Elmet è una regione leggendaria dello Yorkshire occidentale, una “terra di nessuno, un rifugio per chi voleva sottrarsi alla legge” nelle parole del poeta Ted Hughes che Fiona Mozley, l’autrice, inserisce sapientemente nella prima pagina del libro (Remains of Elmet, 1979). È la premessa fondamentale prima di lanciarsi in un romanzo nero come la pece e rosso come l’autunno. Riempite i polmoni più che potete, gonfiate il petto fino al limite e poi iniziate a leggere.

Daniel, sua sorella Cathy e il loro papà John, un uomo imponente dalla barba scura e il passato violento, vivono in una casa nei boschi che loro stessi hanno costruito a mano, giorno per giorno. Sono isolati dal mondo, cristallizzati in un tempo indefinito in cui si procacciano il cibo nel bosco vicino e nel loro piccolo orto. Questa chiusura al mondo è una scelta consapevole e la terra dove sorge la casa è l’ultimo legame che i ragazzi hanno con la loro madre. La vedevano arrivare sfinita a casa della nonna Morley, dormire per giorni interi e poi andare via. Un giorno non è più tornata e il centro del loro mondo è diventato questo padre che li alleva come lupi: imparano a difendersi e ad andare avanti con i propri mezzi. Il rapporto con tutto quello che non è famiglia è solo lotta per la sopravvivenza, eppure:

Nonostante la sua brutalità, a Papà piacevano gli altri esseri umani. provava per loro l’affetto che un cacciatore sente per la preda: profondo e sincero, ma pervaso da un atteggiamento freddo. Aveva pochi amici e li vedeva di rado, ma quelli di cui percepiva il valore li considerava come rari cimeli. Si prendeva cura di loro.

Elmet si rivela fin dalle prime pagine un romanzo ipnotico, placido e ricco come il cambio delle stagioni nella campagna inglese, che però è, in fondo, un non luogo. Questo viaggio nella terra e nella ricchezza della solitudine potrebbe svolgersi ovunque, in qualsiasi tempo, e la famiglia protagonista potrebbe essere nell’America degli ultimi del Furore di Steinbeck o dei cowboy di Cormac McCarthy. Gli unici rumori che si sentono sono quelli dei passi sul terreno pieno di foglie:

Tornando verso casa camminammo in silenzio, perché avevamo già tirato fuori tutte le parole della giornata.

Ma poi tutto cambia, l’odore della terra sparisce, il freddo, il bosco, il tè caldo, il burro e le aringhe sul pane tostato non si sentono più, tutto è macchiato irrimediabilmente di sangue e del suo odore ferroso e molesto. L’equilibrio precario di Daniel, Cathy e Papà viene minacciato da una vecchia conoscenza dell’uomo, che rivendica il suo diritto di proprietario della terra dove hanno costruito la loro casa. Il passato torna prepotente e distrugge tutto quello che è stato costruito. John combatte di nuovo, la casa viene violata irrimediabilmente e la scrittura evocativa straordinaria della Mozley, tesoro preziosissimo di questo romanzo, indugia sull’effetto distruttivo della violenza sulla vita di ogni essere umano. E in questa violenza la famiglia resiste caparbia, perché il loro legame è il bene più alto e prezioso e la difendono con le armi che conoscono: il silenzio e la brutalità.

Elmet è il racconto profondissimo e sontuoso dei legami che sostengono una famiglia, dell’onore e dei valori morali che si condividono, dei ricordi dolorosi di cui non si parla; diventa, poi, metafora delle scelte che facciamo nella vita per difenderci, sprezzanti del pericolo e delle conseguenze che si abbatteranno su di noi. E proprio quando pensi che tutto è perduto torna una pace quasi assoluta, una paradossale accettazione del proprio destino in mezzo a tanta distruzione perché se la speranza è ancora viva vuol dire la famiglia, il tuo tesoro più caro, è sopravvissuta.

photo credits: Alessia Ragno


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