispetto di un improbabile settembre agostano, in queste prime mattine di ottobre, a Milano, mi sveglio con un cielo grigiastro, ed è impensabile uscire senza sciarpa e giacca pesante. L’inclemente Accadde oggi su Facebook mi ricorda che due anni fa, in questo periodo – il mio primo autunno milanese – c’erano pioggia e tempo da lupi. Mentre lo scorso anno, il 1° ottobre mi ero già guadagnata una bronchitina – perché, nelle mie abitudini, questo è un mese in cui basta una maglia leggera. E quindi mi ostino a non tirare fuori i maglioni, anche se a Milano la minima scivola verso i 10 gradi (e i «mortacci sua», romanescamente parlando, si sprecano).

Via dei Fori Imperiali - Roma

Via dei Fori Imperiali – Immagine di AJEL su Pixabay

Spiegare ai colleghi e agli amici milanesi che cosa voglia dire vivere un’ottobrata romana è come descrivere il sapore del cioccolato a chi non l’ha mai mangiato. Tu sospiri, loro ti guardano scettici. Rimpiangere il bel clima di mamma Roma e quel suo autunno che raggira l’inverno, dopotutto, è uno di quei lamenti del meridionale emigrato in Alt’Italia. Ed è scientificamente provato che più si avvicina l’infinita successione di giornate grigie dell’inverno milanese, più matura negli esuli come me la nostalgia. Nel mio caso, quella dell’ottobrata romana e del cielo azzurro e limpido che Roma scialacqua persino a gennaio.

Laghetto di Villa Borghese - Roma

Laghetto di Villa Borghese – Immagine di brurezende, su Pixabay

Il momento perfetto per riscoprire la Capitale

Ottobre è il momento di lasciare a casa la giacca e di dirigersi a Roma in maniche di camicia. Annullate tutti gli impegni e girovagate per la città senza meta, magari concedetevi addirittura un weekend. Privilegiate gli itinerari meno turistici, i luoghi meno comuni. Vivete da locals, o almeno provateci: c’è tanto da scoprire (e di cui innamorarsi), fuori dal centro storico.
L’incanto dell’ottobrata romana, con quella sua luce, quei colori e quel tepore perfetto di autunno ancora acerbo, non vi viene invidia che se lo concedano solo i romani?