Danzare è pregare. Abbiamo accesso a tutte le presenze dentro, attorno e oltre il nostro corpo

Avete mai sentito parlare della danza butō? L’ho scoperta recentemente al festival Testimonianze ricerca e azioni organizzato da nove anni da Teatro Akropolis nella città di Genova. Proprio durante questo festival mi sono avvicinata a questo particolare tipo di danza.

La danza butō (danza tenebrosa) è di origine giapponese, nasce negli anni del dopo guerra –  gli anni 50 – e diventa sin da subito una danza “sovversiva” e per certi aspetti differente rispetto a tutto quello che era stato visto sin da allora; spinge il danzatore verso confini estremi nel lavoro sul corpo e sull’azione fisica. Ancora oggi è oggetto di molti studi e molte poi correnti che hanno reinterpretato questa particolare forma d’arte. Aspetti tipici del butō sono la nudità del ballerino, il corpo dipinto di bianco, le smorfie grottesche ispirate al teatro classico giapponese, la giocosità delle performance, l’alternarsi di movimenti estremamente lenti con convulsioni frenetiche. Non esiste però una messa in scena tipica del butō. Le sue origini vengono fatte risalire a due artisti in particolare: Tatsumi Hijikata e a Kazuo Ōno.

foto di Marco Longo

La parola butō indica letteralmente danza “camminata o pestata”, alcuni la indicano come la versione punk della danza classica giapponese, sicuramente l’atto performativo può essere avvertito per certi aspetti “stridente”, non c’è musica (o quasi sempre è cosi), i movimenti sembrano apparentemente poco naturali, provocatori, c’è tanto fisico quanto spirito dentro ogni passo della danza butō che divenne una risposta radicale all’idea occidentale della danza. Era la giapponese “ribellione del corpo”. Era pura provocazione, resistenza contro l’ establishment  culturale ed il sistema sociale.

Tutto ciò che gravita attorno questo particolare atto performativo è ricco di mistero ed è abbastanza difficile da spiegare o raccontare. Ho fatto la mia prima esperienza della danza al festival, nell’intera giornata di sabato 10 novembre la cui programmazione era interamente dedicata alla danza butō con artisti nazionali e internazionali, ognuno nella sua peculiarità ha dato vita a lavori differenti e nella loro natura estremamente intensi: Enduring Freedom è stato lo spettacolo di Imre Thormann, Clorofilla quello di Alessandra Cristiani e Vie de ladybody Ivan Ilitch quello di Masaki Iwana.

foto di Marco Longo

Ho potuto osservare dal vivo il lavoro di Imre Thormann e sicuramente l’appellativo di “spettacolo” è alquanto riduttiva per quello che si vede in scena, un corpo in cui arte e vita si fondono, mette lo spettatore alla prova – ardua – di osservare ciò che gli appare davanti agli occhi. Una ricerca pazzesca e intensa sul corpo ma mentre si guarda ci si rende conto che è qualcosa di molto di più. Movimenti che tentato di riportarsi all’origine, con fragilità e forza, leggerezza e abbandono, dalla nascita fino alla morte, in un crescendo di attimi intensi e estremamente duri alcune volte, Imre sembra essere proiettato in un altra dimensione – certo è qui davanti ai miei occhi – ma è palesemente proiettato altrove, ecco che la descrizione di Roberta Bagni mi viene in aiuto, e dice: “spesso durante la danza non ci si accorge di cosa e dove si danzi, semplicemente siamo, semplicemente stiamo, in questo tempo presente, come in una cerimonia in cui si consacrano antiche forme di vita, memorie della terra, l’essere il qui e ora in piena umiltà di fronte all’inesauribile pienezza di ciò che ci circonda.

Sicuramente ancora poco diffusa qui in Italia, è certamente qualcosa che va vista e vissuta sulla propria pelle per comprendere la potenza e l’atto quasi sovversivo di ricerca portata all’estremo e ad una nuova conoscenza del corpo e del movimento.

 In copertina: foto di Marco Longo.

Foto per gentile concessione del Teatro Akropolis.