Mettiamo subito da parte i dubbi: “La famiglia Aubrey” di Rebecca West rientra a pieno titolo nella grande letteratura inglese. Si tratta del primo volume di una nuova saga familiare che Fazi Editore porta nelle librerie in edizione rinnovata, ed il pensiero va subito all’altro caso editoriale: i Cazalet di Elizabeth Jane Howard. Siamo di fronte ad un clone?

Dame Rebecca West, nome d’arte di Dame Cicely Isabel Fairfield, è stata una delle più grandi scrittrici inglesi: romanziera, critica letteraria, giornalista, autrice, si è divisa tra l’analisi della società del suo tempo e i romanzi, nei quali pure emergevano le dinamiche sociali e di genere.

“Anche il femminismo era nell’aria a quei tempi, perfino nell’aria delle nursery.”

dice nelle prime pagine de”La famiglia Aubrey“, ma non aspettatevi un manifesto spudoratamente femminista. Il racconto della condizione femminile a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, il lasso temporale narrato in questo primo romanzo, è continuo, sottile, ma non ancora manifesto nei suoi personaggi, puramente per ragioni anagrafiche.

Io narrante onnisciente Rose Aubrey, protagonista delle vicende assieme alla sua sorella gemella Mary, la più grande Cordelia e il piccolo Richard Quin. Come contraltare i due genitori: un padre intellettualmente stimolante, ma disastroso come genitore, e una madre dal talento musicale purissimo che abbandona per devozione alla causa familiare.

“Per quel che riguarda la vita della mamma, tutto è un peccato.”

dirà di lei Mary.

La famiglia Aubrey vive, tra sorti finanziarie altalenanti, al numero 21 di Lovegrove Place, Londra: il padre sperpera e investe in maniera avventurosa, la madre cerca di tenere insieme famiglia e casa come può. Il pensiero delle difficoltà finanziarie è una ossessione anche per le ragazze, che ne parleranno continuamente con un senso pratico sorprendente. Consapevoli delle bizzarrie di padre e madre, ma anche della propria, Rose e Mary coltivano il loro sogno di diventare musiciste professioniste; Cordelia, perennemente infelice, insegue il sogno di diventare violinista con risultati che definire “curiosi” è un eufemismo; e poi lui, Richard Quin, il beniamino di casa, il maschio tanto desiderato, la copia carbone di quel padre sveglio e dall’intelletto sopraffino. Si aggiungeranno poi la cugina Rosamund dai capelli belli e una corte di personaggi secondari che mantengono viva la narrazione con grande intelligenza, tra picchi di genuina comicità e “esemplari” ottusi dell’alta borghesia inglese dell’epoca.

Un crescendo questo romanzo, che inizia con una narrazione quasi alla Alcott delle gloriose Piccole donne, tra esercizi al pianoforte, il Natale in famiglia, le ristrettezze economiche e lo sguardo sveglio sul mondo delle giovani Aubrey, ma che poi si apre in un respiro più ampio con descrizioni talmente minuziose della psicologia dei personaggi che lo schema “Alcottiano” salta quasi completamente, pur rimanendo una indiscutibile ispirazione.

Si fanno più vive, allora, le analogie con la scrittura di Elizabeth Jane Howard: l’esplorazione della psicologia delle giovani protagoniste, lo spessore che queste autrici danno alla narrazione dei bambini e delle loro dinamiche interiori, e la sopraffina abilità di raccontare la vita nella sua ciclicità come pochi al modo sanno fare. Ci sono eventi traumatici, colpi di scena, con Rebecca West persino un accenno lieve e destabilizzante ai fenomeni paranormali, ma il cuore narrativo rimane il succedersi dei giorni con le sue piccole routine e la lotta contro le avversità.

Le analogie, però, finiscono qui: leggere”La famiglia Aubrey” significa intraprendere un viaggio diverso rispetto alle vicende dei Cazalet, ma ugualmente importante. Rebecca West costruisce ciascun personaggio guardandolo attraverso il filtro Rose, la narratrice della storia, che analizza tutto metodicamente, dinamiche familiari comprese, senza mai tradire la sua giovane età. È un racconto a ritroso in prima persona, in un’epoca precedente rispetto a quella dei Cazalet e fortemente personalizzata dalla protagonista.

