Quando mi hanno suggerito di leggere “L’uomo che trema” di Andrea Pomella ero nel pieno della mia botta di positività post coming out sull’ansia (si può leggere qui: Quello che non sapete sull’ansia). Festeggiavo la prima volta in cui spiegavo al mondo una parte di me senza la pretesa di cercare aiuto o soluzioni altrui, non mi servivano. Quello che volevo fare era condividere una luce perché sapevo che la me di qualche anno fa ne avrebbe avuto bisogno. “Metti che per qualcuno io possa davvero essere utile, ma metti anche che anche solo tirare fuori l’argomento posso essere uno step verso la mia guarigione!”.

Ho comprato il libro qualche settimana più tardi, quando nel frattempo avevo letto i commenti di Violetta Bellocchio (la sua bellissima analisi qui) e avevo intuito che questo libro poteva rivelarsi importante per me. Sono entrata in libreria, ho cercato una copia che non fosse sigillata e mi sono seduta nel salottino che si trova esattamente al centro della sala grande, in preda al primo giorno della solita crisi esistenziale generata dall’ansia, quel momento in cui tutto quello che sei, che fai e che hai intorno ti sembra un grande casino. Ho poggiato la borsa pesantissima sul posto accanto a me, l’ho abbracciata e ho cominciato e leggere. “Lo compro solo se mi piacciono le prime pagine, altrimenti niente”, mi sono detta preoccupata dalla fila infinita di libri da leggere che ho a casa e nel mio tablet. Così stretta alla mia borsa, in attesa di chissà quale catastrofe esterna, ho letto le prime 53 pagine de“L’uomo che trema”, in un inizio fulminante in cui continuavo a dirmi che conoscevo quasi la totalità delle sensazione descritte, conoscevo certi pensieri e le loro implicazioni, “ Io conosco perfettamente quel cattivo umore che c’è nelle prime pagine di questo memoir, anche se a volte me lo hanno contrabbandato per “cattivo carattere”, il mio”. E mi sono spaventata tantissimo, un po’ per la crisi esistenziale alle porte di cui sentivo già l’odore, un po’ perché io non soffro di depressione eppure sembrava stesse parlando anche di me. Quell’io narrante non era Andrea Pomella, romano, classe ’73 e grandissimo talento letterario, ma sono io, Alessia, ansiosa, anima persa, che cerca di arginare in tutte le maniere possibili una crisi esistenziale alle porte che vuole manifestarsi in tutta la sua furiosa illogicità.

Ho comprato il libro perché avevo l’urgenza di seguire la narrazione di questa autobiografia, convinta che diventasse un inno alla fragilità, al coraggio di tirare fuori un argomento così spinoso e doloroso senza sconti, un modo per dirsi, ancora una volta, che ci vuole fegato a parlare della depressione come fa Pomella con una perizia quasi maniacale e una lucidità impressionante. Mi sbagliavo in realtà, non è un manifesto per la condivisione della propria fragilità perché ci vuole una forza feroce per districare quotidianamente pensieri, convinzioni e sintomi che la depressione dà. Questo è un inno all’uomo vivo, che trema perché sente e attraversa le giornate, le stagioni, le crisi, gli attacchi di panico e il vuoto pneumatico delle fasi acute. A convincermi ancora di più che questo poteva essere la lettura per me, un altro dettaglio, e cioè la forma che Pomella dà alla sua malattia, ai sintomi: “l’orso”, “il casco in testa”, quella tendenza che ho anche io a dare una rappresentazione alla mia ansia così che, quando sono più tranquilla, io possa analizzarla e parlarne, di conseguenza, con più precisione. La mia ansia è una coperta nera, di quelle di lana grandi quanto un letto matrimoniale e ha il profilo di velluto. La ripiego sul letto ad una piazza quando mi fa freddo, ma pesa tonnellate sul petto e sul cuore e mi fa respirare a fatica.

Ho continuato a leggere con i miei ritmi folli, quasi da gara, riprendendo la lettura a casa dal capitolo “Get a backbone!”, in cui Pomella racconta Elliott Smith, il suo “Either/Or” e il legame del cantautore americano con la depressione. Da allora non riesco a smettere di pensare al racconto di quella morte e alla disamina sul suicidio, che poi torna all’improvviso più avanti in tutta la sua autenticità. Per un caso del destino la mia crisi esistenziale da ansia entra in risonanza con la narrazione personale di Pomella, così tanto che mi chiedo se quasi non ci sia una relazione di causa-effetto. Sono ancora così sensibile che la malattia altrui diventa un po’ la mia? Ovviamente non è questo quello che succede, è la maestria dell’autore nel racconto in prima persona che mi confonde e tutti alla lettura sarete catapultati nell’intimo di un uomo e del suo dolore, non potrete opporvi. Ed è alla luce di questa maestria che da quando ho finito di leggere il libro ho pensato più volte di vagare col volume in mano e ripetere “Ecco! Ecco come mi sento!” perché quella tra lettore e autore diventa una comunione di fragilità in cui non è necessario avere la diagnosi di depressione per capire.“L’uomo che tremaè una lezione di scrittura, ma soprattutto di comprensione ed empatia verso la depressione e la sofferenza umana in generale, una chiave di accesso ai dettagli che accompagnano la convivenza con le diagnosi di malattie mentali. Questo libro diventa, contemporaneamente, un privilegio e una lotta. Un privilegio perché era ora che si leggesse, finalmente, della depressione con tale chiarezza e perizia; una lotta perché, a prescindere dalla mia personale crisi esistenziale e del vuoto pneumatico momentaneo, ogni lettore soffre con l’io narrante. Ci si ritrova a sperare cambi psichiatra, a provare quello che descrive come una mattonata in pieno viso, assuefatti come siamo da quella bugia enorme che è la filosofia “Se lo vuoi puoi”, convinti che a volere fortissimamente le cose arrivi il successo e la soluzione di tutti i tuoi problemi.

Ho due picchi di dolore sordo misto a sollievo in due capitoli precisi, “Voi siete qui” e “L’universo torna in quiete”, perché ci trovo anche la mia storia personale, la mia vita e la crisi esistenziale oramai al suo picco conclamato.

“Ho quattordici anni, tutta la vita davanti e l’idea che – quanto a me – il futuro non potrà che essere luminoso. Che per me ci sarà solo splendore. Fulgido, sfolgorante splendore.”

chiude un capitolo doloroso sul lavoro, e la ricerca dello stesso, e sull’influenza che questo ha su umore e depressione.

Ne“L’uomo che trema”la depressione perde la sua dimensione di malattia oscura e mistica e acquista uno status quasi normalizzato: la depressione è caverna, è vita, è strumento della quotidianità, è paura e anche buio, nella storia di uno e di tutti, contemporaneamente. E si trova conforto alla fine, quando qualche pezzetto di vita ritorna al suo posto, ma soprattutto diventa più chiara la consapevolezza che c’è una alternativa all’”abisso di insignificanza” che sembra condannarti in eterno. E questa consapevolezza passa anche per il cauto ottimismo, quando sai che stai bene, ma che tutto il dolore può ritornare all’improvviso. E se succede poi? Niente di terribile, lo si affronta, come ogni giorno. Questo è il mio potere, questo è il mio tremare, viva, davanti alla mia vita, in cammino verso la guarigione che merito.

“[…] Non c’è niente di più simile, credo, alla mia indole, allo sforzo che faccio ogni giorno per rimanere entro i limiti delle convenzioni sociali: prendermi cura di me stesso, contrastare il male bianco, combattere i pensieri infestanti per mantenermi vivo.”

photo credits: Alessia Ragno


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