La nostalgia può funzionare: è quello che deve essersi detto Enrico Brizzi, autore classe ’74 che ha raggiunto il successo all’esordio con” Jack Frusciante è uscito dal gruppo, scritto quand’era diciottenne e pubblicato nel 1994, prima di cominciare a far scivolare i fan della prima ora in un climax negativo di delusione. Dopo una serie di dimenticabili romanzi in cui i suoi personaggi sono invecchiati insieme a lui ma senza eliminare del tutto le vecchie passioni dell’adolescenza (musica, bicicletta, calcio), Brizzi ha deciso di premere il bottone rosso sulla macchina del tempo e ritornare alle origini con “Tu che sei di me la miglior parte, Mondadori, romanzo che torna a raccontare di un’adolescenza bolognese. Con me ha funzionato: per la prima volta dopo Razorama (2003) ho scelto di leggere un romanzo di questo autore che ammetto di aver idolatrato dopo aver letto per la prima volta Jack Frusciante nell’estate tra la seconda e la terza media. Se non avesse tirato in ballo il ritorno alla narrazione dell’adolescenza suscitando inevitabili paragoni con il suo romanzo d’esordio, probabilmente avrei snobbato l’uscita della sua ultima opera come faccio da circa quindici anni.

In “Tu che sei di me la miglior parte” il protagonista è Tommaso che ha una fotografia scattata al mare come unico ricordo del padre, tragicamente scomparso, e due amici inseparabili fin dai tempi dei primi calci al pallone nel campetto sotto casa. Vive in un quartiere di Bologna che non è né altolocato né disagiato e vede nello zio Ianez, il più giovane dei fratelli della madre, viaggiatore e aspirante giornalista, un modello di vita. Il risveglio traumatico dall’infanzia comincia alle scuole medie, quando nell’orbita di Tommaso entrano i due elettroni destinati a far sballare i suoi equilibri emotivi per molti anni a venire: l’amico-nemico Raul Germano e l’affascinante Ester. Raul ed Ester, giovane eclettica che i due ragazzi si trovano poi a contendersi, sono presenze fisse mentre il lettore segue l’evoluzione di Tommaso dalle medie al liceo classico, da “supersfighé” della parrocchia a giovane ultras e scaltro spacciatore. I tre si tradiscono, si abbandonano e si inseguono e si ha l’impressione che Tommaso, dipinto come la personalità più debole tra i tre, tenda ad adattare la propria vita e le proprie azioni seguendo un complicato gioco di specchi rispetto alle vite degli altri due.

Forse forzatamente ho cercato di incasellare i personaggi di questo romanzo in quelli di Jack Frusciante, ritrovando quindi Alex in Tommaso, Nardini e Hoge in Athos e Selva, i migliori amici di Tommaso, Aidi in Ester e, per finire, Martino in Raul Germano. Infatti, sia Aidi che Ester sono capaci di suscitare negli adolescenti protagonisti dei due romanzi emozioni così intense da sembrare senza tempo, e Martino e Raul rappresentano per Alex e Tommaso legami caratterizzati da sfumature talmente estreme da segnare in maniera indelebile il periodo di crescita affrontato insieme. Al di là delle similitudini che si possono ricavare mettendo i personaggi dei due romanzi uno di fronte all’altro sui due lati opposti di una scacchiera, il primo elemento che differenzia in maniera netta “Tu che sei di me la miglior parte” da “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è il linguaggio. Infatti, se il romanzo d’esordio di Brizzi doveva parte del proprio successo anche a un linguaggio che mescolava inglese e slang giovanile a un italiano che sembrava scritto con foga sul diario di un liceale, nel nuovo romanzo l’autore lascia raccontare tutta la storia alla voce di un Tommaso più adulto e consapevole, che concede qualcosa al lessico usato un tempo e sembra ancora emozionarsi all’idea di un negozio di dischi o dei capi d’abbigliamento preferiti dai mods, ma rimane nel complesso più distaccato e freddo, capace di giudicare da solo le sue stesse azioni.

Una dinamica che sicuramente emerge prepotente in”Tu che sei di me la miglior parte” è quella del gruppo. Raul ripete spesso la frase “If the kids are united, they will never be divided”, dalla canzone degli Sham 69, una delle sue band preferite. Questo mantra gli servirà per ricordare a Tommaso i sacri vincoli dell’amicizia maschile, argomento trattato spesso in letteratura proprio in abbinamento con il delicato periodo dell’adolescenza. Il vincolo di amicizia diventa fratellanza militaresca nel momento in cui andare allo stadio, una delle passioni di Tommaso, diventa qualcosa di più, in seguito al suo entrare a far parte di un gruppo ultras. È così che un giovane che inizialmente ci viene descritto come un gentile ed educato comprimario entra a far parte di una falange oplitica.

«La sola idea del corpo a corpo con un uomo forte e deciso mi sprofondava nell’angoscia, meglio stringersi ai ragazzi, quando si profilava una minaccia autentica, e sperare che la testuggine del gruppo rappresentasse un riparo».

La violenza ultras e lo spietato calcolo con cui Tommaso “si arrende” e decide di diventare uno spacciatore pur di avere i soldi che potrebbero permettergli di conquistare Ester rappresentano la principale differenza tra Jack Frusciante e l’ultima fatica di Brizzi. Se ricordo di aver sempre immaginato Alex come un giovane ipersensibile, cotto di Aidi e tutt’uno con la sua bicicletta, Tommaso, inizialmente stereotipo del bravo ragazzo, “si sporca” a causa dell’erba che accumula e smercia e del sangue dei tifosi avversari, anche se Brizzi, attraverso la voce di Raul, sembra indicarci chi sia il vero nemico dei suoi protagonisti.

«In trasferta mica andiamo a molestare gli ugonotti con la famigliola. Cerchiamo gli ultras. Il doppio di noi stessi. Per stupirli e metterli muti, punirli col castigo che meriteremmo noi per primi.

[…]

Quando li troviamo, gridiamo “Sono loro!”, ma dovremmo dire “Siamo noi!”. »

Il velo di autocritica che Brizzi lascia scendere su questo suo secondo alter ego adolescente – ci piace sempre pensare che i protagonisti dei romanzi siano gli alter ego degli autori, e con Alex come per Tommaso, molti conti tornano – mostra come lo scrittore bolognese sia cresciuto e sappia che anche i lettori che l’avevano amato allora sono cresciuti. Eppure, per far salire un nodo alla gola ai più nostalgici, non rinuncia a far apparire Alex, proprio come ce lo ricordavamo. Colpisce al cuore con pochi accenni: la bicicletta, il basso a tracolla, in testa le angosce per l’amico Martino e la cotta avvolgente per “una certa Adelaide”.

Si può considerare il cameo di Alex come l’evidenza ultima dell’impossibilità di liberare completamente questo romanzo dall’idea che sia un calco tardivo di Jack Frusciante, e questo e il motivo per cui molti lo leggeranno ma anche il suo principale difetto, insieme forse a un eccessivo dilungarsi quando la sequenza di eventi sembra sempre la stessa, destinata a ripetersi girando su se stessa. Nel complesso, però,”Tu che sei di me la miglior parte” rimane un’opera godibile; ha finito per farmi riavvicinare a Brizzi e rimane un ritratto ben riuscito di un’adolescenza italiana anni ’90.

 

In copertina: foto di Elena Chiara Mitrani


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