Le donne della famiglia Aubrey

Il talento enorme da pianista della madre, si diceva, zittito per tirare su la famiglia, un uomo verso il quale dimostra totale devozione e che poi agirà d’egoismo inspiegabilmente, lasciandola triste con i suoi pensieri, ma non priva di risorse.

“Quando la mamma suonava bene, riusciva a rendere manifesto ciò che il compositore aveva scoperto e che nessuno prima di lui conosceva.”

La sacralità della musica e delle sue sfumature che pervade il romanzo è figlia della capofamiglia e del suo “senso disperato di giustizia”. Gestisce la famiglia senza l’aiuto di questo padre eccentrico e assente, non ne mette in discussione l’autorità direttamente, ma si sostituisce a lui con solennità e acutezza. Questa madre ha in sé un po’ della autobiografia della stessa madre di Rebecca West – scozzese, aveva abbandonato la musica per la famiglia -, ma è anche frutto di una contrapposizione feroce ed elegante con le altre donne del romanzo. “Quella calamità” di Mrs Beevor, insegnante di violino di Cordelia, e le altrettanto evanescenti rappresentanti della ricca Londra che si lagnano in continuazione, ma che negli Aubrey trovano sempre un granitico supporto.

Le vere protagoniste, però, sono loro, le ragazzine Aubrey e la giovane cugina Rosamund. Crescono insieme per scelta ed esibiscono intelletto fine alternando momenti da lucide adulte – l’ossessione per le difficoltà finanziarie e la totale reverenza per i genitori – a momenti di infanzia spensierata – nel gioco soprattutto. Ed è in questo che si misura la grandezza di Rebecca West come scrittrice: la capacità naturale di narrare donne e ragazzine con la stessa semplicità, cambiando registro senza scadere nella banale interpretazione che gli adulti fanno dei bambini.

Queste ragazze hanno uno spessore letterario eccezionale, una testa pensante con venature adulte e immature a seconda delle corde che si toccano. Il matrimonio è ancora il simbolo del riscatto sociale, ma il seme del femminismo dell’autrice brilla nitido. E le preoccupazioni per la diversità reale della famiglia, per il suo non uniformarsi alle regole dell’epoca, si sciolgono nello studio, nel lavoro continuo e indefesso, nei sogni del futuro da pianiste professioniste che pure spaventano ed evolvono inaspettatamente nel finale.

Il pregio e la scrittura

Tra espressioni magnifiche e piccoli e grandi drammi familiari, “La famiglia Aubrey” rappresenta la porta d’ingresso di un mondo così ben confezionato e ricco di sfumature che è difficile non appassionarsi e ritrovare lo sguardo sveglio della West sul suo tempo, sui giornali mistificatori, sulle ingiustizie sociali e la politica incapace che sta a guardare. E il conforto unico delle saghe familiari ritorna intatto anche qui: questa possibilità eccezionale di ritrovarsi con i personaggi, vederli crescere, sbagliare con grazia e religiosa attenzione alla verità, filtrate da una sola lente: la scrittura bellissima dell’autrice. Non sono un caso, allora, le lodi di Baricco, o la dissonante recensione di Orville Prescott, critico letterario americano di grandissima fama, che poco dopo l’uscita del romanzo (nel 1956) scriveva sul New York Times:

“high level of professional literary competence in this story about the alarms and excursions of life in an artistic family, but there is no particular distinction and that theme is threadbare and shiny with use.”

per poi riconoscere che:

“The women and girls in “The Fountain Overflows” are far more persuasively characterized and in them resides the principal interest of this novel.”

Ma anche questa volta, come per la Howard, inevitabilmente ci chiediamo che fine abbiano fatto gli uomini. Possono essere tanto culturalmente e politicamente arguti, quanto sfuggenti – come papà Aubrey -, oppure antieroi profondamente sgarbati come Jock, padre di Rosamund. Si affacciano alle vicende di questo primo romanzo come comparse, arrecano sofferenza e pochi momenti di felicità, perché la verità è che questa storia è retta solo e unicamente dalle donne, in ogni loro sfumatura.

Quando si tratterà di scegliere, allora, se leggere o meno”La famiglia Aubrey” ricordatevi innanzitutto che

questo non è un romanzo rosa per ragazzine, ma la prova letteraria dell’unicità di Dame Rebecca West, della sua squisita scrittura, e del potere infinito, in letteratura, delle saghe familiari.

Per approfondire

Rebecca West 

Elizabeth Jane Howard su Cosebelle:  I Cazalet | All’ombra di Julius


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