Frankenstein, scritto da Mary Shelley esattamente duecento anni fa (1818), non è un racconto horror, anche se è sempre stato classificato come tale, ma è una potente storia che parla di vita e di morte e lo fa con una nascosta prospettiva femminile e femminista, ed è per moltissimi aspetti anche una storia che parla di noi cittadini del ventunesimo secolo e della nostra società, per tantissimi concetti cui proprio l’idea di Frankenstein sottende. La regista Haifaa Al-Mansour, che ha diretto il film su Mary Shelley, e la sceneggiatrice Emma Jensen hanno creato una sinergia per raccontare la parte di storia forse più importante che dobbiamo conoscere per comprendere a fondo che cos’è Frankenstein.

La vita di Mary Shelley

Mary Shelley, nata Godwin il 30 agosto 1797, nasce da due genitori filosofi progressisti: la madre, che muore solo una settimana dopo la nascita della figlia, era una scrittrice femminista ante litteram, nota soprattutto per il suo libro A Vindication to the Rights of Women (1792) in cui sostiene che le donne non siano affatto da considerarsi intellettualmente inferiori agli uomini (come erano viste all’epoca), poiché infatti erano solo meno istruite, per questo immagina un nuovo ordine sociale basato sulla ragione.

Il film non va tuttavia così indietro nel tempo, ma parla, invece, della vita di Mary – che molto bene è interpretata nel film da Elle Fanning, diciassettenne quando il film è stato girato – e delle difficoltà che deve fronteggiare prima vivendo con la nuova famiglia di suo padre, che risposandosi era diventato più bacchettone, e del suo incontro con Percy Bysshe Shelley, allora sposato con figli, della loro storia d’amore controversa, difficile ma profonda, tanto che Mary non si risposò dopo la morte di Percy. Nel film si parla anche di uno dei loro bambini morti ancora in fasce, per cui Mary era caduta in un cupo stato depressivo, dal quale però aveva attinto ispirazione e una forza mitologica e ancestrale, proprio come gli eroi che fanno visita al mondo degli inferi durante il loro percorso formativo.

Mary Shelley Percy movie Curzon

Il film, quindi, ci introduce ai presupposti che dobbiamo conoscere per poter interpretare la più famosa delle creazioni della Shelley, ovvero il suo libro Frankenstein o il moderno Prometeo.

Le critiche al film

Le critiche sul film per la maggior parte tuttavia non sono molto lusinghiere, anzi sembra che quasi questo abbia tradito le attese degli spettatori: alcuni lo inquadrano infatti come una semplice commedia romantica, che ruba la scena a quello che si ci aspettava forse essere l’aspetto fondamentale di cui avrebbe dovuto parlare, ovvero proprio la storia narrata in Frankenstein. Altri invece criticano in particolar modo la frase di Mary con la quale il film si conclude:

“My choices made me who I am, and I regret nothing”

(Le mie scelte fanno di me chi sono e non ho rimpianti)

La critica qui si basa sul fatto che Mary dice questa frase quando sceglie di perdonare Percy, o di accettarlo per quello che è, difetti inclusi, e secondo alcuni questo toglierebbe di autorità alla scrittrice, poiché la renderebbe l’immagine di una donna volubile ai sentimenti e plagiabile dal suo partner uomo.

Invece questa credo sia la frase più possente del film: non c’è nulla di più impeccabile che assumersi le responsabilità di chi si è, e qui Mary lo fa irrevocabilmente, senza rimpianti, senza appoggiarsi alla stampella fallace di fare scelte che riguardano la sua vita solo perché sottomessa alla forza dell’amore, ma dimostrando che una donna può e deve prendere le redini del suo destino, e che questo in primo luogo significa riconoscere le nostre responsabilità, poiché noi oggi siamo la somma delle scelte fatte sino a qui.

Artiste costrette a nascondersi

Mary Shelley movie Curzon

Il film affronta poi un’altra tematica importante: Mary non riesce da subito a pubblicare il suo libro con la sua firma, perché un’autrice donna era generalmente considerato un nonsense. Allora pubblica il manoscritto con una prefazione di Percy Bysshe, facendo così intendere che sia lui l’autore di Frankenstein.

Abbiamo superato questi problemi? Non proprio, se si pensa che il motivo per cui Joanne Kathleen Rowling ha pubblicato la saga di Harry Potter firmandosi J.K., perché il suo primo editore pensava che se fosse stato evidente che lei era una donna il libro avrebbe venduto di meno. In ogni caso la questione sessista non è affatto nuova a Haifaa, che ha diretto Mary Shelley, essendo lei la prima direttrice di film donna saudita, che ha esordito nel 2012 con il film “Wajda – La bicicletta verde”, quando ancora in Arabia Saudita le donne non potevano guidare. Un film girato da una donna, che parla alle donne, era ed è di sicuro un’eccezione non trascurabile in questo contesto.

Per questo io credo che il film sia incredibilmente potente: ci parla dei meandri bui della vita come le ceneri da cui possiamo rinascere più forti, come il modo di trovare la nostra voce, come Mary ha trovato la sua proprio per via della vita che ha vissuto, delle scelte che ha fatto e che l’anno trasformata, e le hanno fatto trascendere i suoi limiti. Ribadisce, inoltre,  il concetto che Frankenstein non è affatto una storia dell’orrore, ma è la storia di un’idea prettamente umana, come lo è l’idea stessa che le donne debbano comportarsi in una certa maniera, accettare le regole prestabilite da altri, e rifiutare di prendere le responsabilità delle proprie scelte per via delle critiche che potrebbero subire.

Photo courtesy of Curzon Artificial Eye