C’era una volta la parola comfortable

Le infinite possibilità delle parole sono troppo spesso sottovalutate e così tutto il mondo della traduzione. Prendete per esempio la parola comfortable. Piccola e rotonda, comfortable significa comodo, confortevole ma esprime anche, e soprattutto, quella sensazione di sentirsi a proprio agio, nei propri panni, una percezione che in italiano si descriverebbe con un giro di parole incredibile. In inglese, invece, è sufficiente un termine per esternare quella sensazione troppo spesso dimenticata e davvero poco presente nella vita, quantomeno in quella di chi si aspetta sempre un parere altrui. Il motivo di questa premessa? Un anticipo di quello che ci ha raccontato Emma Glass che ha utilizzato proprio la parola comfortable per descrivere il suo modo di scrivere, di avvicinare le parole fra loro per dare vita al suo primo romanzo, Peach, in Italia La carne. Edito da Il Saggiatore e tradotto da Franca Cavagnoli, il primo romanzo di questa giovane infermiera pediatrica è un fulmine a ciel sereno, una fiaba – incubo decisamente reale e quasi una sinfonia di parole che aggrovigliandosi fra loro raccontano una violenza e un percorso verso lo spolpamento.

Cosa è La carne

Peach, una pesca, viene aggredita da una salsiccia. Non dice niente a nessuno, torna a casa perdendo pezzi di sé che tenta di ricucire da sola, seduta sul pavimento del bagno con ago e filo in mano. Una metafora? Non necessariamente. Ogni ferita è una lacerazione, un continuo tentativo di dimenticare quella sensazione terribile che cresce nel ventre, quel guscio freddo e così diverso dall’esterno da rendere tutto necessariamente viscerale. Emma Glass non racconta una storia, non necessariamente appunto. Ne’ La carne si gioca soprattutto con le parole, con la loro musicalità, con il loro effetto e potere di esporre conseguenze, disgusti e profondi squarci. Come le macchie di grasso di una salsiccia lasciate sul vetro di una tavola calda e Peach che le vede e ne rimane terrorizzata, La carne racconta un incubo a occhi aperti che ritorna per essere rivissuto infinite altre volte.

Quello di Emma Glass non vuole essere un horror, non di certo quel genere inseguito spesso dai ragazzini durante l’adolescenza – Emma inclusa. Quello della scrittrice non è un amore per il macabro ma semplicemente quella parte di sentimento che non viene facile raccontare. È trasformare le parole in musica, farsi ispirare da sillabe che vanno a braccetto e farsi guidare dal loro suono, dalla naturalezza con cui le parole si trovano, componendo frasi, paragrafi e, nel caso di Emma Glass, anche capitoli, che in La carne si sono inseguiti per dieci anni.

E dieci anni è un arco temporale discretamente breve ma incredibilmente lungo, in cui però Emma Glass ha continuato a rileggere ad alta voce le sue frasi, per cercarne il suono migliore, non la storia ma la musicalità composta da frasi brevi, concise, tronche. Nella letteratura lo chiamano flusso di coscienza, io lo vorrei definire infinite possibilità delle parole di raccontare.

Non posso crescere. Non posso contenere la benché minima anima. In questo nocciolo me ne starò. In questo nocciolo me ne starò. In questo. In questo. Nocciolo.

Scrivere mentre il tempo passa

La carne, così, è diventato col tempo un centinaio di pagine e poco più, paragrafi che non vogliono essere criticati nel senso letterario del termine, come quando si studia letteratura e ogni frase viene ripresa per essere diagnostica, neanche avesse una malattia nella quale cercare il significato più recondito per avvicinarsi sempre più alla vera essenza dell’essere. Dai primi studi di letteratura, poi abbandonati, Emma Glass ha imparato che le parole, per lei, sono suoni, non interpretazioni. E ciò ha ancora più senso in La carne  perché scrivere una storia in un decennio può significare tantissime cose, può sembrare l’inizio di qualcosa fatto per gioco e ritrovarsi poi a darsi scadenze giornaliere, con una coinquilina che ti regala dolcetti per ogni paragrafo scritto. Questa può essere la storia di tanti e in particolare di Emma Glass, viso dolce e animo forte.

La carne è un libro femminista?

Emma Glass se ne è accorta solo ora, quando il libro è già nelle librerie, che la sua protagonista può essere un’eroina del nuovo mondo. Il suo scrivere di Peach è stato necessariamente un modo per liberarsi da qualcosa, di raccontare il corpo, composto dalle sue parti più tenere e crude. L’accostamento con il cibo ha permesso di scegliere un linguaggio più diretto e spontaneo, forse ispirato anche dalla naturalezza con cui si esprimono i bambini con cui ogni giorno la scrittrice trascorre le sue giornate al lavoro e di cui ammira l’immediatezza. E la pesca, per la sua morbidezza e il guscio all’interno, è un frutto dagli infiniti connotati, tali da renderla la protagonista perfetta di questa storia.

Tutto ok? Sembri distratta. Sto bene, grazie, è solo che non mi piace la pelle, scribacchio sotto le sue zampe di gallina. Poi lui mi scrive Ma perché se la tua è così bella, e io divento rossa perché sono enorme e faccio schifo e lui non lo vede.

Come leggere La Carne

Sarà naturale cominciare a leggere La carne cercando metafore, rincorrendo i capitoli cercando il significato più nascosto e sperduto. Vi ritroverete poi, a fine lettura, a convincervi che non c’era bisogno di trovare tutti quegli infiniti significati: a volte le cose sono esattamente come le si leggono.

 

Cover: dettaglio della copertina